L'inimitabile settantenne ragazzità di Vincino

Camillo Langone

Che non mi dimentichi di lui perché fra qualche anno il suo esempio mi potrebbe venire utile. Non sono sicuro di voler diventare vecchio ma se, volente o nolente, lo diventassi, vorrei essere un vecchio alla Vincino. L'ho incontrato per la seconda volta nella mia vita pochi mesi fa a Milano, in redazione. Probabilmente era già malato ma aveva sempre del ragazzo: dinoccolato come un ragazzo, vestito come un ragazzo, curioso come un ragazzo curioso. Settantaduenne, nulla in lui faceva pensare alla pensione. Era rapido, attento, sul pezzo. Era molto evidentemente un uomo vivo, figura rara in tutte le fasce anagrafiche (conosco cinquantenni e finanche quarantenni già semi-morti, lamentosi e inutili). Vincino ha lavorato fino all'ultimo, sempre bravo come quella volta che mi ritrasse per questa rubrichina, cogliendomi perfettamente dopo avermi visto per pochi istanti, senza farmi posare, senza nemmeno aiutarsi con una fotografia. Sintesi strepitosa, talento puro, qualcosa di inimitabile. Imitabile spero sia la sua settantenne ragazzità: dunque tenerla a mente.

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