La via maestra per non smentire ciò che Meloni è diventata

In quattro anni la premier ha normalizzato la destra italiana, tenuto insieme sovranismo ed europeismo, sostenuto l'Ucraina e difeso i conti pubblici senza farsi travolgere da Trump e Salvini. Procedere su una linea che ha stupito alleati e avversari, senza straparlare, resta ancora la regola migliore

31 OTT 26
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(Foto Getty)

Per quattro anni e più Giorgia Meloni ha evitato di straparlare. Su certe questioni strategiche, guerra e pace, alleanze, Europa, è arrivata fino a un’onesta e dissimulante reticenza, quando la cosa politicamente tornava. In questo modo ha tenuto insieme una coalizione e una classe dirigente non di primissima qualità, senza eccedere in personalismo nonostante qualche eccesso canterino, attuzzi e mossette, perdonabile per la prima donna sotto assedio a Palazzo Chigi. Ha evitato che le bizze di Trump la travolgessero, ha tenuto insieme un timbro di forza conservatrice e sovranista, per così dire, con un europeismo sostanziale e una capacità di legare con maggioranze a lei estranee sia a Bruxelles sia a Strasburgo, un modo perfetto per procurarsi la fama di persona che ha a cuore lo stato e perfino la sovranazionalità, la forza della diversità europea, anche in un momento di estrema difficoltà.
Non ha premuto sul tasto dell’immigrazione secondo una logica di demagogia securitaria, cavalcando la paura sociale come avrebbe voluto il suo socio di estrema minoranza, l’incauto e inesperto senatore Salvini. Ha cercato anzi di inventare, con quella storia strana degli hub extraterritoriali, soluzioni che sono piaciute e che hanno in parte condiviso socialdemocrazie scandinave e in certa misura anche gli inglesi, conservatori e laburisti, con effetti finali sulla burocrazia dirigente di Bruxelles e sulla maggioranza che regge la Commissione von der Leyen. Ha fatto una bella battaglia garantista sulla separazione delle carriere in magistratura, coronata da perfetto insuccesso vista la regola che i governi i referendum li perdono, specie se riguardanti aspetti anche non decisivi della Costituzione, regola smentita dal solo esito di quello sulla scala mobile promosso da Craxi e perso dall’accozzaglia allora berlingueriana.
I pacchetti sicurezza approvati a raffica dalle Camere con voto di stretta maggioranza erano chiaramente un modo per evitare strette di tipo illiberale e rinsaldare le ragioni di coesione politica della maggioranza. Nuove varianti di reato, tutele per le forze dell’ordine, ma niente di sostanzialmente obbligante sulla via repressiva e di uso smoderato della forza di stato, una storia cominciata con un decreto-spot sui rave party, nientemeno. Gli elementi decisivi dell’identità politica italiana di questa legislatura sono stati il sostegno all’Ucraina, sulla linea di Mario Draghi e in uno spazio che, se confrontato con quello delle opposizioni, era chiaramente d’avanguardia, e il contenimento dei conti pubblici, coronato da una manovrina che anche i nemici giudicano criticabile, ovviamente, ma nient’affatto mostruosa. Ora Vannacci come fenomeno tende a sgonfiarsi, come era prevedibile. Gli avversari costituzionali e parlamentari della maggioranza cercano una via di unità e credibilità difficile a inventarsi e praticarsi per note ragioni di orientamento politico generale. Non ha molto senso che Meloni cominci a straparlare, si mostri nervosa, faccia sentire su di sé il fiato grosso dell’incombente lepenismo francese, una storia ancora tutta da scrivere, e della svolta a destra prevedibile in Spagna. 
La forza di Meloni resta la sua centralità medietà normalità, l’operazione storica di riqualificazione e riciclaggio politico di una destra estranea per decenni al cosiddetto arco costituzionale. Dicono che non ha fatto riforme strutturali, come dicevano per Berlusconi che ha insegnato a un paese da sempre restio a praticarla che cosa fosse l’alternanza di forze diverse alla guida del governo, altro che riforme strutturali. Meloni ha realizzato la stessa cosa in relazione alla riserva indiana dell’opposizione di sistema e permanente della vecchia destra missina. Salvini ha troppo pochi voti per costituire una seria minaccia, le sue intemerate si possono facilmente aggirare, l’importante è il ministro Giorgetti, e al limite la banda degli amministratori nordisti. Mantenere una calma assoluta e procedere su una linea che ha stupito alleati e avversari, paesi vicini e lontani, sarebbe credo la regola migliore e come si diceva una volta la via maestra.