Politica
Il racconto •
Meloni e rigore. Blinda Giorgetti (che la ringrazia), è stanca di donare “sangue e nomine” a Salvini
Si sta con il ministro dell'Economia, è la linea della premier: "Se è rigorista lui, lo sono anch'io". E non vede l'ora di averlo in Fratelli d'Italia. Intanto mentre Meloni va in visita a Milano e Verona, il segretario leghista abbraccia Orbán e designa Andrea Crippa coordinatore della segreteria
7 NOV 26

Foto LaPresse
Alla Fieracavalli di Verona, un Salvini, Meloni, calmò. Si sta con il ministro dell’Economia. Il rigore di Giorgetti? “Se è rigorista lui, lo sono anche io”. Gli attacchi hacker? “Devono preoccupare”. Se come in Francia si attaccano i frigoriferi che mantengono il plasma, chiede Meloni, proteggerli, “è una spesa sanitaria o per difesa?”. E quando si vota? “Avete questa fissazione. Non vedete l’ora di togliermi”. Lei non vede l’ora di avere Giorgetti in FdI (che la ringrazia) e l’altro, Salvini, di togliersi Giorgetti come fosse un’ernia.
Meloni “gli dona sangue”, gli “dona incarichi”, tra l’altro rischiando ricorsi, come nel caso di Trifone Altieri all’Anac, ma a Salvini non basta. Mentre Meloni va in visita a Milano e Verona (costretta a rispondere sulla nomina di Altieri: “Era nelle nostre competenze farlo”) Salvini abbraccia Orbán, designa al Federale della Lega, Andrea Crippa, coordinatore della segreteria. Era il ruolo che era stato pensato per Zaia, Fedriga, entrambi assenti alla riunione. E’ la prima decisione pesante di Salvini dopo il Congresso, le altre sono di necessità. Viene confermato Alberto Di Rubba, come tesoriere, si vota il simbolo (avevano dimenticato di farlo durante il congresso). Max Romeo resta segretario della Lega lombarda mentre il suo destino da capogruppo al Senato si deciderà il 17 novembre. E’ la data che ha scelto lo stesso Romeo per farsi sfiduciare. Per scelta di Salvini vengono sospesi tutti i congressi provinciali mentre procede quello di Varese, la città di Giorgetti, il ministro che Meloni tutela con questa frase: “Non credo sia rigorista, ma se è rigorista lui, lo sono anche io”. Attenti, è una frase che serve a mettere fine agli attacchi sgangherati a Giorgetti, alla Ragioniera, Daria Perrotta, tutte molliche impastate e pronte per colpire la struttura del Mef. E’ da una settimana che Giorgetti manca da Roma e Meloni sa tutto quello che occorre sapere. Sa che attaccarlo in questi giorni è miserabile. Giorgetti gli ha ripetuto che rimarrà ministro fino a quando “so che la mia linea è condivisa dal mio presidente” e Meloni gli ha confermato che “in economia la tua linea è la mia”.
Quando si scrive, come qualche volta ha scritto il Foglio, che Meloni vorrebbe Giorgetti in FdI, non si fa ironia. Più volte, con quelle frasi che si dicono quando si è di buonumore e felici, Fratelli d’Italia ha chiesto a Giorgetti di pensarci. Il primo a volerlo sarebbe Fazzolari, ma è anche il primo a capire la mozione degli affetti, quel “la Lega è casa mia”. Dicono che Giorgetti abbia ringraziato Meloni e non tanto perché aveva bisogno di essere difeso ma per la piccola prova che gli ha dato. La prova che esiste ancora una destra misurata, credibile e non da deriva ungherese. Se in questi giorni si scrive ancora, e ancora, di Lega, non è per la passione verso le anime vagule e blandule. Si scrive perché il tormento della Lega si ripercuote sull’alleanza. Per mantenere l’armonia, Meloni ha consegnato l’Anac a un leghista, Trifone Altieri, già inseguito dalle opposizioni, forse incompatibile per il ruolo, questo Altieri che ricorda la Lega “ha cominciato giovanissimo nella segreteria di Sergio Mattarella, ministro della Difesa”. Come può crescere un partito che ha come ambizione quello di mandare la gente prima in pensione, un partito che era nato per difendere i capannoni, la fabbrichetta? Berlusconi è vero che prometteva dentiere ma non faceva della pasta adesiva la sua bandiera come sta facendo questa Lega che ha fatto della pensione la sua identità. Nelle aziende si chiamano scivoli. Ebbene, non si contano “gli scivoli”, le pensioni che Meloni sta concedendo a Salvini. Bagnai all’Antitrust, Centemero (sia chiaro, meritato) alla Consob, il deputato Carloni è stato nominato all’Autorità Portuale del Mare Adriatico (e si è dimesso da deputato).
Solo per simpatia, ricordiamo un altro strepitoso leghista, e protagonista, di questo tempo, il presidente Rai, Antonio Marano. E’ stato nominato a maggio presidente della Federciclhub e nessuno ex membro della Vigilanza (caro Angelo Bonelli, è lavoro per te) si è mai chiesto: ma Marano è compatibile con la carica di presidente Rai? La federazione non è forse collegata con la Federciclismo, che tratta i diritti con la Rai? Sono domande. Subito dopo le parole di Meloni su Giorgetti, Salvini ha risposto “che valuterà il pacchetto armi e poi deciderà se votare”. Si riferiva al pacchetto armi per Kyiv atteso al Copasir. Salvini è un problema, da anni, ma ora è qualcosa di più, e non per questi inutili sgambetti. E’ un problema per la coalizione perché ha ancora leghisti da piazzare e i posti da capolista sono pochissimi. Gli incarichi di sottogoverno si sono esauriti e non resta che allargare i collegi. E’ una misura impraticabile per tempi e per la polemica che rischia di generare. Dice Salvini che ha parlato con Giorgetti e che ha trovato i soldi e dice anche che “i rapporti con Giorgetti sono ottimi e che parliamo di scenari internazionali”. Al Mef nessuno sa dove li abbia trovati, nessuno riesce a spiegargli che l’operazione Sud chiama nord è solo un’esercitazione di FdI per favorire la nascita di Nord chiama sud. Ha trovato i soldi. Forse ha citofonato a un re magio.
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Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica. Oggi lavora al Foglio
