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Bandiera Bianca •
La sterile polemica della pastasciutta antifascista
Sembra che ad Ascoli Piceno una parrocchia nicchiasse sull’ospitare una tavolata di sinistra, sgomentando così chi è convinto che i partigiani abbiano liberato l’Italia a colpi di spaghettate. Tanto che è stato necessario l'intervento del vescovo

Foto di Aleksandra Tanasiienko su Unsplash
Stavo scorrendo i lanci di agenzia quando mi sono svegliato tutt’a un tratto leggendo: “Pastasciutta antifascista: arriva l’ok del vescovo”. Per prima cosa ho voluto sincerarmi non si trattasse dell’effetto di un qualche generatore automatico di titoli a casaccio; poi, dopo avere vinto la repulsione per il fatto che nella stessa frase figurassero le parole “vescovo” e “ok” (Pio V non avrebbe apprezzato), mi sono interrogato su cosa possa rendere antifascista una pastasciutta e su perché mai le massime autorità religiose dovrebbero reagire all’impegno politico di una pietanza, che pure in quanto tale non è dotata di coscienza. In fin dei conti, sarebbe come scrivere “Ribollita reaganiana: l’imprimatur del Dalai Lama” o, che so, “Sushi socialdemocratico: il rabbino fa cucù”.
È poi emerso che si trattava della solita sterile polemica dovuta all’evenienza che ad Ascoli Piceno non so quale parrocchia nicchiasse sull’ospitare una tavolata di sinistra, sgomentando così chi è convinto che i partigiani abbiano liberato l’Italia a colpi di spaghettate. Intanto, pochi chilometri più in là, a San Benedetto del Tronto un sostenitore di Vannacci (nonché del suo barbiere, a giudicare dal taglio) aggrediva per strada un immigrato molesto, restando poi stupito che qualcuno protestasse contro il farsi giustizia da sé. A nessuno, però, è venuto in mente di tirargli un piatto di pastasciutta: lo rimpiangeremo, quando verremo picchiati noi.