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di Camillo Langone

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L'arte meridionale fa tornare borbonici

Le vedute dei porti commissionate da Ferdinando IV: “Hackert doveva dipingere soltanto la prosperità. E così fece”. Erano puliti i marinai, agghindate le donne, tutti ben vestiti sulle banchine di Trani e Bisceglie, sulle cale di Taranto, Brindisi e Gallipoli a fine Settecento. Non come quegli straccioni dei turisti odierni
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2 OCT 21
Immagine di L'arte meridionale fa tornare borbonici

Jacob Philipp Hackert, Marina piccola a Sorrento, 1794 

Non me ne capitino spesso di libri come “Storie meridiane. Miti, leggende e favole per raccontare l’arte” di Lauretta Colonnelli (Marsilio). Perché questo volume illustrato, divulgante l’arte meridionale e meravigliosamente privo di introduzioni e prefazioni, tutto sostanza, è uno di quei libri che spingono a comprare altri libri, e io i libri non so dove metterli. Per colpa dell’autrice ho subito ordinato i diari di De Nittis (bramoso di leggerne i ricordi barlettani) e sono tentatissimo dal prendere “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi (chissà dove si è persa la copia che lessi, credo proprio in Lucania, da ragazzino). Colpa ulteriore: “Storie meridiane” mi ha fatto tornare borbonico, mi ha riprecipitato nella nostalgia duosiciliana decantando le vedute dei porti commissionate da Ferdinando IV. “Hackert doveva dipingere soltanto la prosperità. E così fece”. Erano puliti i marinai, erano agghindate le donne, erano tutti ben vestiti sulle banchine di Trani e di Bisceglie, sulle cale di Taranto, Brindisi e Gallipoli a fine Settecento... Non come quegli straccioni dei turisti odierni che avrebbero bisogno di un nuovo Hackert che li migliori, che li rivesta, che li renda guardabili.

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Vive tra Parma e Trani. Scrive sui giornali e pubblica libri: l'ultimo è "La ragazza immortale" (La nave di Teseo).

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