Il “maranzino” Salvini vince il congresso: “Basta aiuti a Kyiv”. Lo strappo con Meloni e Giorgetti

Batte Garavaglia  (che ottiene il 25 per cento) e minaccia Meloni e giornali. Al posto del capogruppo Romeo, o Dreosto o Paganella

26 OTT 26
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Il vero maranza, il maranzino, è lui. È questo Salvini rieletto segretario della Lega fino al 2030, come a Mosca, Pechino e Pyongyang: il maranzino a vita. Annuncia che “in Cdm porterò una posizione chiara. Non possiamo continuare a dare soldi e armi all’Ucraina”. Vuole frantumare un governo, il centrodestra, come i maranza frantumano le vetrine di Milano. Intende arrivare alla fine della legislatura minacciando Meloni, purgando Max Romeo, sputando sui giornali, Foglio, Repubblica e Corriere (a cui chiede in segreto interviste), tutti giornalisti “servi” da tenere lontano “per non inquinare i delegati”. Era truce e ora trucissimo. Sbevazzava al Papeete, ma adesso è satollo di collera e promette: “Sarò intransigente”. Aggredisce Giorgetti, a cui gli imprenditori darebbero pacche sulle spalle “ma poi non ci votano”. Vince il congresso straordinario di Milano con 465 voti contro i 146 (il 25 per cento) di Massimo Garavaglia, lo sfidante che ha nobilitato una sfida data per persa, il Davide con la parola “sogno” al posto della fionda. Se un giorno Salvini torna al Viminale, o chiude i giornali o si chiude dentro a scrivere articoli in sua ode.
Meloni dovrà fare i conti della manovra (e di fine legislatura) con un alleato maranzino, con un Salvini che, dice Attilio Fontana: “La paura è che chi vince si senta invincibile”. Quante cabine e tavoli dei territori aveva promesso questa estate, quando anche Claudio Durigon gli spiegava: offri a Zaia un nuovo statuto. Quante? Mi dice un sindaco, sempre con la preghiera dell’anonimato, che quel tavolo dei territori si è riunito solo due volte: “Salvini è un situazionista”. È la parola che ha sempre utilizzato Meloni, “situazionista”, lei che Salvini lo conosce, così come lo conosce Gianluca Savoini, il faccendiere del Cremlino, l’amico di vodka e romanzi russi, che anticipa: “Vedete, gli hidalghi che fine hanno fatto? Salvini ha finalmente il mandato di dire stop alle armi. Adesso il governo balla”. Da Roma, i Fratelli d’Italia, già lo canzonano: “Salvini? Non glielo avevano già dato, questo mandato?”.
È stupendo il discorso di Garavaglia, e lo pensano anche i leghisti che non lo votano. È il solo, insieme a Giorgetti, a far suonare le corde dell’arpa leghista, l’antica Lega del militante Elio Fagioli, quando parla della sua vita bella e piena, intensa e risolta: “Ho avuto tutto: una moglie, la mia morosa, ma ho avuto tante batoste. Ho sempre pensato che bisogna sempre affiancarsi a chi è più bravo di te”, e ancora, “la Lega non è estrema”, “abbiamo provato a rafforzare la squadra ma non ha funzionato perché se peschi dal vivaio, c’è attaccamento ma se peschi dal mercato”, e si riferisce a Vannacci, “poi il giocatore si offre al mercato”.
Potevano votare in 707 aventi diritto, ma si accreditano in 621. Oltre ai 146 voti di Garavaglia, ne mancano 91. Cinque sono le schede nulle, tre le bianche. È ormai superfluo ricordare che tutti i delegati sono stati nominati da Salvini, ereditati dallo scorso congresso, per non parlare dei segretari regionali, ben dieci commissari, ovviamente nominati da Salvini, quei feldmarescialli che sabato hanno assalito Romeo con una volgarità mai vista, come se il crollo della Lega fosse causa di quel libro che Romeo ha scritto e che non riesce (“mi boicottano”) neppure a presentare nelle sezioni, tanta è la furia, la fatwa. Era già tutto previsto, come la canzone di Cocciante, ma non era previsto che Garavaglia strappasse il 25 per cento (dopo solo due settimane di candidatura) e non era previsto neppure questo Giorgetti che sale sul palco per fare la differenza tra terra e territorio, e che tifa Garavaglia. Sembra il Carl Schmitt di “Terra e mare”, anche quando Giorgetti racconta del suo lago, “io nel mio lago mi sento sicuro, ma se vado a Como, non mi sento più sicuro”.
È Giorgetti il vero bersaglio di Salvini, a cui rimprovera l’ingresso nel governo Draghi. È lui, la vetrina di lusso che Salvini vorrebbe prendere a sassate, questo ministro blindato e rispettato come uno sciamano anche da Savoini, che dice: “È intoccabile, alla fine sarà Giorgetti a non ricandidarsi, uno così può fare tutto”. Non appena Giorgetti interviene, i leghisti in sala capiscono che le sue parole sono un invito a votare Garavaglia, chiamato dal Foglio per crasi “Garavaglietti”. Lo capiscono quando Giorgetti spiega che “le diversità sono un valore. Io non credo nella Lega nazionalista. La politica è l’arte del possibile, non dell’impossibile”, “non va tutto bene, e lo percepiamo. Silvia Sardone dice che vuole una Lega d’attacco, ma io so fare il portiere. Se serve un portiere, io ci sarò”. Per due giorni i giornalisti vengono segregati nella sala stampa del centro congressi Allianz-Mico, brutalista, cemento e freddo, e poi accompagnati per mano, come gli inviati Osce a Belgrado, per assistere alla regolarità delle operazioni di voto. È una scena così piccina che, a parole, si indigna anche chi fa comunicazione nella Lega (a parole). Gli scaracchi di Salvini contro chi scrive, fa il mestiere (bene o male), sono perfino preferibile a queste cabine controllate a vista dai ragazzotti del capo, con le tendine nere. Garavaglia ha chiesto, inutilmente, di votare con le crocette. Ogni regione si è data un sistema di controllo per verificare chi è fellone e chi è leale. I lombardi che votano Salvini usano “M.Salvini”, i veneti lo scrivono tutto maiuscolo. Una maranzata.
È così tronfio che il maranzino Salvini non si rende conto che da oggi è il vice del suo vice, Claudio Durigon, che a differenza sua sa come comandare e farsi amare. Pure i gesti di Durigon sono diversi. Abbraccia la dolcissima moglie e mostra ai leghisti la foto di suo figlio, così come va ad abbracciare Zaia (che Salvini ora vuole in segreteria come foglia di fico), lo Zaia che Salvini vedrebbe bene come presidente della Camera. E’ da mesi che Salvini offre a Zaia cariche (che non ha) e inventa incarichi (vuoti). Da domani è il turno di un altra: il coordinatore delle regioni, una specie di campiere che dovrebbe sedare le regioni. Si dice che voglia offrire questa nuova sedia ad Andrea Crippa, l’ex vicesegretario (rimosso per fare spazio a Silvia Sardone) che oggi richiama a servizio. L’unica notizia positiva è che Salvini fa riciclo. Anche il simbolo che Salvini modifica è una vecchia idea di Bossi. Sul palco, tira fuori dal baule il vecchio simbolo con l’Albertino da Giussano, la dicitura Lega e sotto, al posto dell’antiquariato “Salvini premier”, ha inserito “Italia Federale”. Ha solo tre idee e due le ha ereditate da un morto: Bossi. Una è l’autonomia, l’altra idea era il nord, e la terza è la remigrazione. Anche in questo il vecchio Bossi era più originale: “Fora di ball”.
Poteva essere una festa e Salvini la poteva chiudere con queste semplici parole: “Nomino Garavaglia mio vice e guai chi parla male di Romeo”. Questo sarebbe fare il leader, e non capo, e invece insulta ancora i giornali (“domani scriveranno che ho vinto ma ho perso”). Fa il bullo anche con Tajani, che ci sta rimettendo la salute, quel Tajani che per necessità prova a fare il Salvini (senza riuscirci), il povero Tonio accerchiato e che, come Salvini, vorrebbe fare zac, zac dei rivali interni. Salvini resterà fino al 2030, e forse anche il 2031, e chiede che la Lega non venga considerata da Meloni “un alleato di serie B”. Elemosina posti, incarichi (ha riempito i porti italiani di leghisti, nominati presidenti), come elemosina ancora il Viminale.
È feroce solo con i poveri della terra, tanto da non accorgersi che i bagni del suo congresso li lava una donna islamica, che non equivale a essere criminale solo perché si prega Maometto. È feroce con Romeo, che sostituirà come capogruppo al Senato (il favorito è Marco Dreosto, in subordine Andrea Paganella o Claudio Borghi). È feroce contro chi avrebbe boicottato Pontida. Li chiama “traditori” e se solo potesse li scaglierebbe dalla rupe come gli storpi a Sparta. È feroce con chi non versa le quote al partito, “ma da domani sarà fuori”. Ha controllato bene? Rischia di scoprire che a essere in arretrato con i pagamenti sono i primi al traguardo del suo cuore, duro, degli insospettabili. È vero. Si scriverà che ha perso anche se ha vinto. Ha perso l’occasione di rinascere generoso, di porgere la mano a chi lo critica. Ha perso anche se ha vinto. Chiamarlo maranza sarebbe ingigantirlo. È lui il maranzino della nazione.