Che differenza c’è tra essere un sincero Pro Pal e un pericoloso Pro Bal? La storia di Youssef Siher, l’ormai famoso ragazzo di 30 anni, italiano di origini marocchine, con studi in scienze politiche, un tirocinio all’Ispi, una lunga storia di collaborazione con il Fatto Quotidiano (e un articolo sul Foglio, nel 2022, sul Pakistan, tra l’altro ottimo), ha catturato in questi giorni l’attenzione di molti osservatori per ragioni comprensibili. Avere il sospetto che dietro una pagina social legata alle proteste milanesi di queste settimane ci sia un attivista pro Palestina è un tema che ha un suo interesse anche se naturalmente ci vorrà qualcosa in più di una chat per dimostrare le accuse gravi che abbiamo visto: istigazione a delinquere, violenza organizzata e terrorismo. Il punto interessante della storia di Youssef Siher riguarda però un tema su cui forse bisognerebbe riflettere di più e quel tema è direttamente legato a quelle due parole che ci accompagnano ormai da diversi mesi con tutte le sfumature del caso: pro Pal.
Il fatto che il pensiero di Youssef Siher possa essere identificato con una delle versioni più radicali della retorica pro Pal è sintomatico di un problema che in troppi si ostinano a non voler vedere. Il tema non è in questo caso la presenza certa di un reato ma la presenza certa di un’ideologia estremista che ha trasformato la difesa del diritto dei palestinesi ad avere pace, futuro e libertà in un minestrone velenoso all’interno del quale si trova ben altro. Si trova l’odio contro l’occidente, l’odio contro il capitalismo, l’odio contro la globalizzazione, l’odio contro le società aperte, oltre naturalmente a tutto ciò che genera la demonizzazione dello stato ebraico e del suo popolo: l’antisionismo, che facilmente si trasforma in antisemitismo, che facilmente si trasforma in promozione dell’intifada globale. Non può sorprendere, dunque, che il trentenne fermato sabato abbia, in passato, dato libero sfogo alle sue idee sui social nei modi che conosciamo. Dopo gli scontri alla Centrale di Milano del settembre 2025, scrisse: “Arriverà il giorno in cui romperemo quel muro di vetro dietro il quale vi nascondete”, rivolto agli agenti di polizia. In altri post ha scritto: “Non ci arrendiamo, vinceremo o moriremo”. Nel 2024, rispondendo a Tajani che ricordava un riservista italo-israeliano ucciso, commentò “Alhamdulillah” (“Grazie a Dio”). In altre occasioni ha contestato il ruolo della Brigata ebraica nella Resistenza, ha ripreso lo slogan “Dal fiume al mare”, inteso come necessità di dare ai palestinesi il diritto non solo ad avere uno stato ma a fare del loro meglio per cancellare Israele.
Il problema dell’algoritmo pro Pal, nella sua versione più estremista, non è però il suo essere un incubatore di odio. Il problema dell’algoritmo è la totale indifferenza morale verso quella retorica, verso quel linguaggio violento, verso l’antisionismo che si trasforma in antisemitismo, da parte di tutti coloro che hanno a cuore il futuro del popolo palestinese, che non avendo molto da dire di fronte al linguaggio della violenza professato dagli estremisti pro Pal accettano che una giusta causa, quella del diritto dei palestinesi ad avere un futuro fatto non solo di macerie, possa essere rappresentata anche dai predicatori di odio. Non si tratta di un dettaglio. Si tratta di un virus, “vairus” direbbe un famoso ex ministro degli Esteri, che corrode da mesi il tessuto delle nostre società e che ha alimentato una rimozione tossica, pericolosa, criminale. E’ l’idea, cioè, che a impedire un futuro per il popolo palestinese siano Israele, l’occidente, l’America, e che per affermare questa convinzione sia più importante trasformare in bersagli i complici di Israele, ebrei compresi, e non invece provare a lavorare su entrambe le sponde, su entrambi i temi, su entrambi i fronti. Si può considerare legittimamente la presenza di Netanyahu come un problema politico non secondario rispetto al futuro dei palestinesi, ma non lo si può fare rimuovendo il problema centrale, quello di Hamas, trasformato ormai in una questione accessoria.
Finché gli attivisti pro Pal non avranno il coraggio di manifestare contro Hamas, contro i terroristi, contro i finanziatori del terrore, contro l’Iran, contro il suo tentativo di esportare nel mondo con la complicità di molti utili idioti l’agenda dell’intifada globale, gli attivisti desiderosi di dare un futuro al popolo palestinese saranno destinati a farsi trasformare in una falange interessata non a dare un futuro ai palestinesi ma a cancellare Israele, a colpire i suoi alleati, a demonizzare l’occidente, a terrorizzare le società aperte. Bisognerebbe seguire meno l’algoritmo Youssef, sul Pakistan comunque ottimo, e seguire per dire l’algoritmo di un avvocato palestinese poco noto, di nome Moumen al-Natour, fondatore del movimento di protesta “Vogliamo vivere”, che nell’indifferenza dei pro Pal da mesi denuncia arresti, torture e persecuzioni da parte di Hamas, che dal giugno 2026 vive in Italia come richiedente asilo e che in un intervento pubblicato a luglio ha criticato gli attivisti occidentali che considerano traditori i palestinesi contrari al dominio di Hamas, che dice che Hamas non è la resistenza, che dice che i civili di Gaza sono ostaggi di Hamas e che devono essere liberati, che dice di essere in contatto con una rete di più di 10 mila persone nella Striscia: insegnanti, medici, ingegneri, professionisti “che odiano Hamas, che vogliono insegnare alle generazioni future una cultura della pace e della convivenza”.
Il grande tema che emerge dalla proliferazione dell’algoritmo pro Pal non è tanto il senso di una battaglia culturale – chi non vuole una Palestina libera? – ma è la rimozione del vero punto cruciale: chi vuole una Palestina libera e non si ribella a chi usa il verbo pro Pal come un’arma per coltivare l’odio contro l’occidente, contro il capitalismo, contro la globalizzazione, contro la società aperta, trasformandosi volontariamente o involontariamente in un megafono della propaganda terrorista di Hamas e dell’Iran, non è parte della soluzione ma è parte del problema. Servirebbe una flottiglia contro Hamas. Servirebbe scendere in piazza contro gli estremisti pro Pal. Servirebbe smascherare chi, usando una battaglia che ha una sua dignità, ha trasformato la difesa dei diritti dei palestinesi in uno strumento di propaganda dell’islamismo radicale. Più pro Pal al servizio dei palestinesi ostaggi di Hamas, meno pro Pal al servizio delle menzogne di chi sogna di far proliferare il verbo del terrore dal fiume al mare fino alle piazze delle grandi città d’Italia.