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Le armi di Meloni. Vuole approvare il pacchetto per Kyiv per tentare Calenda. Il pressing di Crosetto
La premier confida in Crosetto in un passaggio, quasi silente, dal Copasir. Fa sponda con Tajani e a Salvini offre il rilancio dell'opzione diplomatica. Il ruolo di Marattin e Calenda, profondi sostenitori dell'Ucraina
31 OTT 26

A precisa domanda non si è potuta sottrarre. A Giorgia Meloni, hanno chiesto se la postura di Matteo Salvini, che dopo essere stato rincoronato segretario della Lega ha detto che non voterà più nuovi aiuti militari all’Ucraina, possa cambiare qualcosa nel sostegno a Kyiv. Al che la premier ha sì detto di rispettare “la sensibilità di un alleato importante come la Lega”. Ma ha altresì aggiunto che la “quella sensibilità è stata espressa anche in passato e abbiamo trovato una sintesi. Non prevedo che quella sintesi cambi”. Anche se in realtà quella chiarezza, quel sostegno indefesso a Kyiv, almeno nel licenziare nuovi aiuti militari con l’andare del tempo s’è increspata. Visto che nuovi pacchetti non ne vengono approvati dallo scorso novembre. Un inedito rispetto alle precedenti dodici occasioni. Meloni però sa che quella scelta non potrà essere postposta all’infinito. Anche nella scelta di affidare il dossier nelle mani del ministro della Difesa Guido Crosetto c’è la consapevolezza che bisognerà accelerare. E infatti ieri lo stesso Crosetto ha detto che il pacchetto arriverà “entro fine anno”. Anche perché in Ucraina “stiamo parlando di un inverno difficilissimo”, ha aggiunto il ministro. Il ragionamento che si fa in questi giorni a Palazzo Chigi, infatti, è che un nuovo pacchetto nelle prossime settimane, tra la metà e la fine di novembre, consentirebbe di avere un intervallo sufficiente fino al pieno della campagna elettorale. Con la speranza che quello non diventi il fulcro e delle sparate di Vannacci (di cui Meloni dice “il suo obiettivo è farci perdere”) e del riposizionamento a destra di Salvini. Della serie: meglio adesso che a ridosso delle urne.
Anche per questo, nonostante Meloni abbia ripetuto di avere “rispetto per il dibattito interno alla Lega”, ha da tempo stretto un sodalizio con l’altro vicepremier, Tajani, che sull’Ucraina la pensa come la premier. Tanto da dire a più riprese che “il pacchetto è pronto”, quando in realtà ancora se ne stanno limando e ultimando i dettagli. I quali a ogni modo resteranno per la gran parte secretati e transiteranno dal Copasir, con ogni probabilità dopo le elezioni di midterm americane. A ogni modo entro la fine dell’anno dovrà poi essere discusso un nuovo decreto perché quello vecchio, che autorizza l’invio di armi, scade il 31 dicembre. Meloni ha parlato di “orientamento prevalente” in maggioranza. Ed è proprio l’asse con Forza Italia quello che le permette di tenere (per ora) a bada la fuga in avanti leghista.
C’è però, nelle intenzioni della presidente del Consiglio, anche una ulteriore ragione che spinge a non traccheggiare troppo sull’invio di armi. In un tentativo di allargare al centro, nelle ultime settimane si sono stretti accordi come quello con “Sud chiama nord” di Cateno De Luca, così come con Alternativa popolare, ex formazione di Stefano Bandecchi (che ne è uscito per formare un movimento suo), s’è rinnovato l’accordo con la DC di Gianfranco Rotondi. Ma Meloni vuole di più: creare le condizioni per attrarre nel centrodestra personalità quali il leader dei libdem Luigi Marattin. Ma anche (e soprattutto) Carlo Calenda. Con cui i punti di contatto sono molteplici: solo settimana scorsa al Foglio il senatore di Azione diceva che Meloni sarebbe stata “un’ottima mediatrice europea in Ucraina”. Anche se a quella concordanza manca il pezzo del pacchetto di aiuti, il cui rinvio per un anno è sempre stato indigesto all’ex terzopolista.
Accanto all’invio di armi, sempre in quella risposta di fronte a Salvini, Meloni ha anche aggiunto che sono tutti d’accordo per una soluzione di pace. Un riferimento all’insistenza leghista (e non solo) sulla soluzione diplomatica cui dovrebbe lavorare l’Unione europea. Su questo l’intento è quello di continuare a fare un lavoro di convincimento a livello comunitario. Anche scomodando il rapporto (non più idilliaco, a dire il vero) con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Quanto meno per accelerare l’invio di un mediatore europeo (si era fatto il nome della stessa premier) che restituisca l’urgenza di un’intervento. E che serva a tenere a bada un alleato sempre più riluttante ad accodarsi a, usando le parole di Meloni, “l’orientamento prevalente in maggioranza”.
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Pugliese, ha iniziato facendo vari stage in radio (prima a Controradio Firenze, poi a Radio Rai). Dopo aver studiato alla scuola di giornalismo della Luiss è arrivato al Foglio nel 2019. Si occupa di politica. Scrive anche di tennis, quando capita.
