Fanno giri immensi e poi ritornano, ma non si sa se mai torneranno da dove sono partiti, i cosiddetti “centrini”, partiti e formazioni politiche di un macro-centro mobile e cangiante a seconda dell’occhio di chi guarda. Può apparire infatti ben chiuso all’interno dei confini dell’una o dell’altra coalizione, il centro, oppure di vedetta e pronto al grande salto, al di là del muro che separa centrosinistra e centrodestra o ancora solitario (ma multiforme) nella terra di mezzo tra gli opposti schieramenti. E insomma: si fa presto a dire centristi, ché le sfumature di centrismo si contano sulle dita non di due, ma di quattro mani. E neanche contando se ne viene a capo, tanto è sottile e spesso invisibile agli occhi la differenza di opinioni tra fratelli (coltelli?). Ne discende la domanda che sempre ricorre quando un profano chiede a un centrista: ma perché andate divisi, se siete d’accordo su così tante cose, molte più di quelle che vi uniscono al Pd di Elly Schlein e al M5s di Giuseppe Conte (da un lato), e ai Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e alla Lega di Salvini, dall’altro? E che cosa distingue le une dalle altre, altra domanda, le formazioni che nascono definendosi “di centro” o “al centro” di questo o quel campo? Quanto più è comprensibile la sostanza, tanto più appare misteriosa la direzione del centrismo nell’anno pre-elettorale, e il tentativo che segue di disegnarne la mappa non cancella la consapevolezza che tutto, al centro, potrebbe scomporsi e ricomporsi in tempi medio-brevi (nel centrosinistra) o medio-lunghi (nel centrodestra). Certo è che non si vede all’orizzonte una fantomatica “confederazione del centrino”, quella che, in un film utopico o distopico, sempre a seconda dell’occhio di chi guarda, potrebbe forse, “da quanto ipoteticamente è ampia, se si scavalca ogni confine”, scherza un centrista visionario, “arrivare quasi all’agognato 42 per cento” (con tanti saluti a destra e sinistra). Ma nella realtà conviene per ora restare, ed ecco quel che rileviamo.
Il centro nel centrosinistra. Chiamalo, se vuoi, “quarta gamba” o “area riformista” o “Casa riformista”, nel senso della futura lista gemella di Italia viva, con 50 per cento di esponenti centristi non di Italia viva, che l’ex premier Matteo Renzi, da Italia viva, vorrebbe mettere a disposizione di chi volesse unirsi. Solo che là fuori, presso gli altri centristi-centrini-riformisti di centrosinistra, la Casa riformista viene spesso vista come uno spin-off di Iv, anticamera dell’annessione (vedi alla voce Alessandro Onorato, e non è il solo). Anche Riccardo Magi, leader di Più Europa, pur essendo in teoria aperto al dialogo con Renzi, recentemente ha detto, all’indirizzo dell’ex premier, e proprio sull’ipotesi di lista gemella: “Renzi, non fare il marchese del Grillo”. E dunque cominciamo il viaggio dai due partiti già presenti nel campo largo, ma anche (a seconda dei giorni e dei tavoli convocati da Schlein e Conte, ai margini del medesimo). Prendiamo dunque Italia Viva, il partito dell’ex premier ed ex azionista del Terzo Polo che fu (vedi alla voce Carlo Calenda e viceversa): Renzi, all’ultima Leopolda, non soltanto ha ribadito il concetto del “noi siamo qui”, e quindi venite parvulos, nel senso appunto dell’ingresso nella Casa riformista dei centristi di sinistra di ogni ordine e grado, ma si è spinto oltre, lanciando un appello all’area moderata e riformista di Forza Italia (vedi alla voce Roberto Occhiuto, governatore azzurro della Calabria). Perché non venite anche voi?, è il concetto. Da cui la suggestione, al momento fantapolitica, della grande coalizione extra-coalizioni che mangia i consensi delle coalizioni stesse o che, dopo il voto, in caso di pareggio, rende plasticamente evidente il rimescolamento delle carte. E perché non andiamo anche noi?, è l’altro concetto, nel senso del tavolo programmatico esteso (cioè non limitato a Pd, M5s e Avs), infine convocato dalla segretaria dem per oggi, anche se in videoconferenza. Iv ci sarà, come le altre povere creature convocate con ritardo, e intanto la capogruppo alla Camera di Iv ed ex ministra Maria Elena Boschi è già stata non al tavolo, ma sul palco (della Cgil, giovedì, con gli altri leader del campo largo, prova generale di dialogo, pur senza accordo sulla patrimoniale). E non è tutto: la nuova legge elettorale ci mette lo zampino. Nel senso che Iv, stimata al momento attorno al 2,4-2,5 per cento, potrebbe essere la beneficiaria della norma del Melonellum che premia per così dire il miglior perdente (sotto il 3 per cento), cosa che renderebbe il progetto aggregatore di Renzi l’unica via possibile. Non per niente Magi, ed eccoci a Più Europa, ha definito la cosiddetta norma cosiddetta “anti-cespugli” come una “porcata”, durante e dopo il lungo sciopero della fame contro il Melonellum-Stabilicum. E dunque Magi, a fine settembre, a monte dell’approvazione della legge elettorale e dell’omerica Leopolda renziana (omerica nel senso della scenografia e delle intenzioni), intervistato da Repubblica, parlava di “lista unitaria” anche con Renzi, “a patto che Renzi sia leale” (in ogni caso, Magi non figurava tra gli invitati alla Leopolda, anche se il precedente in tema di alleanza c’era: la lista Stati Uniti d’Europa, fondata dalla compianta Emma Bonino e da Renzi per le Europee del 2024). E se Renzi viene visto anche in modalità “tessitore della tela dei sindaci”, vedi presentazioni del suo libro “Qvando c’era lei” (ed. Solferino), a Roma con il sindaco dem Roberto Gualtieri e a Milano con il sindaco di centrosinistra Beppe Sala. E quando dici sindaco (vedi alla voce “possibili federatori”) viene subito in mente l’altra sindaca, quella di Genova, la dem Silvia Salis, non presente quest’anno alla Leopolda, ma presente lo scorso anno, e comunque considerata a lungo dai renziani, nonostante le smentite dell’interessata, nome spendibile per federare il centro del centrosinistra o l’intero il campo largo (ma in tal caso nella rosa dei nomi ci sono anche Gualtieri e il sindaco dem di Napoli Gaetano Manfredi). Fatto sta che, al momento, Magi è uno dei tessitori del cosiddetto “sotto-insieme” del campo largo allargato, fatto cioè di interlocuzioni tra Più Europa, Più Uno dell’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini e Primavera, associazione che fa capo all’ex ministro dello Sport nel governo Conte II Vincenzo Spadafora, in nome dell’accordo e dell’apporto delle forze riformatrici liberal-democratiche. Sempre Magi, intanto, nel nuovo quadro di sforzi per aggirare l’obbligo di abnorme raccolta firme nei collegi (6000 per collegio) che la nuova legge impone a chi è sprovvisto di rappresentanza parlamentare, ha visto fallire, a fine ottobre, in seno all’Ufficio di presidenza di Montecitorio, la richiesta di costruzione del nuovo gruppo che poteva essere la base di una lista centrista unitaria (da Più Europa e da Più Uno): con 9 voti contrari e 6 a favore, è stata infatti bocciata la richiesta di Magi di creare un nuovo gruppo parlamentare con la denominazione “Più Europa-Centro Democratico, Stati Uniti d’Europa” con Bruno Tabacci (e il suo Centro democratico), Luca Pastorino, Benedetto Della Vedova (Più Europa, ma con linea più centrista di Magi, nel senso del dialogo con i calendiani) e Aboubakar Soumahoro (ex Avs; lo si ricorda per gli esordi con stivaloni in gomma e per la strana vicenda parenti). Contraria la maggioranza, a favore le opposizioni, assenti i centristi di Azione e Italia Viva, cioè i deputati Roberto Giachetti e Antonio D’Alessio. Da cui polemiche sia sulle assenze sia sull’ufficio di presidenza che “fa politica elettorale”. E da cui la necessità di Più Europa e Più Uno (sostenuto dal Centro democratico di Tabacci) di raccogliere comunque le firme anche se, avendo Più Europa una componente nel gruppo Misto, saranno firme scontate rispetto al totale (solo 1500). Stessa cosa per Progetto civico di Alessandro Onorato e per il Nuovo Psi di Maraio, ai quali il M5s ha “prestato” il senatore Luigi Nave. Ed è qui, lungo questa serie di scenari e fatti concatenati, che l’atlante del centro si mostra in tutta la sua multiforme complessità. La prima complessità è stata esemplificata dall’aruspice Angelo Bonelli, cofondatore di Avs con Nicola Fratoianni, con la frase profetica: “I centri (nel centrosinistra, ndr) potrebbero essere due”. Ed ecco che entrano in scena gli altri attori del giallo che va sotto il nome di “che ne sarà della quarta gamba”? Nota bene: i personaggi sono titolari di una sigla (e quindi di un partito) ma entrano ed escono, come comparse e co-giocatori, dalle altre formazioni.
Progetto civico Italia (Alessandro Onorato). Partendo dalla fine, nel senso degli ultimi avvenimenti, vediamo Onorato, assessore al Turismo, Sport, Moda e Grandi Eventi della Giunta Gualtieri, agli Stati generali del suo PcI, nato come movimento dei civici (sindaci, amministratori, cittadini impegnati nelle amministrazioni) nell’autunno del 2025 e poi diventato partito, sotto il benevolo sguardo del guru dem Goffredo Bettini (alla prima kermesse, a Roma, il 20 ottobre 2025, comparivano tra gli ospiti – e ogni indizio conta oggi agli occhi degli esegeti – l’ex premier a Cinque Stelle Giuseppe Conte e i sindaci di Genova e Napoli Silvia Salis e Gaetano Manfredi). Quanto a Gualtieri, presente agli Stati generali e all’avvio del percorso di Onorato, oggi si trova di fronte al dilemma: un suo assessore che vuole correre alle primarie (e Onorato ha già detto più volte che correrà), è opportuno oppure no? In area Campidoglio più d’uno scuote la testa, e un gigantesco “no” fa capolino all’orizzonte (ma oggi Onorato sarà all’Auditorium di Via della Conciliazione, per il lancio ufficiale della campagna per il bis del sindaco). Agli Stati generali, con il presidente e già leader di Controcorrente Ismaele La Vardera, Onorato ha avviato un percorso di alleanza con Enzo Maraio, segretario di Avanti-Psi. “Alle primarie ognuno per conto suo, con il proprio valore aggiunto, l’unione si farà successivamente”, ha detto il leader di PcI a questo giornale qualche giorno fa, aggiungendo poi, su Repubblica, che “o il centro si unisce” o lui corre alle primarie e che “non c’è bisogno” – calendario alla mano – di dimettersi dalla carica di assessore. Sempre agli Stati generali, convention in stile Usa con magliette e cappellini, oltre a battere sul concetto “non si può” (come dicono gli altri), ma “si può” (come dice PcI), Onorato ha presentato “dieci proposte programmatiche con copertura”, e mostrato i numeri: “Abbiamo oltre 12 mila iscritti, siamo presenti in più di 1000 comuni italiani”. Ultimo, ma non ultimo particolare: se gli si chiede di Renzi, Onorato dice: “Noi siamo diversi, veniamo dal basso, siamo civici. Renzi è un’altra storia” (con buona pace degli esordi civici di Renzi, ex sindaco di Firenze). E se gli si chiede di Ernesto Maria Ruffini, Onorato risponde: “Ci parliamo spesso”.
Più Uno (Ernesto Maria Ruffini con Franco Gabrielli). Il partito dell’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate è nato il 10 ottobre scorso dopo un lungo viaggio per l’Italia sotto forma di movimento, e prima ancora di libro, guardato con molto favore dagli ambienti già prodiani e dalle aree del centrosinistra non lontane dal Colle. Lui, Ruffini, a settembre aveva anche considerato l’idea di gareggiare in caso di primarie aperte con l’obiettivo, diceva, di “allargare il consenso”, proprio perché Più Uno era nato per “coinvolgere persone”, magari quelle che non votano più. Ma, con l’avvitarsi degli eventi, lo stesso Ruffini, affiancato dal già prefetto Franco Gabrielli, ha buttato il cuore oltre l’ostacolo dei possibili personalismi: “Le forze fuori dal campo largo si presentino con una lista unica, anche alle primarie”. Il concetto insomma è: “Troviamo la sintesi”. Tra le proposte presentate a Roma, su welfare, sicurezza, casa, mezzogiorno e sanità, figurava la “precompilata dei diritti”, rovesciando “l’onere della prova” e della fatica burocratica tra Stato e cittadino. Quando li chiamano “sbirro ed esattore”, Gabrielli risponde: “Sempre meglio di un evasore e un delinquente”. Quanto a Renzi e alle diffidenze verso Renzi in area Conte e Onorato, e ad alcune perplessità in area Più Europa, Ruffini ha ribadito più volte il concetto: no veti, no veti, no veti.
Avanti-Psi (Enzo Maraio). Alleato del Progetto civico Italia di Onorato, il segretario del nuovo Psi Maraio si presenta come il volto moderato dell’intesa pre-elettorale con l’assessore romano. Rispetto a Renzi, a fine ottobre, aveva detto: “In quest’area tutti fanno appelli all’unità, ma proprio da Renzi mi sarei aspettato di più: contano i fatti, e i fatti ci dicono che alla Leopolda non ha invitato nessuno degli interlocutori ai quali oggi fa finta di aprire”. Detentore congiunto del futuro passepartout elettorale grazie al beau geste del senatore Luigi Nave del M5s (no all’abnorme raccolta firme), Maraio si pone l’obiettivo di “unire e innovare”. E le primarie? “Onorato sarebbe un ottimo candidato”, dice.
Primavera (Vincenzo Spadafora). Ex ministro nel governo Conte II, ex presidente Unicef Italia, fondatore dell’associazione Primavera che si propone di far tornare a votare chi non vota più, coinvolgendo i cittadini disillusi “a partire da professioni, università, associazioni), da mesi Spadafora si sgola: facciamo la Costituente (del centro del centrosinistra). Ma le risposte sono state poco incoraggianti. Ergo: Spadafora si candida alle primarie, ma sperando di non arrivare a tanto: “Guardiamoci in faccia”, dice ai colleghi centristi del centrosinistra: “I nostri soggetti restano inchiodati al di sotto dell’1 per cento: trovo il dibattito su Renzi incomprensibile. Il suo 2,5 per cento rappresenta un milione di elettori: vogliamo mettere il veto a questo elettorato?”. Oggi Spadafora sarà ascoltato nel corso della prima videochiamata collettiva del campo largo allargato. Qualcuno ci sentirà da quell’orecchio? A livello locale, su Roma, e in Parlamento, con Paolo Ciani, il centrosinistra può contare poi, al confine tra centro e sinistra, anche su Demos (Democrazia solidale).
I post democristiani Clemente Mastella (Noi di Centro) e Bruno Tabacci (Centro democratico). Storici personaggi chiave del centrismo post Dc, politici esperti passati attraverso tre Repubbliche, ricoprono il ruolo di saggi, ma anche, spesso, di apporto-chiave quando il gioco si fa troppo complicato per lo schematismo bipolare. Mastella dice che il suo 0,7 per cento sarebbe determinante per far vincere il centrosinistra, ma critica l’idea fissa di Schlein e Conte sulle primarie: così ci si fa in quattro per far vincere Meloni, è la battuta allusiva al campo largo ristretto, e meglio sarebbe unificare. E comunque, “senza il centro si è in un vicolo cieco”. Bruno Tabacci, invece, con il suo Centro democratico, è anche visto come ideale “traghettatore” di forze appena nate, oltre lo scoglio della suddetta abnorme raccolta firme (ne sanno qualcosa Ruffini e Magi), ed è però ugualmente contrario all’idea di “primarie-ordalia” tra Schlein e Conte. Richiamandosi a Prodi, Tabacci ha spesso acceso i fari sulla necessità di concentrarsi sul programma.
Terra di mezzo ovvero il centro-centro.
Proprio Il Centro, nomen omen, si chiamerà la lista con cui il segretario di Azione ed ex ministro Carlo Calenda, ha detto lo stesso Calenda a questo giornale due giorni fa, si presenterà a elezioni con l’ambizione di non andare né con il centrodestra né con il centrosinistra e di restare testardamente solitario rispetto ai due “bipopulismi”. Solitario, ma unitario con le altre forze che si muovono nell’area. Cioè Spazio Pubblico della vicepresidente ex dem del Parlamento Europeo Pina Picierno, la Fondazione Einaudi, anche nella veste di incubatore di idee, e i Libdem (ed ecco che sorge un altro problema: con quali Libdem Azione può allearsi, è la domanda, vista la recente spaccatura di linee interne: il segretario Luigi Marattin dialoga con il centrodestra e non esclude l’accordo (“se son rose fioriranno”, ha detto), mentre il presidente Andrea Marcucci vuole restare, come Calenda, testardamente equidistante. Avvertenza: mentre scriviamo non sappiamo come finirà). Sulla situazione nel centro del centrosinistra, Picierno è critica (rispetto alle primarie e a molte prese di posizione). Calenda invece è lapidario: “Ma come fanno (i riformisti nel centrosinistra, ndr) a restare lì, visto che non la pensano su nulla come Conte, con un Pd che segue Conte?”. E ancora: “Noi non ci posizioniamo al centro per una scelta filosofica, ma perché su alcuni punti valoriali non si può transigere”. E Renzi, ex compagno nel Terzo polo esploso e imploso? “Non lo capisco”, dice Calenda”. E Onorato? “Progetto civico Italia è come il partito dei contadini nella Polonia comunista, creatura di Bettini”. E Ruffini e Gabrielli? “Punto interrogativo”.
I centristi nel centrodestra. E qui si entra nell’utopia-distopia a seconda dell’occhio di chi guarda (distopia per Meloni e Schlein). Tanti sono infatti i potenziali centri-centri nel centrodestra: si va da alcuni settori di Forza Italia – il suddetto Roberto Occhiuto non è solo – alla postura di Noi Moderati di Maurizio Lupi, Mara Carfagna e Mariastella Gelmini, fino all’enigma centrista-autonomista di Sud Chiama Nord del sindaco di Taormina Cateno De Luca, fresco di accordo elettorale con Fratelli d’Italia, in chiave di bilanciamento anti-Vannacci. Regna però il mistero sul grado reale di centrismo ortodosso del vulcanico Cateno-Scateno, oggi gemellato con i cosiddetti “civici di centrodestra”, i “Sindaci d’Italia”. A sinistra, area Onorato, dicono che il loro modello è stato copiato dai meloniani. Chissà.