Il Roma Jazz Festival fa 50 anni e si dedica a Miles Davis nel centenario della nascita

“Rileggere Miles, ripensare il jazz” il titolo della rassegna 2026 in scena dall’1 al 24 novembre all’Auditorium Parco della Musica “Ennio Morricone”, ma con puntate anche all’esterno. Ad aprire questa edizione Paolo Fresu con Kind of Lives
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Miles Davis (Foto Lapresse)

Sarà un’edizione dedicata al grande Miles Davis quella del Roma Jazz Festival 2026, che quest’anno arriva a un compleanno importante, 50 anni di vita, mentre ricorre pure il centenario dalla nascita di Miles, ma pure di John Coltrane. Era il 1976 quando nacque la kermesse nella particolarissima location della Quercia del Tasso al Gianicolo, un luogo che secondo gli organizzatori andrebbe recuperato. Poi ci sono state diverse sedi prima di arrivare a quella attuale, l’Auditorium Parco della Musica. Dove martedì è stata organizzata una conferenza stampa sui generis, con il locale per le conferenze riadattato a jazz club, con tavolini, performance live e bollicine ad accompagnare. E un talk con le maggiori firme del giornalismo jazz e musicale: Marco Molendini, Claudia Fayenz, Luigi Onori e Paolo Biamonte. “Rileggere Miles, ripensare il jazz” il titolo della rassegna 2026 in scena dall’1 al 24 novembre all’Auditorium Parco della Musica “Ennio Morricone”, ma con puntate anche all’esterno: all’Abbazia di Fossanova, alla Chiesa di San Domenico a Rieti, alla Casa del Jazz e all’Alcazar a Trastevere. Sul palco, davanti ai giornalisti, si sono esibiti Enzo Favata e Domenico Rizzuto.
In che fase siamo nella storia del jazz è il tema intorno a cui ha ruotato la discussione. “Fin dall’esordio il festival si è dato un’identità precisa, che è quella della ricerca. Non abbiamo mai inteso il jazz come un museo in cui chiudersi, per un pubblico di nicchia, ma abbiamo cercato sempre di guardare avanti, di aprirci al mondo e alla contemporaneità, senza stare fermi ma andando avanti in un processo di conoscenza costante. Come del resto ha fatto Davis in tutta la sua vita…”, afferma il direttore artistico, Mario Ciampà. E, nel dibattito coi giornalisti, vengono anche ricordati episodi del passato, come quando, dopo un concerto a Palazzo della Civiltà, Davis volle incontrare i giornalisti e li ricevette in vestaglia nella sua stanza d’albergo. O la prima volta al festival di Michel Petrucciani portato in braccio sul palco. O un concerto definito “ipnotico” di Sonny Rollins. O il grande Wayne Shorter che, in un’intervista post concerto, descrivendo la sua musica, disse: “Voglio aprire una porta verso l’ignoto…”. Insomma, grandi momenti. Del resto da qui sono passati tutti. “Se 25 anni fa eravamo in una fase di passaggio, con i grandi nomi che andavano scomparendo e un futuro tutto da scrivere, ora siamo in una fase più definita con il jazz che spazia in diverse forme, si fa meticcio, non teme di mescolarsi e farsi altro per poi ritornare se stesso: con la musica elettronica, i campionamenti, l’hip hop o il rap, la musica etnica e popolare. Le cose più innovative ora, per esempio, stanno arrivando dal mondo arabo. La sfida del futuro, semmai, sarà come interagire con l’AI”, viene spiegato dai giornalisti sul palco. Insomma, i discorsi sul “purismo” del jazz ormai non hanno più senso. Come insegna proprio Miles Davis con la sua svolta elettronica per cui fu molto criticato, con album come Bitches Brew, prima, e Tutu, poi. Il rammarico di oggi, semmai, è la difficoltà che vivono i piccoli club, dato che per loro i costi di ingaggio di un grande nome sono proibitivi. E molti chiudono. Altro tema dibattuto è quanto ci si può allargare al pop: è giusto che a Umbria Jazz ci siano anche concerti di Mika o David Byrne? “Meglio il secondo del primo, però è l’unico modo per riempire l’Arena Santa Giuliana e con gli introiti di quei concerti si mantengono gli altri. Ma forse qualche paletto va messo...”, la risposta dei critici.
Ad aprire questa edizione (la prima senza contributo economico del Campidoglio) ci sarà Paolo Fresu con Kind of Lives. Poi, tra i tanti, Steve Coleman e i Five Elements, il cubano pluripremiato Gonzalo Rubalcaba insieme a Hamilton de Holanda, gli Yellojackets con Kurt Elling a rileggere i Weather Reports, Jeremy Pelt e, a chiudere, Jason Miles (arrangiatore di Tutu) che omaggerà Davis, appunto. Della nuova scena italiana da segnalare Eleonora Strino, Rosa Brunello, il già citato Rizzuto e Chiara Civello. All’Alcazar ci saranno i polacchi Omasta, mentre gli appuntamenti a Rieti e Fossanova saranno dedicati a John Coltrane, anch’egli nato nel 1916: lui a settembre, mentre Miles a maggio.