Le strategie di Zingaretti per sganciarsi dalla regione Lazio

Se il candidato vincesse le primarie del Pd, non sarebbe così semplice abbandonare la carica di governatore
31 GEN 19
Ultimo aggiornamento: 13:07
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Il candidato alla segreteria del Pd, Nicola Zingaretti (Foto LaPresse)

Roma. Smentisce, smentisce, smentisce, Nicola Zingaretti, presidente di regione e candidato segretario del Pd. Smentisce di voler fare altro, per esempio candidarsi alle Europee dopo una vittoria interna e lasciare lo scranno locale: “Non mi candiderò”, ha detto ieri da Bruxelles, “rimarrò a fare il presidente della regione, proprio perché da amministratore noto quanto sia utile, anche per la politica dei democratici, non perdere l’orecchio sulla strada, sui problemi delle persone e sulla complessità della vita amministrativa”. Non guardiamo “al passato”, ma “a nuove alleanze”, ha detto sempre Zingaretti, facendo sobbalzare chi, nel Lazio, vede l’intesa cordiale e forzata con i Cinque stelle di Roberta Lombardi (causa imperfezione numerica della maggioranza zingarettiana) come il prodromo di un futuro in cui sempre più si cercherà l’inseguimento, in chiave antisalviniana, del famoso e famigerato “dialogo con il M5s”.
E nel giorno in cui Massimo D’Alema fa il suo endorsement – “speriamo che il congresso dia a Zingaretti la forza di aprire un nuovo corso politico. Credo che se c’è una svolta nel Pd si possa riaprire anche una prospettiva di dialogo a sinistra”, e in cui i numeri confermano il primo posto zingarettiano nella corsa pre-primarie, il presidente della regione sembra trincerarsi, in qualche modo, dietro la regione. Ma sembra anche prigioniero della regione stessa. Per quanto smentisca, infatti, il problema resta, sotto forma di domanda: e se Zingaretti diventa segretario del Pd, che cosa succede? E che cosa succede nel Lazio?
Ed ecco che l’idea che il governatore possa dimettersi e candidarsi alle Europee rientra dalla porta: sarebbe cosa logica, sì. Lo sarebbe stata in altri tempi. Ma forse non oggi in questo Lazio, dove i gialloverdi puntano al governo anche locale e dove, a muovere mezza foglia, viene giù tutta l’impalcatura di centrosinistra che il governatore tiene in piedi sotto l’ombrello del suo nome – dai gentiloniani ai centri sociali – ma che non si sa se si terrebbe sotto ombrello altrui, anche se Enrico Gasbarra, già europarlamentare pd ed ex presidente della provincia di Roma, dopo la stagione renziana, si è spostato sull’ala zingarettiana, apparentemente per le parole spese da Zingaretti su Luigi Sturzo (“il richiamo di Zingaretti al manifesto dei ‘Liberi e forti’ di Sturzo in occasione del centenario”, ha detto Gasbarra, “è stato un passaggio significativo nel dibattito congressuale, molto apprezzato da me e da tanti cattolici del partito”), ma chissà se anche con l’idea sottesa di una futuribile staffetta (suggestione già emersa in passato, prima delle ultime regionali). E insomma quella di Zingaretti che lascia il Lazio pare da un lato tentazione, dall’altro rimozione. Due gli spauracchi: la perdita del Lazio e la rottura degli equilibri interni al Pd nel consiglio regionale.