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Yves Saint-Laurent

Il giardino si chiama ancora Majorelle. Per gli appassionati di parchi e giardini è una meta interessante. Per gli ospiti di Marrakech, città imperiale del Marocco, è una visita inevitabile. Il giardino si chiama ancora Majorelle, perché a crearlo fu, tra le due guerre, Jacques Majorelle. Majorelle fu un pittore africanista, oggi un po’ dimenticato. La data della sua morte, 1962, coincise con la riscoperta e con il nuovo trionfo dell’Art nouveau. Il padre di Jacques si chiamava Louis.

di  Tiziana Mian

28 Dicembre 2009 alle 00:00

Il giardino si chiama ancora Majorelle. Per gli appassionati di parchi e giardini è una meta interessante. Per gli ospiti di Marrakech, città imperiale del Marocco, è una visita inevitabile. Il giardino si chiama ancora Majorelle, perché a crearlo fu, tra le due guerre, Jacques Majorelle. Majorelle fu un pittore africanista, oggi un po’ dimenticato. La data della sua morte, 1962, coincise con la riscoperta e con il nuovo trionfo dell’Art nouveau. Il padre di Jacques si chiamava Louis. Era il celebre ebanista della scuola di Nancy che molti annoverano tra i padri del modernismo. La fama rinverdita del padre oscurò quella del figlio. A Nancy nacque l’Art nouveau, a Nancy nacque Jacques. A Nancy avrebbe potuto nascere anche Yves Saint-Laurent. Quando, dopo la guerra del 1870, i prussiani occuparono l’Alsazia e la Lorena, ma non Nancy, molti alsaziani che non volevano diventare sudditi tedeschi si trasferirono a Nancy. I Saint-Laurent, alsaziani cospicui, giudicarono la città troppo vicina alla frontiera. Scelsero invece l’Algeria, terra di Francia oltre il mare. Così Yves nacque a Orano, il 1° agosto del 1936. Nel 1962, l’anno in cui morì a Marrakech Jacques Majorelle, Yves Saint-Laurent fondò a Parigi la casa di moda che portava il suo nome. Era giovane, ma era già famoso.

A diciassette anni aveva cominciato a lavorare con Christian Dior,
a ventun anni ne aveva raccolto l’eredità. Per quasi vent’anni il giardino di Majorelle andò in rovina, mentre Marrakech ospitava una società internazionale ricca ed eccentrica sempre più folta. Il 1983 fu un grande anno per Yves Saint-Laurent. Il Metropolitan Museum di New York organizzò una grande mostra dei suoi lavori. Era la prima volta che a un sarto vivente veniva concesso un simile riconoscimento. Il Metropolitan non era il Moma, il museo d’arte moderna, disposto ad accogliere nelle sue collezioni il minimo oggetto significativo che portasse i segni del suo tempo. Era il tempio della grande arte di tutti i tempi. Yves Saint-Laurent, amico, mecenate, soggetto dei più celebri degli artisti, veniva riconosciuto come grande artista. Per lui cadeva anche l’ultima sottile parete divisoria tra arte e arti applicate. Scompariva quella divisione dei compiti, teorizzata da alcuni e accettata da molti, per cui toccava all’arte sperimentare e trovare nuove strade e alle arti applicate appunto applicare a oggetti d’uso le nuove forme immaginate dall’arte maggiore. Nel 1980 Yves Saint-Laurent aveva acquistato con il suo socio e compagno Pierre Bergé la casa e il giardino Majorelle.

L’ambizione dei residenti stranieri di Marrakech era di restaurare antiche case arabe e imbottirle di tende, tappeti, cuscini. La villa Majorelle era l’opposto: un edificio razionalista, ispirato da Le Corbusier, ambientato in un giardino severo di palme e di cactus. Il pittore, che nelle sue tele aveva celebrato i bruni e gli ocra delle architetture di terra dell’Atlante, nella casa e nel giardino aveva usato il più raro dei colori africani, un blu più profondo e più luminoso del lapislazzuli, meno cupo e meno opaco degli antichi manti dei tuareg. Ancora oggi sono in molti a considerare il giardino il capolavoro di Majorelle. Saint-Laurent restaurandolo ne fece il capolavoro del suo stile. Come in un quadro di Mondrian, che già gli aveva ispirato una collezione, oppose al blu Majorelle il giallo limone, ripopolò il giardino di specie rare di piante, ne fece un’opera d’arte in cui passeggiare, lo aprì al pubblico. Riservò a sé e ai suoi amici la villa, vi sistemò la collezione di arte islamica raccolta con Bergé.

A Orano, muro di pietra assediato dal mare e abbacinato dal sole, un ragazzo di tredici anni dice alle sorelle: “Un giorno avrò il mio nome scritto in lettere di fuoco sugli Champs Elysées”.
A Orano, in Algeria, Yves Henri Donat Mathieu-Saint-Laurent era nato il primo agosto 1936. E’ l’anno della guerra di Spagna. L’impero coloniale francese si estende su cinque continenti mentre l’Algeria fa parte della Repubblica una e indivisibile. Parigi rappresenta ancora la capitale incontestata della cultura, dell’arte. E naturalmente della moda: a quel tempo è semplicemente impensabile che quest’ultima possa dare il la altrove che qui. Yves fu bambino dell’anteguerra, adolescente di prima della decolonizzazione, giovane prima del Concilio Vaticano II. Aveva in quei giorni lontani i capelli biondi e il profilo delicato della madre di origine alsaziana, per sempre sua complice e musa.
Il bimbo fragile dai gusti effeminati, che a casa disegnava modelli, estasiato sfogliava Vogue e, dagli abiti smessi della madre, confezionava vestiti per le bambole delle sorelle e costumi da ballo per quest’ultime, molto più che uno stilista sarà l’interprete di una rivoluzione e di una rottura con un mondo che per essere riesumato oggi fa appello all’archeologia.

Quando nel 1958, a soli ventuno anni, il grande couturier trionfa con la linea Trapèze per la Maison Dior, l’anatomia di Brigitte Bardot fa fremere il mondo; prima di andare al cinema, nel paese di Charles De Gaulle si consulta l’“Office catholique du cinéma”; i francesi vanno a messa e la chiesa parla latino. Aids, mucca pazza, divieto di fumare, cintura di sicurezza… non sfiorano neppure la fantasia della fiction. Insomma i Beatles portano ancora la cravatta. Sia detto soprattutto per situare un punto importante e drammatico nella vita di Saint-Laurent: la sua omosessualità, che rivendicherà come tale fin dall’inizio degli anni Sessanta. Affida senza esitazioni la gestione della Maison, creata nel 1961, della sua fortuna e della sua vita quotidiana a Pierre Bergé, uomo d’affari decisamente anomalo, imprenditore che vive tra pittori intellettuali e politici, incontrato una sera all’atelier Dior e divenuto subito suo amico e amante. Pierre, per Yves uomo e artista, pianta tutto. Vanno a vivere insieme in Place Vauban. L’omosessualità, che è oggi a malapena una particolarità, era allora una colpa nei confonti della morale, un peccato per la religione, un’ anomalia per la legge civile. E, per la medicina, una tara.

Situato così nella sua epoca, si capirà come e perché quel giovane miope dagli occhiali troppo spessi, appassionato di moda e di teatro, alto snello e timido dagli occhi di pervinca, che ha l’aria di un principino o di un collegiale alla sua prima uscita, abbia amato, odiato, sentito e fatto il suo tempo, prima di schiantarvi il talento e la stessa vita.
Per Yves naturalmente tutto comincia a Orano, città che in quegli anni vive tempi d’oro nella vivacità cosmopolita del Mediterraneo: sogni e fantasmi. S’impregna d’opera e operetta al teatro municipale dove si reca con la madre la domenica mattina. Il fanciullo attorniato da fate, ghiotto di feste e travestimenti, d’affetti femminili, che a quindici anni ottiene già riconoscimenti estetici dalla stampa e dal teatro locali, diventa un adolescente solitario a cui il proprio corpo rivela una predilezione per i maschi; già sogna, sui banchi di scuola, dove si deplorano i suoi scarsi risultati, di una città fantastica e libera, di una notte eterna e illuminata, abitata da vedette di teatro e di cinema, ardente e vagamente peccaminosa. Questo sogno è Parigi. La Parigi che la rivista Vogue gli porta in casa, quella del Ritz, degli Champs Elysées, quella letteraria e artistica di Cocteau, la Parigi mondana, Parigi conturbante e perversa che i provinciali di tutto il mondo sognano di conquistare. Trent’anni più tardi le dedica un profumo: “Paris”. Per lanciarlo Joséphine Baker, flacone tra le mani, canta il suo successo degli anni folli “J’ai deux amours: mon pays et Paris”.
E’ la madre a condurlo la prima volta nella ville lumière per ritirare il terzo premio di un concorso lanciato dal Segretariato generale della lana. E’ il 1953 e fa già un incontro determinante: Michel Brunhoff, direttore di Vogue che, visti i suoi schizzi, ne riconosce il talento pur mettendogli davanti una priorità; torna pure a Orano e rifai la maturità (era infatti stato bocciato).

Eccolo, maturato, nel giugno del 1954, il giovane Mathieu-Saint-Laurent. Partecipa una seconda volta allo stesso concorso e questa volta strappa il primo premio. Ma lo assilla un vecchio sogno: le quinte e le scene del teatro. Brunhoff gli facilita l’entrata alla Comédie-Française, dove per mesi assiste alle prove e alle scenografie annoiandosi un po’. Come durante le lezioni di filosofia a Orano, continua a disegnare abiti femminili. Finché un giorno ne porta una cinquantina a Vogue. Brunhoff, sotto choc, telefona a Edmonde Charles-Roux, una delle vestali della stampa della moda: “Il piccolo Saint-Laurent è arrivato ieri. A mia grande sorpresa, su cinquanta schizzi che mi ha portato, almeno venti potrebbero essere di Dior. In tutta la mia vita non ho incontrato mai un simile talento”.

Il papa della moda lo riceve il 20 giugno 1955.
Yves, in camice bianco, sarà assistente di Dior come tanti altri, ma già il 30 agosto dello stesso anno Harper’s Bazaar viene per fotografare il primo abito del giovane oranese. Si chiama “Dovima et les éléphants”. Nel luglio di due anni dopo, Christian Dior annuncia: “Il momento è venuto di rivelare Yves Saint-Laurent alla stampa. Il mio prestigio non ne soffrirà”. In ottobre, un incidente cerebrale colpisce fatalmente Dior in Italia, durante le cure termali. Comincia per Yves un lavoro massacrante fatto di notti insonni angosce e fobìe: a soli ventuno anni il pied-noir dalla pelle bianca e le mani d’oro si troverà alla testa della Maison Dior. Qui comincia la dannazione di Yves Saint-Laurent, perché il suo male è stato anche ciò che più ha desiderato, la moda, il successo, la gloria. “La moda gli ha tolto la giovinezza” dirà un giorno sua madre. E questo mestiere gli risparmierà per giunta ogni contatto con la realtà. Di qualunque problema è Pierre a occuparsi. Yves non sa prendere un aereo da solo. Mette per la prima volta piede in un supermercato quando va negli Stati Uniti.

La sua delicatezza sfiora la morbosità.
Mentre su Pierre Bergé, Nureïev avrà questa battuta: “Quando cammina si ha l’impressione di udire le sue palle urtarsi tra loro”, di Yves una delle sue amiche sorride: “Quando spegne la radio me lo immagino a chiedere scusa allo speaker”. Esige una pace assoluta, nulla lo deve turbare. Pierre il bulimico protegge Yves l’anoressico della realtà. Grazie a lui potrà solo essere e pensare.
Nel 1961 si trovano entrambi a creare la grande casa di moda senza un minimo di capitale perché all’ultimo momento Élie de Rothschild ha rifiutato di investire. Bergé ha venduto il proprio appartamento dell’île Saint-Louis e qualche Buffet, ma non basta. Ci riuscirà: il 15 novembre J. Mack Robinson firma. Mette l’ottanta per cento del capitale, Pierre il resto e Yves una somma da amministratore.  E’ la prima volta che un americano possiede una casa di moda francese. Investirà settecentomila dollari in tre anni. Yves che non è più Mathieu-Saint-Laurent, ma semplicemente Saint-Laurent, acquista un palazzo in rue Spontini, dove espone le sue creazioni. Il successo delle collezioni è istantaneo, tuttavia non ha ripercussioni finanziarie immediate. Dopo tre anni Robinson si ritira e Bergé trova il sostituto, Richard Solomon. Ma la prima grande svolta avverrà nel 1966 con l’apertura della prima boutique Rive Gauche, il cui scopo sarà vendere collezioni YSL in prêt à porter. Nel 1969 i negozi Rive Gauche saranno già diciannove in Europa e dieci negli Stati Uniti.

Gli anni Settanta conosceranno il regno assoluto di Yves Saint-Laurent sulla moda.
Nel 1974 abbandonano la rue Spontini per l’avenue Marceau. Ormai una parte importante del fatturato è data dal settore dei profumi. Nel luglio del 1977 esce “Opium”, che piacerà subito molto e a lungo. Dieci anni dopo sarà ancora il primo profumo francese negli Stati Uniti. Poi viene “Kouros”, il “profumo degli dei viventi”: per lanciarlo Nureïev danza sulla scena dell’Opéra Comique. Nel 1983 arriva “Paris” che dieci anni più tardi raggiungerà un fatturato di un miliardo di franchi (duecento miliardi di lire).
Gli anni Ottanta sono fasti per Pierre Bergé: l’arrivo della sinistra al governo lo fa esultare. Il vecchio militante ne approfitta. Presidente della Camera sindacale della moda, si fa assegnare la presidenza dell’Opera di Parigi. Dal laboratorio americano Squibb compra per YSL i profumi “Charles of the Ritz”. Ormai in casa Saint-Laurent su 2,5 miliardi di franchi (cinquecento miliardi di lire) di giro d’affari, profumi e cosmetici ne assicurano 2,2 (quattrocentoquaranta miliardi di lire). Hanno 2.650 impiegati per quel settore contro soli 342 per la moda. Ma Bergé nel frattempo si è indebitato: la holding francese di Carlo De Benedetti, possiede un terzo del capitale di Yves Saint-Laurent, il resto appartiene a Yves e a Pierre.

Dopo due ristrutturazioni, la società è introdotta in Borsa nel luglio del 1989: quattrocentomila azioni sono offerte al pubblico che ne domanda duecentotrenta volte di più. Ma le cose cominciano a cambiare dalla fine dell’anno.
La Francia che nel 1975 si accaparrava ancora i tre quarti del mercato mondiale del lusso, ne occupa soltanto la metà nel l989. Arrivano gli italiani. Inoltre, le vendite dell’alta moda sono diminuite di molto e la verità è che l’eleganza della strada diventa rara. Bergé si agita per controbilanciare gli effetti di tale fenomeno. Trae profitto dalle amicizie con la gauche caviar, in particolare da Jack Lang, allora ministro della Cultura, e François Mitterrand, per ottenere onorificenze accademiche e mediatiche senza pari. Ma nulla frena il precipitare degli affari. Nel 1991 De Benedetti si ritira e Bergé, che ha dovuto acquistarne le azioni, si trova indebitato fino al collo. Nel settembre del 1992 al Nouvel Economiste dichiara di voler vendere Yves Saint-Laurent. Jean-François Dehecq, presidente di Sanofi, che per le feste di Natale è invitato nella casa di campagna di Mitterrand, riceve Bergé. Il 19 gennaio 1993 all’hotel George V il gruppo Elf-Sanofi annuncia l’assorbimento della Yves Saint-Laurent.

Il quotidiano Le Monde vi vede un’operazione politica
: “Uno della cerchia Mitterrand, Pierre Bergé, padrone di un gruppo di lusso fortemente indebitato, viene salvato da Loïk Le Floch-Prigent, presidente d’un gruppo pubblico, alla vigilia di una scadenza elettorale” . E YSL è salvata. Secondo Le Monde Yves e Pierre si prenderebbero ciascuno una plusvalenza di trecento milioni di franchi (novanta miliardi di lire) più un tributo annuale di dieci milioni (tre miliardi di lire) in veste di consiglieri di creazione e marketing. La Maison non smentisce né conferma.
In giugno, nuova questione: la Commissione delle operazioni di Borsa afferma che un grosso pacco di azioni Saint-Laurent sarebbe stato ceduto in Svizzera fuori mercato, per un ammontare di cento milioni di franchi (trenta miliardi di lire) nell’estate del 1992, proprio alla vigilia della pubblicazione di una perdita semestrale che ha causato una caduta brutale del titolo. Il 17 giugno il Figaro garantisce che Pierre Bergé sarebbe all’origine della transazione.

Quest’ultimo affare finirà in tribunale, ma Bergé otterrà un non luogo a procedere nell’ottobre del 1995. La grande casa ha però ormai perso la fiducia della sua casta o forse è vittima di una vendetta contro una supremazia divenuta a tutti insopportabile. Così già dal 4 febbraio 1993, Bergé non è più rieletto presidente della Camera sindacale della moda e come non bastasse due mesi dopo, fischiato, viene estromesso da questa istituzione. Anche la poltrona di presidente dell’Opera comincia a traballare e tra varie controversie finirà il mandato, previsto per il 1994, senza speranza di rinnovo. Nel frattempo, dopo i licenziamenti con cui colpiva i suoi collaboratori, finisce in tribunale a causa di un incidente mortale avvenuto nel corso di una rappresentazione, per un difetto di materiale. Naturalmente se ne infischia, perché il “Napoleone dell’avenue Marceau” è alla massima potenza solo in mezzo alla bufera. Urla, ingiuria i detrattori. Il “pit bull of french fashion” è più brutale che mai. Contrattacca lanciando un profumo, “Champagne”. Ma va in cerca di grane, si tratta infatti di denominazione protetta.

Il 7 giugno 1993 ecco di nuovo Saint-Laurent chiamato in giudizio.
Agli avvocati non resta ormai che guadagnar tempo stiracchiando la procedura, mentre le vendite aumentano. Questa volta però la giustizia è celere e il 28 ottobre dello stesso anno la sentenza vieta a Saint-Laurent di vendere il profumo sotto quel nome. Alla fine però, neanche questa volta la volpe dell’avenue Marceau ha mancato di fiuto, sono riusciti a vendere 350 mila flaconi in tre mesi per un giro d’affari di duecento milioni di franchi (sessanta miliardi di lire).

Il regno Mitterrand volge intanto al tramonto e Pierre Bergé, dopo aver dichiarato che il Ps non è di sinistra, si prepara a fare la corte a Chirac di cui si farà sostenitore durante la campagna elettorale. Questo giro di boa gli offrirà qualche anno di tranquillità all’interno di Sanofi prima di trovare il futuro acquirente. Nel 1998 quest’ultima si sbarazza di Yves Saint-Laurent, couture e profumi, mentre Pierre Bergé tratta con François Pinault. Ma c’è una difficoltà: il gruppo possiede Gucci e Bergé non sopporterebbe che i manager di Gucci mettessero il naso negli affari suoi e di Yves. L’avenue Marceau è dichiarata intoccabile. Infine viene trovato un accordo. Gucci si prende profumi e boutiques, ma l’alta moda, di cui Bergé resta a capo, diventa proprietà della holding personale di François Pinault, Artemis. A questo punto libero da qualsiasi problema di denaro (ha incassato 68,8 milioni di euro, oltre a mantenere l’esclusiva sugli ordini e i diritti di proprietà intellettuale sulla marca Saint-Laurent, in più la YSL profumi s’impegna a versare quattro milioni di euro all’anno fino al 2016) può darsi finalmente alla politica attiva. Membro degli amici dell’“Humanité”, si avvicina a Robert Hue, capo del Partito comunista, e si batte subito per le trentacinque ore di lavoro settimanali, prima di tutto nell’alta moda.

Difatti Pierre e Yves non perdono occasione ormai per dire che l’alta moda è finita per sempre e il mestiere con lei. Ostentano la loro presenza alle collezioni dei concorrenti piuttosto che assistere alle presentazioni di Yves Saint-Laurent Rive Gauche. Il risultato sarà urtare Gucci e Pinault in modo da chiudere definitivamente la Maison senza che la marca possa venir ripresa nella haute couture. E’ cosa fatta: il 7 gennaio 2002, in una dichiarazione di stile e di grande sobrietà alla stampa Yves Saint-Laurent darà l’addio alla professione lasciando dietro di sé un paesaggio di rovine.
Vi fu un che di tragico nel destino di quest’uomo che amò le donne, non come sono ma come dovrebbero essere, che le spogliò e vestì, che distrusse e creò. Iconoclasta di una donna in fondo sempre esistita, quella anatomica e morfologica, si volle demiurgo di un essere nuovo senza curve né seno, adolescente e androgina, ma sofisticata.

Colui che ha fatto e disfatto un’epoca è stato però fatto e disfatto dalla medesima. Le femministe che sfilavano, i preti che smettevano la tonaca, un po’ più tardi pillola, aborto, divorzio; côté moda, topless, sahariana, smoking per donna e tailleur pantaloni; liberazione ed educazione sessuale, mentre “Sexus” di Henry Miller si vendeva come pane, Sylvia Kristel interpretava Emmanuelle, Jane Birkin cantava 69, année érotique: tutto questo fece la sua fortuna e in certo qual modo la sua disperazione.
Il suo sogno? Una spoglia eleganza. Ma come poteva quest’eleganza non essere in contraddizione con quel paesaggio? La decadenza generale coinciderà con il suo decadimento personale. Quando alla fine della carriera si tinge i capelli di nero come una vecchia civetta, si scatena contro la moda che non dà più valore alla donna, contro una moda che non prende le proprie responsabilità e che ha rassegnato le dimissioni. Giudica l’epoca “deficiente”: “Ho nostalgia degli anni Venti” arriverà a dire proprio lui, il trasgressore, ormai percepito dai suoi successori come una reliquia desueta di un mondo scomparso. “La strada – impreca – è mostruosamente immonda.

La gente crede che le case d’alta moda esistano ancora
, ma dopo Chanel, Schiaparelli, Balenciaga, Givenchy, dopo di me, io lo so che non ce ne saranno più”.
La Francia e la sua influenza continuano intanto a perdere terreno, ne è naturalmente furibondo: “In Italia e a New York, la strada è più bella, le donne si notano di più. Sono più semplici. In Francia… vi è un che di stravaccato nell’aria”, denuncia ancora l’arbitro di tutte le eleganze. Tuttavia se guardiamo da vicino gli irreparabili oltraggi contro cui egli si scatena, osserviamo che assomigliano stranamente a ciò che Saint-Laurent faceva da giovane, e sembrano discendere direttamente dalle sue innovazioni, dalle sue tendenze e dai suoi irreparabili eccessi. Fa la morale ai provocatori e non ha fatto che provocare. Impreca contro il nudo (contro Sophie Dahl, per esempio, che posa nuda per una pubblicità di Gucci per “Opium”) d’un tratto dimentico che fu proprio lui il primo in assoluto a posare nudo e crudo per la pubblicità: “Rive gauche da tre anni è il mio profumo, da oggi può essere anche il vostro”. Cronos, il dio del tempo, divorava i suoi figli. Saint-Laurent è finito divorato dai suoi. Il primo giugno 2008.

di  Tiziana Mian

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