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sentimento di appartenenza •
Troppo razionali, i riformisti hanno bisogno di ripensarsi per contare a sinistra
La politica non è solo razionalità, è fatta anche di sentimenti, e della capacità di vedere e mobilitare i sentimenti. Sull'Ucraina sembra che non sia sufficiente parlare di armi, di confini, di diritto internazionale. Servono anche i sentimenti coinvolti nella identificazione nazionale, che muove i cuori

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Il riformismo è passato di moda? Sembrerebbe proprio di sì, a sentire i tanti che nel dibattito politico, non solo italiano, scelgono le parole e le idee più estreme e radicalizzate. A destra come a sinistra, sembra questo l’animus della fase che viviamo. Attenzione, però: è soprattutto a sinistra che questo animus fa male. Certo, è in atto nei paesi democratici una crisi dei grandi partiti popolari che hanno guidato il dopoguerra, la costruzione della Nato e quella dell’Europa. All’interno di questa crisi, la sinistra vive una difficoltà specifica, che la lascia spesso senza parole che non siano stanche ripetizioni di luoghi comuni. La sinistra è la parte che si è identificata con il Welfare state e le grandi conquiste sociali del Novecento, fondate su rapporti di lavoro e su una dimensione nazionale della democrazia che oggi non tengono più. E’ anche la parte che, in tempi più recenti, si è identificata con una lettura univocamente ottimistica della globalizzazione, senza vedere i problemi da essa provocati, quei problemi di disorientamento e insicurezza che hanno prodotto lo spostamento a destra che si verifica oggi in tutte le democrazie. La destra cavalca questa insicurezza; la sinistra ha bisogno di un pensiero nuovo. E qui c’è il ruolo dei riformisti, gli unici che possono proporre una riflessione capace di seguire strade nuove: quelle di una sinistra coraggiosamente liberale, capace di cambiare paradigma quando il mondo cambia così profondamente.
Anche i riformisti, però, devono un po’ ripensarsi. Tra tanti pregi, hanno un difetto: quello di essere troppo razionali. La politica non è solo razionalità, è fatta anche di sentimenti, e della capacità di vedere e mobilitare i sentimenti. Pensiamo al tema che oggi per i riformisti è il principale: quello dell’impegno europeo per la difesa dell’Ucraina. E’ sufficiente parlare di armi, di confini, di diritto internazionale? Sembrerebbe di no, a giudicare dalla tiepida partecipazione delle opinioni pubbliche europee, salvo quelle che si sentono direttamente minacciate dalla Russia. Allora il discorso va un po’ rivisto e allargato. Certamente Putin ha attaccato l’Ucraina per evitare il contagio democratico che ne poteva venire. Ma c’è anche un elemento culturale o ideologico, che lo stesso Putin ha esplicitato nel modo più chiaro nel discorso tenuto un paio di giorni prima dell’invasione. E’ il tema del mondo russo, il russkij mir. L’Ucraina non può essere lasciata andare perché fa parte del mondo russo. Perché sottolineare questo punto? Perché ci dice qualcosa di importante sul ruolo dei miti politici. Perfino in una autocrazia dove l’opinione pubblica è repressa e soffocata, come la Russia, il mito politico serve a cementare il consenso intorno all’autocrate. Certo non il consenso dei poveri ragazzi che si arruolano per dare un po’ di soldi alle famiglie, ma tuttavia anche in Russia esiste una fascia di consenso, soprattutto nelle élite, che sorregge Putin, senza il quale Putin cadrebbe.
Ancora più importante è il ruolo del mito politico nelle democrazie. Pensiamo alla Francia. Il richiamo di Macron alla difesa della Repubblica poteva essere fatto in Italia? Per noi italiani la repubblica è un assetto istituzionale. Per i francesi è un mito nazionale che comprende la presa della Bastiglia, la Dichiarazione dei diritti, le armate della Rivoluzione.
Voglio dire che gli aspetti culturali e ideologici sono importanti e devono essere considerati con attenzione. Certo, un mito politico non si costruisce a tavolino. Nasce nel fuoco della storia, se si riconosce il ruolo dei sentimenti politici. Da un po’ di tempo si parla dei sentimenti in politica, ma si pensa solo alla paura. Ma contano anche i sentimenti coinvolti nella identificazione nazionale, che muove i cuori. Sentimenti che consideriamo di destra ma non lo sono, anche se la destra è abituata a cavalcarli. Sentimenti dei quali va cercata una declinazione di sinistra riformista. Per esempio, già dire “se vuoi la pace, difendi la democrazia” (copyright Giorgio Tonini) è un passo verso la creazione di un mito unitario – l’Europa come terra della democrazia – che vada oltre il semplice trasferimento tecnico-giuridico di sovranità. Il sentimento di appartenenza alla comunità nazionale non è qualcosa che si possa ignorare o disprezzare; l’Europa funzionerà se si riuscirà a trasferire almeno in parte su di essa questo sentimento di appartenenza.