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Romário

Siccome si parlerà di futebol e di Brasile, non ci si sottrarrà nemmeno un istante al luogo comune, anzi lo si porrà subito a dogmatica epigrafe della vicenda e (ma dubitiamo) della sua morale: anche i ricchi piangono. E siccome in Brasile il popolo non è incline al moralismo che è il velo dell’invidia, quando piangono i ricchi finisce che piangono anche tutti gli altri. Soprattutto se le lacrime del Piccoletto sgorgano dal cuore pentito e chiedono giustizia al Giusto Cielo.

10 Aprile 2009 alle 00:00

Dal Foglio del 2 giugno 2002

Siccome si parlerà di futebol e di Brasile, non ci si sottrarrà nemmeno un istante al luogo comune, anzi lo si porrà subito a dogmatica epigrafe della vicenda e (ma dubitiamo) della sua morale: anche i ricchi piangono. E siccome in Brasile il popolo non è incline al moralismo che è il velo dell’invidia, quando piangono i ricchi finisce che piangono anche tutti gli altri. Soprattutto se le lacrime del Piccoletto sgorgano dal cuore pentito e chiedono giustizia al Giusto Cielo. E l’effetto sarà ancora maggiore se il Piccoletto con le sue lacrime inonderà giornali e tivù, sapendo già di averli tutti, ma proprio tutti, dalla sua parte di Giusto Sofferente. Fu così che il Piccoletto parlò, qualche settimana fa, e fece un gran rumore: “Non faccio parte della minoranza dei perfetti, perché sbaglio: come marito, come uomo, come padre e soprattutto come giocatore. Ma non c’è nulla che abbia detto o fatto che possa giustificare la mia assenza dal gruppo degli imperfetti”.

Il gruppo degli imperfetti, manco a dirlo, è la Seleçao, la Nazionale del Brasile in partenza per il Giappone. In partenza senza di lui, senza Romário de Souza Faria detto “o Baixinho”, poiché contro il furor del popolo e a dispetto delle ragioni del cuore, e pure contro la ragion di Stato visto che il presidente Fernando Henrique Cardoso aveva personalmente perorato la causa di Romário nella Seleçao, il perfido cittì Felipao Scolari ha deciso, dopo un anno di dubbi sgarbi e tiramolla, di lasciarlo a casa. Di lasciare a casa lui, il più grande artilheiro in circolazione, il più amato calciatore che ci sia oggi in Brasile. Niente da fare. A casa. Lui. E allora lui, l’occhio lucido nella telecamera: “Lo sanno tutti che al punto in cui sono della mia carriera non voglio certo andare ai Mondiali per trovare un buon ingaggio all’estero” (ecco il tema del ricco, che in Brasile non scatena falsi pudori come da noi). “Il mio è puro dilettantismo, il mio è un ideale decoubertiniano, voglio solo partecipare per trasmettere l’allegria che danno al popolo le vittorie della Seleçao”.

Non è certo se saranno le ultime lacrime nella carriera del Piccoletto, che ormai va per i trentasette. Di sicuro non sono le prime. Romário pianse d’amarezza anche poco prima di Francia ’98, quando un banale infortunio in una carriera di pochi infortuni gli tolse la possibilità di giocare. E tornò a casa, lucciconi lucciconi, uno dei suoi tanti ritorni tristi a Rio, lui che doveva essere la stella, l’altro Ro della coppia Ro-Ro, lui il vecchio e Ronaldo il giovane campione. Lui, soprattutto, che era stato il re del Mondiale d’America, miglior giocatore e capocannoniere, la quarta Coppa del mondo finalmente alzata al cielo. Ci teneva a fare il bis in Francia, ci teneva a riprovarci ora, all’ultima chiamata disponibile. E poi, diciamolo, lasciato a casa per far posto a un Denilson del Betis Siviglia, funambolo di scarso costrutto, ultima citazione conosciuta in un film di Aldo Giovanni e Giacomo, Giovanni che fa le finte da brasileiro per strada coi ragazzini gridando “Denilsooon”, e intanto gli rubano la macchina. (La gag la direbbe lunga anche sulla psicologia inconcludente del tifoso interista, sulla sua propensione brasileira al samba e alle lacrime. Ma sarebbero altre tristezze, meglio piantarla qui).

E dire che o Baixinho, il Piccoletto, è uno che per piangere proprio non ci è nato. A dispetto del lacrimevole barrio di Jacarezinho, periferia povera e dura di Rio, dove è venuto al mondo, ma solo per fuggire, per cancellare nel lusso e nella bella vita il ricordo degli anni brutti (“passavo dai negozi e potevo solo guardare, ora posso comprare tutto quello che si può comprare”). Del resto sarà destino che fosse la notte del sabato di Carnevale, e l’anno di nascita lo stesso della Escola de samba Unidos de Jacarezinho.

Nato sotto il segno dell’acquario e con seri problemi respiratori, ma secondo la leggenda, che conta di più, nato con già la maglia del Vasco da Gama. Nato comunque fortunato, se tutte le volte che è finito in commissariato è riuscito a infilare la porta giusta per uscire, quella che dà sulla strada, e non quella che immette al riformatorio, girone infernale e di sola retrocessione. E se è scampato a un coltello o a una pallottola in fronte, tutte le volte che c’era da sfuggire ai vigilantes che danno la caccia ai meninos de rua. Nato fortunato, se un cacciatore buono del Vasco da Gama lo notò e lo portò via dalla strada, sui campi di calcio veri. Preciseremo che la vista, il talent scout, non dovette aguzzarla più di tanto: del Piccoletto nella favela si dicevano meraviglie e lui subito confermò, in una delle prime partite con la giovanile: segnò 16 gol, finì 18 a 1. Gol che non sono conteggiati nel totale attuale, negli 831 della sua carriera raggiunti proprio in aprile, utili a scavalcare Zico al secondo posto della classifica di tutti i tempi, a siderale distanza da re Pelé, assiso nei cieli di quota 1.281. Ma non sono solo i gol a fare di lui lo sportivo più amato dai brasiliani, popolare quanto lo fu Senna, più di Zico, insidiato negli ultimi anni forse solo da Ronaldo, ma poi Ronaldo è diventato più un figlio del dolore che il nuovo Cristo Redentor di Rio.

I brasiliani si commuovono per la mala sorte, ma non portano rancore alla buona fortuna. E non asfissiano nell’etica della responsabilità. Per questo amano o Baixinho. Romário fa tanti gol? Bene. In campo non corre? Meglio. Non si allena mai? Un grande. È il più pagato del Brasile? Buon per lui e per chi lo ama. Finisce nei guai per evasione fiscale? E che sarà mai… A lui si perdona tutto, la bella vita e le notti brave (“la notte è mia amica”), le liti negli spogliatoi (“un giocatore ha pochi amici, perché nel calcio non esiste l’amicizia vera, prima c’è l’interesse personale”), i pessimi rapporti con tutti i tecnici incontrati, di club (l’italiano Ranieri in pratica lo esiliò da Valencia) e della Nazionale, da Zagallo a Luxenburgo fino a Felipao, quello che alla fine ha avuto la sua pelle. I motivi per cui Romário è il più amato calciatore brasiliano sono presto detti e a un tempo imponderabili. Tra i presto detti c’è che nessuno ha segnato tanto come lui, e poi l’ha fatto ovunque, in Olanda e in Spagna, segno che è bravo davvero, con la sua carriera pendolare tra ingaggi faraonici e saudade, trionfi europei e lenti ritorni a casa.

Aveva 22 anni quando fu comprato dal Psv Eindhoven, la squadra di casa Philips, praticamente un’operazione di recupero crediti della multinazionale olandese sul disastrato mercato brasiliano. Arrivò e furono 19 gol in 23 partite il primo anno, campionati e coppe nazionali nelle stagioni successive. Arrivò e divenne subito una star anche per l’Olanda by night. A Barcellona fu la stessa cosa, campionato e record di gol, nell’anno d’oro 1994. Ma forse tirò troppo la corda, se anche un profeta del calcio libertario come Johan Cruijff un giorno sbottò: “Non dovrebbe tirar così tardi la notte”. E lui di rimando: “Chi crede di essere, mio padre?”. Così che Barcellona durò solo un anno, poi vennero le ubbie di Valencia, il mesto ritorno in Brasile e la nuova vita, ancora campionati, record e gol. L’imponderabile dell’amore sta forse nel fatto che Romário è un istintivo, un genio non regolabile (“come Garrincha”, si dice sempre). I brasiliani amano il loro Baixinho perché è uno che ha sempre mostrato di soffrire poco, sul campo, furbo come un gatto in mezzo agli altri ventuno scalmanati. Uno che ha sempre schivato le botte, ma quando il pallone passa a misura dei suoi regali piedi, allora sono scatti di saetta, danze sulle punte, un’eleganza di movimenti davvero rara. Ed efficace: Romário è un giaguaro, o forse meglio un cobra.

È unico al mondo almeno per una caratteristica: ha il senso innato della vulnerabilità dell’avversario, sa sempre dove e quando attaccarlo e colpirlo. Un lampo, la precisione chirurgica nei piedi. Che poi è il senso dello spettacolo, del tempo e della suspence applicati al campo di calcio. Roba da mandare in estasi la torcida e il pubblico mondiale dei telepaganti. Ma che colpì persino uno spirito teatrale puro come Carmelo Bene: “Romário riesce a esser freddo, fermo, in questo movimento, fermo come un singolo fotogramma… E poi li brucia. I portieri non si rendono conto, perché fa dei gol micidiali. È cinico. Ne scarta quattro con la palla calamitata al piede, e poi li mette nei posti giusti. È un ghiaccio rovente”. Insomma uno baciato dagli dèi dentro e fuori dal campo, i bei gol e lo sbarluccichio del lusso, il sito con pure la pagina delle griffe preferite (scarpe Ferragamo, occhiali Armani e Calvin Klein) e allenarsi mai o comunque poco. Insomma il calcio vissuto ancora come un gioco, o forse meglio come il modo più comodo per diventare ricchi famosi e felici.

A suo modo un irregolare, in un mondo ormai iper professionale anche in Brasile, una specie di George Best ma senza il demone dell’autodistruzione di George Best. Romário l’ha sostituito col demone del primo sopravvivere, secondo vivere bene, all’inferno abbiamo già dato. Che poi è forse il motivo per cui l’Europa lo ha amato di meno. E poi quel modo di fare da capobullo (Jorge Valdano detto El Filosofo una volta lo definì “un calciatore da cartoni animati”). E la fama di uno che pianta grane che solo certi talenti si portano appresso. Un altro è Robi Baggio, e non sarà un caso se Baggio, una volta, ebbe a inserire Romário, il gran rivale a Usa 1994, il rivale che lo sconfisse perché il suo rigore, Romário, lo segnò, tra i più grandi calciatori del mondo. O forse era solo un’intervista a un sito brasiliano, e in fondo aveva iniziato quell’altro, Romário, a fare i complimenti. Perché tra campioni va anche così, non è che ci si voglia sempre bene, e se si ha la fama degli irregolari, qualche volta la si paga.

In breve
È nato a Rio de Janeiro il 29 gennaio 1966. Ha esordito a 18 anni nel Vasco da Gama, a 21 nella Seleçao. Ha giocato in Europa nel Psv Eindhoven, nel Barcellona e nel Valencia; in Brasile nel Flamengo e ancora nel Vasco. È il secondo goleador brasiliano di tutti i tempi, dopo Pelé. Ha vinto campionati e classifiche dei capocannonieri in ogni nazione in cui ha giocato. Con la maglia del Brasile ha vinto la Coppa America nel 1989 e i Mondiali del 1994 (miglior giocatore del torneo e capocannoniere, premio Fifa World Player 1994).

Maurizio Crippa
è nato a Milano nel 1961. Al Foglio ha curato gli Esteri. Ora cura l’edizione domenicale.

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