Contro i ponti scolastici, che autorizzano i ragazzi a non fare niente

25 aprile, Natale, Pasqua, Carnevale e quant'altro: con tutti questi giorni di festa agli studenti non stiamo insegnando niente. Forse sarebbe meglio rivedere l'organizzazione dell'anno didattico
25 APR 22
Ultimo aggiornamento: 14:31
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(foto Ansa)

Cito. “L’anno scolastico deve essere intenso, breve, non frazionato da carnevali, pasquette, santi e santini, ponti di vario senso e invenzione, celebrazioni di date storiche che non dicono più niente al cittadino contemporaneo e che costituiscono solo occasione di rimandare a domani ciò che poteva essere fatto benissimo ieri”. Oggi – un altro giorno in cui non si va a scuola per celebrare una data storica eccetera eccetera – conviene rileggere questo pezzo che Giovanni Arpino consegnò a Il Tempo del 20 ottobre 1965 e far due conti sull’evenienza che la situazione, in oltre mezzo secolo, sia o meno migliorata. Settimana scorsa, niente scuola da prima del giovedì santo al martedì successivo. Un mesetto prima, un bel lunedì e un bel martedì persi nel nulla dai sei ai diciannove anni perché alcuni bambini andavano in giro in maschera. E prima ancora due settimane a Natale a spezzare asimmetricamente il primo quadrimestre, una celebrazione mariana nel bel mezzo della settimana, e un mesetto prima un’altra interruzione del quadrimestre per un’altra festa in cui alcuni bambini andavano in giro in maschera.
E fra un mesetto – per fortuna il primo maggio cade di domenica – aridagli con la festa repubblicana, poi magari ancora ponte venerdì 3, weekend il 4 e il 5, sui banchi il 6 e il 7, ultimo giorno di scuola l’8 giugno. Ha senso? Mica tanto. Sarebbe forse meglio compattare l’anno scolastico in tre intensi periodi – autunnale, invernale, primaverile – senza tutti questi ponti e ponticelli ma con tre lunghi periodi di pausa da dedicare al recupero di forze e conoscenze. Spiegando ai ragazzi che la Resistenza, il lavoro, la Repubblica, ma forse anche la Madonna e i Santi, si onorano meglio imparando qualcosa anziché stando a casa a poltrire.