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Il programma del Pd, in esclusiva
Il campo largo si prepara a scrivere il programma. Il M5s ha già il suo. Il Pd no e non sembra interessato a diffonderlo. Noi lo abbiamo trovato: 105 punti. Il guaio? La sovrapponibilità con il M5s, non l’incompatibilità. Buona lettura
7 NOV 26

Elly Schlein - foto Ansa
Le elezioni si avvicinano, lo sappiamo. La ricerca di un’alternativa si fa urgente, lo vediamo. E nell’attesa di capire come il centrosinistra deciderà il perimetro della sua coalizione, quale sarà la modalità con cui verrà scelto il candidato premier, quando scriverà il progetto comune su cui far convergere gli alleati, c’è un tema misterioso a cui abbiamo provato a dare una risposta. Il tema riguarda il Partito democratico, ovvero il partito più importante della coalizione di centrosinistra, e il tema riguarda una domanda fino a oggi senza risposta: ma il Pd, che sogna di guidare il paese, che si prepara a costruire le primarie, che si sta adoperando per scrivere un programma di coalizione, un suo programma ce l’ha oppure no?
Il M5s, con precisione, ha presentato il suo programma a settembre. La coalizione, dopo molte titubanze, ha promesso di elaborare un suo programma entro novembre. Ma del programma del Pd nessuna traccia e pochissimo interesse. Abbiamo dunque chiesto alla segreteria del Pd se il programma esista o no, se verrà mai diffuso, e il Pd ci ha gentilmente fatto sapere che il programma esiste già e coincide con il discorso tenuto da Elly Schlein all’ultima Direzione del Pd, quella del 2 ottobre. Il video dell’intervento di Schlein è lungo, sono settanta minuti, difficile trasferirlo in un opuscolo elettorale. Abbiamo provato allora a trascriverlo, con dovizia. Ci siamo ritrovati in mano un documento da 65 mila battute, spazi inclusi.
E allora ci siamo messi al lavoro, supportati dal nostro Foglio AI, per fare quello che nessuno aveva ancora fatto: prendere sul serio il discorso di Schlein, prendere sul serio l’idea che il programma del Pd sia il suo programma e appuntarci tutte le proposte emerse in quell’occasione. Il fatto che per trovare il programma del Pd (26 mila battute) sia necessario rimboccarsi le maniche e darsi da fare è sintomatico di un tema che riguarda il Pd di Elly Schlein, che a forza di combattere contro i personalismi ha costruito un partito così spersonalizzato da avere come unico programma il volto di Elly Schlein.
Il programma sono io, è il messaggio della segretaria del Pd. La sola candidatura del Pd, come deciso dall’Assemblea nazionale, è quella della segretaria. E il programma del Pd, in fondo, è così poco importante, e per questo è così nascosto, per una ragione semplice: parlare di ciò che il Pd vuole fare può essere un rischio, può essere divisivo, mentre puntare sul volto di un leader, facendolo parlare sempre sui temi generali, senza entrare nello specifico, può aiutare a coltivare un rapporto con gli elettori speciale, grazie al quale, in assenza di un messaggio chiaro, ogni elettore può immaginare, magari, che il segretario del Pd possa dire un giorno esattamente quello che il singolo elettore desidera.
Il programma del Pd però c’è, è quello che trovate oggi in pagina, ed è un programma che ci aiuta a capire qualcosa di interessante. Innanzitutto, osservando i punti programmatici, si capisce con chiarezza ciò che era già emerso giovedì 5 novembre a Roma, al Teatro Brancaccio, durante l’incontro dei partiti del campo progressista con la Cgil di Maurizio Landini: Ucraina a parte, il centrosinistra, almeno sul terreno economico e sociale, ha poco su cui litigare. Il Pd, come il M5s, vuole il salario minimo, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, la lotta alla precarietà, il congedo paritario, il ripristino di Opzione donna, l’aumento della spesa sanitaria, più tasse sugli extraprofitti, maggiore progressività fiscale, contrasto agli affitti brevi, rilancio delle case popolari, superamento della Bossi-Fini, opposizione al Ponte sullo Stretto, matrimonio egualitario, legge sul fine vita, riconoscimento della Palestina. E come il M5s, contesta l’obiettivo di destinare il 5 per cento del pil alla Difesa e alla sicurezza, come sarebbe previsto dagli impegni Nato.
Non presenta una strategia organica per contrastare l’immigrazione irregolare e rendere effettivi i rimpatri. Non ha intenzione di mettere al centro del programma il garantismo. Non propone una riforma organica per aumentare la produttività e aprire alla concorrenza i settori protetti. Non ha intenzione di affrontare il tema del nucleare, che pure contribuisce per circa un quinto alla produzione elettrica della Spagna, il paese che Schlein indica come modello. Il problema del programma del Pd, almeno sul terreno economico e sociale, non è tanto la sua incompatibilità con quello del M5s, quanto la sua eccessiva sovrapposizione. Se c’è un tema vero, osservando il programma del Pd, è che se il Pd vuole guidare la coalizione, Ucraina a parte, non si capisce che cosa offra di diverso rispetto a Conte. Il mistero del programma del Pd è un mistero fino a un certo punto. Schlein sembra aver scommesso sul fatto che per provare a vincere le elezioni non serva necessariamente un programma originale, non serva sorprendere gli elettori, non serva rischiare troppo, ma basti un algoritmo: provare a fare ciò che fece Meloni nel 2022.
E dunque, ridurre al minimo gli errori, poco prima del traguardo. Essere meno divisiva possibile, a pochi mesi dal voto. Mettere in campo la difesa dell’Ucraina, per mostrare, almeno su un tema, affidabilità. Provare a essere percepita come tutto e il contrario di tutto, quando è possibile, facendo leva sul fatto che nella storia recente della Repubblica l’alternativa alla fine, qualunque essa sia, viene sempre premiata. I sondaggi, al momento, raccontano una storia diversa, dicono che il centrosinistra è competitivo, in alcune rilevazioni leggermente avanti, in altre sostanzialmente alla pari, ma gli esponenti del centrosinistra sanno che quei sondaggi valgono quello che valgono, perché quando ci sarà un leader, se sarà uno tra Conte e Schlein, quel leader potrebbe allontanare un pezzo dell’elettorato del partito del leader perdente, per non parlare di ciò che Meloni potrebbe guadagnare in campagna elettorale, se di fronte a sé avrà una leadership debole, timida. Il programma del Pd c’è, ma è come se non ci fosse, perché il programma del Pd si chiama Elly Schlein. E se il centrosinistra, programmi alla mano, ha un problema, l’ultimo dei problemi è la compatibilità dei programmi.
Il programma c’è, si farà, non sarà un problema. Il problema, forse, sarà capire se una coalizione fondata sulla rendita, sulla volontà di difendere ciò che ha, avrà la forza di creare un nuovo effetto referendum o se invece la debolezza di una leadership potrebbe far diventare le prossime elezioni non un referendum su chi ha governato ma su chi si presenta chiamandosi alternativa. Il programma c’è, ma non c’è, e il fatto che non ci sia in fondo è tutto un programma.
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Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter.
E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.
