Politica
L'intervista •
Alfredo Mantovano: “Ho collaborato alla miniserie di Michele Placido su Livatino”
Il sottosegretario e braccio destro di Meloni ci racconta la serie su Rosario Livatino, di cui ha scritto la sceneggiatura
23 OTT 26

Roma. Ecco il sodalizio. Uno, Michele Placido, è il maestro del cinema e romanziere criminale. L’altro, Alfredo Mantovano, è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio e katechon di Giorgia. “E’ vero”, dice al Foglio il braccio destro di Meloni. “Ho collaborato alla stesura della miniserie su Rosario Livatino”. La cui prima proiezione è andata in onda ieri, alla Festa del Cinema di Roma.
“Finalmente – spiega Mantovano – a trentasei anni dalla morte, Livatino è descritto per quello che è stato, senza forzature o strumentalizzazioni, in un modo che fa capire la sua dimensione di magistrato di estrema periferia, ma centrale per equilibrio e capacità”.
Dopo Rulli e Petraglia, Placido e Mantovano? “Michele Placido mi ha chiesto di rivedere la sceneggiatura e, dopo averla letta, gli ho fatto delle osservazioni, che ha accolto”. Solo questo? “No. All’inizio del suo lavoro abbiamo lungamente parlato della figura di Livatino”.
Ed ecco allora il film che i lettori romani hanno visto ieri. Due episodi sul beato magistrato cui il magistrato di Lecce è devoto.
“Pur trattandosi di una fiction, posso dire che è molto fedele a quanto è accaduto in quegli anni”, dice Mantovano riferendosi alla fine degli anni Ottanta, nell’Agrigentino. “E per una felice coincidenza, l’uscita del film cade proprio pochi giorni dopo che la Chiesa lo ha proclamato patrono dei magistrati”. Livatino era vicino alla Azione Cattolica. Giovanni Paolo II lo definì martire della giustizia, dopo l’omicidio, mentre il 7 ottobre scorso il dicastero per il culto divino lo ha dichiarato patrono. Coincidenze felici, per lei? “Sì, ma, come diceva Mark Twain, chiamiamo caso la firma di Dio che non vogliamo riconoscere”.
Il patriarca di Ascoli Satriano torna così al racconto civile. Eppure, film a parte, la nota di medio stupore è che un vecchio regista non esecri il governo, che non spernacchi l’egemonia (comunque naufraga) né il “partito della nazione”.
L’occasione di ieri, alla quale è stato invitato anche Sergio Mattarella, è stata la Festa della Capitale. Vale a dire la più provinciale delle feste dei film pur essendo di per sé un grandissimo film su Roma. L’anno scorso, per dire, il duo politico-cinematografico fu quello di Carlo Verdone in coppia con Mario Draghi: l’ex premier e il regista che erano insieme alla prima di Vita da Carlo (o da Mario, chissà). Quest’anno, meno romana e quindi più seria, l’endiadi è invece tutta pugliese. A riprova, però, di quanto il cinema italiano sia sempre filiale politica e viceversa.
All’Auditorium Parco della Musica e al cinema Giulio Cesare sono andati così in onda, ieri, i primi due episodi che verranno trasmessi a novembre su Rai1 e RaiPlay. Nei giorni scorsi Michele Placido ne aveva spiegato la genesi. L’interesse nato dalla lettura dei fascicoli, dopo la cerimonia di beatificazione, e da una telefonata di Bergoglio. Da allora il regista ci ha sempre lavorato e, con Alfredo Mantovano, ha infine riscritto la storia del trentasettenne assassinato dalla Stidda.
Il volto di Livatino, nella fiction, è del messinese Giuseppe De Domenico, già coprotagonista di ZeroZeroZero, tratto dal libro di Roberto Saviano, e poi interprete di Raffaele Sollecito in un’altra serie sul delitto di Perugia. Placido, invece, balugina in un cameo: è in una chiesa dove si autocita, mostrando l’assassinio del commissario Cattani nella serie di culto La piovra, amata da Livatino. Placido, in questa scena, veste i panni di un prete anche se fuori dal set la benedizione gliela dà Mantovano.