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José Mourinho

Riavvolgi. Play. José fu chiamato dal padre: “Riscaldati”. S’era infortunato lo stopper titolare e Felix Mourinho guardò il figlio. Aveva 19 anni e non aveva mai esordito in campionato. Era pronto o forse no, scese negli spogliatoi per riscaldarsi. Non tornò, fermato da un messaggio arrivato dalla tribuna in panchina: “Se metti in campo tuo figlio, siete licenziati tutti e due”.

31 Marzo 2009 alle 00:00

1. L’amourinho nostro

Riavvolgi. Play. José fu chiamato dal padre: “Riscaldati”. S’era infortunato lo stopper titolare e Felix Mourinho guardò il figlio. Aveva 19 anni e non aveva mai esordito in campionato. Era pronto o forse no, scese negli spogliatoi per riscaldarsi. Non tornò, fermato da un messaggio arrivato dalla tribuna in panchina: “Se metti in campo tuo figlio, siete licenziati tutti e due”. José rimase a guardare la partita, mentre suo padre si agitava a bordo campo: persero sette a uno e cominciò l’era di José. Perché dicono i biografi più o meno ufficiali, che quel giorno del 1982 Mou decise che avrebbe allenato e non giocato, che avrebbe ordinato e non obbedito.

Nessuno ricorda la data, neanche Luis Lourenco, che tiene schedati i movimenti e tutte le vite di José. “Non aveva neppure vent’anni e giocava nel Rio Ave”. Giocava no, l’ha detto anche lui. Era lì, ma se ne sarebbe andato presto. A casa, a Setúbal. Dove comincia José e dove un giorno finirà, perché lui non s’immagina straniero, ma indigeno, viaggiatore e non immigrato. Il Portogallo è la sua magia, un ideale vissuto e però molto costruito: è diventato grande fuori mantenendo una nostalgia poco dichiarata, eppure forte. Ha la forma di casa sua, in Beco de Arco Cruzeiro: una villa giallina, con le tegole e un’aia di ghiaia, i rampicanti lungo l’arco del cancello. Lì fuori c’è sempre la Ferrari che gli ha regalato qualche tempo fa Roman Abramovich. Mou non ha altra città che Setúbal: può vivere ovunque, ma non si sentirà mai cittadino in un altro posto. Quando era al Chelsea, lui e sua moglie Tami avevano deciso che comunque la loro casa sarebbe stata la villa in Portogallo. Perché si torna per un weekend senza calcio o per un’estate senza conferenze stampa. “Made in Portugal”, scrivevano i giornali inglesi allora. Polemici perché non s’era staccato, malfidati perché non aveva scelto di diventare culturalmente britannico. Mou è terrone nell’anima, s’ambienta e non s’adatta, come i siciliani che vivono ovunque e non si sentono che siciliani anche a New Orleans, come i pugliesi che non perdono l’accento neanche a Buenos Aires.

Se non fosse stato portoghese, José non sarebbe diventato Mourinho. Lo sa lui e lo dicono quelli di Setúbal che adesso hanno imparato a rispondere alle domande di quelli che vanno a scavare nei posti di Mou, dove il diminutivo non è questo, ma Zé Mario. “Noi diciamo che lui è nato con il culo al sole. Gli altri ce l’avevano all’ombra”. Così per dire di essere uguali, ma diversi, con un raggio di sole come unica differenza della vita e della carriera. José è l’abbronzatura dorata di una nazione ai margini da qualche secolo, dirimpettaia dell’Oceano e assalita alle spalle dalla Spagna. Mourinho la vendica con l’orgoglio che ha e con quella voglia di casa perennemente malcelata. “La mia carriera finirà come commissario tecnico della Nazionale portoghese”, ha detto tante volte. La terra, per Mou, dev’essere un ritorno: si va, si conquista e si rientra. Ora in aereo, prima con una Volvo nera decappottabile. E’ così che viaggiò da Barcellona a Setúbal, la prima volta che fu chiamato a lavorare all’estero. “Torno perché mi sono stancato di fare il secondo a qualcuno”.

Mourinho non è cattivo, e che lo disegnano così. Molto s’è disegnato da solo, per sottrarsi alla pena di sentirsi per sempre un raccomandato: suo padre è stato un portiere professionista e poi un allenatore di prima divisione portoghese. Guidava il Vitoria Setúbal, la squadra di José, l’unica che ha mai tifato e della quale è socio, l’unica per la quale ha rotto una volta l’impegno di non guardare partite allo stadio. Quella volta fu proprio nove anni fa. “Avevo deciso di non andare più a vedere nessuna squadra. Aspettavo che mi chiamasse qualche club, non potevo farmi vedere allo stadio di una o di un’altra. Tranne a Setúbal. Tutti sapevano e sanno che è la mia squadra. Andare a vedere la propria squadra è giusto”. Il padre c’entra, comunque. Su quel campo del Vitoria, José ha passato l’adolescenza immaginando di essere qualcuno, sognando di fare il calciatore e di vivere di pallone. Doveva costruirsi una personalità forte per non evitare di essere considerato solo il figlio di qualcuno. Ha scelto l’arroganza come via di fuga dall’idea che qualsiasi cosa avrebbe ottenuto sarebbe arrivata per meriti di altri. Che poi non era soltanto il papà, ma tutta la famiglia. Perché José da piccolo, con un padre sempre in giro, viveva nella tenuta dello zio materno Mario Ascensao Ledo. Un tipo piuttosto noto nel Portogallo meridionale: imprenditore, proprietario di un’industria di sardine in scatola. Soprattutto persona conosciuta e fidata di Antonio de Oliveira Salazar e degli uomini del regime. José ha avuto un’infanzia nel lusso. Viziato sempre e soprattutto dopo la morte della sorella Teresa. E’ stato educato a primeggiare dalla mamma Maria Julia, maestra elementare di quelle toste. Non doveva fallire, José. Non ha fallito. All’inizio il suo mondo non avrebbe dovuto neppure essere il calcio. Aveva provato a giocare. Difensore centrale senza tecnica e con un po’ di grinta. Tanta, cioè. Qualcuno dice ora che non funzionava perché pensava alla geometria dei movimenti di una squadra di pallone. Funziona sempre, perché è la storia dell’allenatore in campo e del predestinato. Mou che troppi giudicano arrogante non se ne è mai fatto un vanto. Ha solo detto la verità: “Sacchi ha rivoluzionato il calcio senza essere stato un grande calciatore”. La madre avrebbe voluto José pianista, oppure commercialista o professore. José ha sempre avuto due passioni: il pallone e i numeri. Allora quando doveva scegliere che cosa fare dopo il liceo, si iscrisse all’università e cominciò a frequentare. Un giorno, stop. Si ritirò da Economia e si iscrisse all’Isef. Si trasferì a Lisbona, con l’idea che la matematica, le equazioni, insomma tutto il resto della vita che aveva vissuto fino ad allora, gli sarebbe servita comunque. Perché non era il professore che voleva fare. Aveva già scelto che il suo futuro sarebbe stato in panchina. Come il padre, meglio del padre che quando fece la scelta gli disse così: “Non pensare di mangiare con il calcio. Fai anche qualcos’altro”. Cioè il professore di educazione fisica e quindi non il massimo per uno nato bene, senza difficoltà, quasi ricco e colto oltre la media. Poi l’ha confessato senza grossi problemi: “Io ho cominciato a voler fare l’allenatore a 20 anni. Ho avuto fortuna, perché sono partito in media con 15 anni di vantaggio sugli altri”. Però non in Portogallo. Cioè sì, perché José non conta la Spagna. La mette in conto come passaggio, non come esperienza.

Allora eccolo il 2000. Lui e la sua Volvo nera partita dalla costa catalana, da Sitges, per tornare a casa, dove era stato solo il traduttore di Bobby Robson allo Sporting Lisbona e prima ancora il professore di educazione fisica. La scuola era la Ana Maria Osorio e lui era sereno. La gente lì se lo ricorda: ex allievi e genitori di quegli ex allievi. “Non era severo, pretendeva soltanto che le regole fossero rispettate. Faceva giocare a pallone, ma non solo: anche pallamano e pallacanestro. Era divertente”. Si dimise per quell’incarico a Lisbona, diventato poi lo stesso di Barcellona: traduttore di Bobby Robson e poi vice allenatore. Il patentino Uefa era andato a prenderselo in Scozia. Però non conta ora. Questo è il suo Portogallo, è il ritorno di nove anni fa. Mourinho è diventato Mourinho, José è diventato José. E’ successo su quella Volvo nera ed è stato come ripuntare il nastro a quel giorno dell’1982, quando il padre lo mandò a riscaldarsi. Diciassette anni dopo Mou prese l’ultima valigia dall’appartamento di Sitges e si mise in macchina con Lourenco. Parlarono e si lasciarono a Setúbal. Che cosa farai? “Per ora il disoccupato. Non ho paura del futuro. Sono molto fiducioso: ho fiducia in me e nelle mie capacità. So che sarà una battaglia, torno in un ambiente in cui la mentalità è diversa da quella con la quale ho vissuto negli ultimi tre anni. So che non appartengo a nessun clan. Mi sento un alieno. Almeno un po’. E poi non sono stato un bravo calciatore, così non avrò la protezione dei colleghi e dei giocatori”. Tornava a casa. Punto. La casa non era ancora quella di oggi. All’inizio si trasferì a Ferragudo, nella villa estiva della sua famiglia. Chi ha vissuto con lui quel periodo dice che era avvolto dai dvd. Fu in quel periodo che disse che non avrebbe più visto partite dal vivo, se non quelle del Vitoria. “Tanto era anche in seconda divisione e tutti sapevano che la serie B non era nei miei piani”.

Quell’estate del 2000 fu anche quella della Bibbia. La chiamano così gli altri e forse anche lui. E’ un blocchetto infinito, fatto di altri blocchetti e di altri ancora: appunti, schemi, ricordi, suggestioni. E’ stato chiacchierato e discusso, perché faceva singolare e sbruffone. Era solo un bloc notes voluminoso: “Ricordo quella vacanza. Ricordo quei momenti perché per la prima volta dopo tanto tempo mi stavo riposando. Cominciai a scrivere un documento che non dovrà mai essere pubblicato. Non è niente di più che la versione scritta delle mie idee messe giù sistematicamente, giorno per giorno, ora per ora. Io lo chiamo così: ‘L’evoluzione dei miei metodi di allenamento’”. Quante favole attorno a quel blocco. Troppe. E’ stato il successo arrivato con il Porto a creare la curiosità, a trasformarla in morbosità. José c’ha messo il carico perché voleva, perché adora la sua diversità. La Bibbia, come tutti chiamano quel benedetto blocco di appunti, è diventato un caso quando lui ha tirato fuori l’equazione: “Motivazione+ambizione+spirito+squadra=successo”. Cibo per giornalisti, hanno detto. José ha sempre saputo giocare con le parole, anche quando era disoccupato. Sperava nel Natale, quell’anno. Pensava: a dicembre scoppia qualcuno e qualche presidente mi chiama. La prima chiamata fu di Robson: “Vieni a fare il mio vice a Newcastle”. “No grazie, ho detto che fare il vice non mi interessa più”. Altrimenti sarebbe rimasto a Barcellona, no? Gliel’avevano offerto, gli avevano anche aumentato il compenso. Era ancora agosto, comunque.

Il telefono squillò di nuovo a settembre. Era Eladio Parames, un ex giornalista diventato dirigente del Benfica: “Vieni a Lisbona. C’è una cosa che ti devo dire. Sono buone notizie”. José si mise in macchina, sempre nella sua Volvo decappottabile. Quant’è Setúbal-Lisbona? Una mezz’oretta. Fuori dalla città accese la radio sul notiziario: “Il Benfica ha un nuovo allenatore, è Toni”. Fregato. Credeva che un amico come Eladio non l’avrebbe disturbato per un posto da assistente. E allora? Se il Benfica aveva un nuovo allenatore, lui poteva anche non andare a Lisbona. Arrivò nervoso, deluso, triste. L’amico gli si fece vicino: “Hai sentito la radio? Bene. Ti presento una persona. Il signor Vale e Azevedo, il presidente del Benfica”. Piacere. Toni era una voce, la copertura per prendere José. Il presidente gli disse solo una cosa: “Io non capisco niente di calcio. Tu sì. Il posto di allenatore del Benfica è tuo”. Nessuno ricorda come sia andata quella stagione. Interessa alle statistiche e basta. Per Mou, quello è stato l’inizio di se stesso come s’era immaginato un po’ di tempo prima. Pensa solo al primo giorno: “Fu il giorno perfetto, come tutti i primi giorni in una nuova squadra. I giocatori puntuali e silenziosi, pronti a darti tutto. Parlai poco, nello spogliatoio. Dissi ai ragazzi: ‘Avete due possibilità. O stare a bordo di questa nave o saltare giù’. Poi non dissi più niente, aprii la porta e andai sul campo di allenamento” Personaggio lo è diventato dopo. A Leiria, cioè dopo Lisbona. Poi ancora di più, a Oporto. Dove ha conosciuto l’Europa, dove il Portogallo è stato il trampolino verso un viaggio che non è finito. C’è stato un giorno in cui José è stato il primo Mourinho che conosciamo adesso. Era squalificato e il Porto giocava contro il Boavista. Nell’intervallo scese nello spogliatoio e cominciò ad alzare la voce con tutti. Nacque il caso Vitor Baia, il portiere più forte della storia del Portogallo messo alla berlina davanti a tutti dal suo allenatore. Urlò con lui e con tutti. Vinse quella partita e poi altre. Tutte o quasi. La Bola scrisse: “E’ ultimo prototipo di allenatore: grande motivatore, parla cinque lingue, studia tutto dell’avversario, prima di creare un video di mezz’ ora a uso interno, è serio, distaccato, poco propenso a sorridere, mai completamente appagato, persino spietato nelle scelte”. Il fenomeno silenzioso, con la “Bibbia” tra le mani e una montagna di dvd e vhs, una specie di nuovo santone, da prendere un po’ in giro come gli altri. “Il prezzo del successo”, ha sempre detto lui.

Il campionato, poi la coppa Uefa, poi la Champions League nel 2004. Bollato come uno che non sorride mai. Diverso, anche nei mercoledì di coppe europee. Mou sconosciuto è diventato conosciuto in quegli anni di Oporto. Col weekend a Setúbal e con la settimana lì, in una città che non ha mai amato e che ha fatto finta di comprendere. Troppo a nord. La finale di coppa dei Campioni l’ha trasformato, l’ha obbligato a raccontarsi: “Da Robson ho imparato ad attaccare; da Van Gaal la fase difensiva”. Il sorriso che non c’era non comparve neanche con la Coppa tra le mani: a Gelsenkirchen rimase sul palco solo pochi secondi, un bacio alla coppa e una mano sulla medaglia appesa al collo. Andò incontro alla moglie e ai figli: “Erano dietro la mia panchina e sono andato ad abbracciarli. Con i giocatori avrò tempo per festeggiare. Ho voluto restare con chi ero stato costretto a trascurare per tanti giorni, perché una finale non si improvvisa, ma si prepara”. Tutti a chiedersi perché. Lo strano, lo scontroso, il burbero, l’arrogante, quello che è arrivato, che si sente il migliore: trenta secondi sul palchetto per una vittoria nell’eternità. Come se non gli importasse di aver dato al Portogallo quello che non aveva (quasi) mai avuto, quello che probabilmente non avrà. Perché? Lo scoprirono solo quando se ne andò. Era stato minacciato di morte il giorno prima. Una lettera anonima, l’ultima di una serie. “José, attento. Tu e i tuoi familiari”. Aveva soltanto firmato un contratto col Chelsea.

(1. Continua)

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