Ode al Pnrr, la vera manovra che ha insegnato le virtù del vincolo esterno

E' diventato famoso per i soldi che ha contribuito a mettere in circolo, ma ha mostrato anche il volto vero dell’Europa: un mix fatto di integrazione, solidarietà, sostegno, riforme e risultati

30 OTT 26
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Foto ANSA

E se la vera manovra fosse un’altra? Questo articolo nasce da un’idea spericolata e ambiziosa che coincide con un obiettivo necessario ma difficile da realizzare. L’idea è quella di prendere un acronimo divenuto molto famoso in questi anni, un acronimo di quattro lettere, che ha avuto una sua stagione fortunata, poi una sua stagione promettente, quindi una sua stagione deprimente e che oggi, immerso nella palude tossica della gnagnera quotidiana, è diventato sinonimo di inefficienza, di perdite di tempo, di occasioni sprecate, di soldi buttati. L’acronimo a cui facciamo riferimento è quello che avete ormai imparato a conoscere – Pnrr, anche se alcuni ministri, dopo quattro anni di Pnrr, continuano a chiamarlo con una lettera in meno, Pnr, come se ci fosse un desiderio di pronunciare il meno possibile quell’acronimo – e quell’acronimo dopo essere stato malamente strapazzato merita finalmente un po’ di giustizia, specie in una stagione di manovre minimali. Pnrr, lo sapete, sta per Piano nazionale di ripresa e resilienza. Per noi, però, oggi il Pnrr potrebbe stare per qualcosa di diverso che potremmo acrobaticamente sintetizzare così: Politiche Non Rissose Rendono.
Fare giustizia del Pnrr significa toglierlo dalla valle di lagne che lo accompagna da mesi e inserirlo in un contesto diverso all’interno del quale sei anni dopo la sua creazione è possibile fare un bilancio non timido ma semplicemente entusiastico. Il Pnrr (due r) non ha avuto solo il merito di dare una prospettiva all’Italia in una fase difficile (Covid) ma ha contribuito a portare nel nostro paese la più importante campagna di europeizzazione mai vista dopo l’entrata in vigore dell’euro. Il Pnrr è diventato famoso per i soldi che ha contribuito a mettere in circolo in Italia, circa 196 miliardi. Qualcosa del Pnrr è rimasto in cassa, tra i dieci e i dodici miliardi: sono i soldi risparmiati grazie alle gare che quando vengono fatte bene permettono allo stato di spendere sempre qualcosa in meno rispetto a quanto preventivato, e c’è da scommettere che da qui alle elezioni quei miliardi usciranno fuori dal cilindro. Ma il vero merito del Pnrr – che ha indirizzato il percorso del nostro paese, in questi anni, più di qualsiasi manovra – non è stato quello di aver fatto scendere a pioggia soldi sull’Italia. Il vero merito è stato un altro. E’ stato mostrare, in questa stagione potenzialmente pericolosa, il volto vero dell’Europa, dove per volto vero si intende un mix fatto di integrazione, solidarietà, sostegno, riforme e risultati. Il Pnrr ha portato l’Europa a emettere, in forma massiccia, qualcosa di simile a un debito comune, e vedere paesi europei rigoristi concedere a paesi meno rigoristi di usufruire dei benefici delle risorse comuni è stato un passaggio decisivo nella storia del nostro continente. Ma il Pnrr ha avuto, per l’Italia, anche altri effetti, che non sappiamo quanto resisteranno, se resisteranno cioè anche dopo la fine del Pnrr, ma che al momento sono lì di fronte a noi. Il Pnrr ha reso il vincolo esterno non così impossibile da digerire e il fatto che nelle manovre di questo governo ci sia stata un’attenzione al rispetto dei conti è un’eredità anche del Pnrr: la prudenza rende. Il Pnrr, poi, ha spinto i partiti euroscettici a considerare come un’opzione non impraticabile quella di chiedere soldi all’Europa a fronte di riforme da mettere in campo nel proprio paese. 
Ha costretto i comuni italiani a dotarsi di strumenti nuovi per mettere a terra quelle risorse. Ha costretto lo stato a considerare possibile la decentralizzazione dalle regioni delle risorse europee. Ha permesso all’Italia di restare, in questi anni, sui binari dell’europeismo, nonostante la presenza di partiti al governo non sempre a proprio agio con la parola Europa. E ha creato, infine, un precedente interessante che abbiamo provato a sintetizzare forse goffamente con il nostro acronimo: si possono avere idee diverse sul futuro dell’Italia ma su alcuni temi è possibile unirsi per il bene del nostro paese. Il Pnrr, su cui oggi i partiti litigano ancora per quello che non è stato fatto, per quello che si poteva fare e non è stato realizzato, è stato un successo politico trasversale al centro del quale ci sono storie diverse che non possono essere rimosse. E’ stato un successo del governo Conte II aver negoziato, in modo positivo, le risorse ottenute dall’Italia. E’ stato merito del governo Draghi aver trovato la forza di scrivere meglio il piano rispetto a come lo avevano impostato i predecessori. E’ stato merito del governo Meloni aver trovato il modo di non perdere un euro per strada, in questi anni, migliorando il piano laddove poteva essere migliorato, nella consapevolezza che quando il Pnrr è stato approvato, nel 2022, il partito oggi di maggioranza, Fratelli d’Italia, all’epoca all’opposizione, quel piano non lo approvò, rifugiandosi in una astensione.
Le storie dei ritardi del Pnrr sono tante e sono tutte da ricordare, perché una volta ricevuti molti soldi dall’Europa sarebbe bene riuscire a spenderli e non usarli per finanziare opere chiuse per anni nei cassetti che con l’innovazione dell’Italia c’entrano poco o nulla. Ma la ragione per cui oggi è possibile fare un po’ di giustizia del Pnrr è legata all’uscita di un tomo mastodontico curato dall’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ai tempi di Mario Draghi, Roberto Garofoli, tornato oggi a fare il magistrato al Consiglio di stato e divenuto anche il curatore di un rapporto importante, sullo stato di salute dell’Italia, presentato dall’Anci, l’Associazione nazionale dei comuni italiani, guidata dal sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. Garofoli riporta molti dati, offre molti spunti, consegna molte fotografie. Ma dal rapporto si possono estrapolare alcuni numeri, pochi, quelli necessari, utili a capire che nel racconto catastrofista del Pnrr forse ci stiamo perdendo qualcosa. Ci stiamo perdendo, per dirne una, una svolta, dovuta proprio ai meccanismi del Pnrr, che ha portato i tempi medi di progettazione nel Mezzogiorno, per le opere con valore superiore ai 150 mila euro, da 20,4 mesi a 7,1 mesi.
Ci stiamo perdendo, per esempio, i numeri della giustizia civile, che anche grazie al Pnrr sono crollati del 34,7 per cento, almeno per quanto riguarda il così detto “disposition time”, un indicatore costruito sul rapporto tra pendenze e definizioni, diverso naturalmente dalla durata effettiva delle singole cause. Ci stiamo perdendo, poi, sempre per restare al settore della giustizia, un calo significativo dell’arretrato, diminuito del 46,8 per cento nei tribunali e del 53,2 per cento in appello. Ci stiamo perdendo, ancora, un numero notevole di scuole messe in sicurezza che è arrivato sopra il target europeo dei 1.400: siamo a 1.513 interventi ultimati al 16 aprile 2026. Ci stiamo perdendo una velocità di pagamento degli enti locali migliorata del 38 per cento, da 42 giorni a 26. Ci stiamo perdendo un miglioramento della produzione di energia rinnovabile che non è ancora veloce come dovrebbe essere ma che anche grazie al Pnrr ha registrato una accelerazione, con le nuove installazioni rinnovabili annue passate da circa 3 GW nel 2022 a 7 GW nel 2024 e nel 2025. Ci siamo persi il numero di comuni che oggi hanno un pizzico di digitalizzazione in più grazie all’utilizzo del cloud: il 96 per cento dei comuni ha avviato un percorso di digitalizzazione, il 68 dichiara di averlo completato. Ci stiamo perdendo che in questi anni, durante il Pnrr, destinato al 40 per cento al Mezzogiorno, il pil meridionale è cresciuto, in proporzione, tra il 2021 e il 2024, più di quello del centro-nord, 8,5 per cento contro il 5,8, anche grazie al Pnrr. Ci stiamo perdendo, infine, anche il numero importante e poco raccontato di over 65 raggiunti dalle cure domiciliari, passato da quota 645.590 nel 2019 a quota 1.546.443 nel 2024.
I più maliziosi, giustamente, ricorderanno che il Pnrr avrebbe potuto essere utilizzato molto meglio, che le previsioni di crescita dell’Italia dovute al Pnrr sono state inferiori al previsto, che il Pnrr in definitiva è stato una foglia di fico con cui il governo Meloni è riuscito a coprire a fatica le sue inadempienze sul tema della crescita. Ma ciò che resterà del Pnrr in realtà non è aver salvato il governo Meloni dalle cattive figure che avrebbe potuto fare con una crescita che sarebbe stata ancora più bassa rispetto a quella che abbiamo visto. Quello che resterà è l’aver offerto all’Italia l’opportunità di comprendere quanto essere europeisti sia conveniente, quanto essere euroscettici sia pericoloso e quanto bene possa fare al paese avere partiti che litigano su tutto ma che sui fondamentali alla fine si intendono. Le Politiche Non Rissose Rendono. E se la vera manovra che conta per l’Italia fosse questa? Lunga vita al Pnrr.