Politica
L'incubo di Giuseppi •
Il tormento di Conte è Virginia Raggi. Lei vuole un seggio, ma lui la teme
Lo scacco matto di Raggi: se non si candida in Parlamento, rischia di spaccare il Movimento a Roma

Roma. Lo scacco, questa volta, rischia di essere matto. A maggior ragione se di mezzo c’è la regina.
Virginia Raggi, già sindaca di Roma, è dunque il tormento di Giuseppe Conte: il tarlo che, in vista delle elezioni, è sempre più difficile da evitare. Paola Taverna, che lo consiglia, gli dice di non cedere. Francesco Silvestri, che Conte ascolta, è leggermente più mite. Ma il punto, oramai, è che lei vuole mettersi in gioco – legittimamente – mentre lui, il presidente del Movimento, non ama chi possa fargli ombra. E come Diogene, quello Cinico, chiede a Raggi di lasciargli il sole.
Virginia Raggi vorrebbe candidarsi l’anno prossimo alle elezioni politiche. La sua ambizione sarebbe nella natura delle cose. Dopo cinque anni di opposizione in Campidoglio – e con un fortino di voti consolidato – sarebbe un fatto di fisiologia politica. La quale però, adesso, si scontra con un fatto di natura più psicologica.
“Conte non la vuole”, spiegano parlamentari di varia e pentastellata natura. Giuseppe il Cinico può disfarsi di tutto, dicono – persino dell’alleanza con il Pd – ma non può rinunciare a essere l’unico e il solo nel Movimento. Né a tollerare, dopo Chiara Appendino, un volto persino più carismatico dell’ex sindaca torinese. E ancora più combattivo.
Vi ricordate, a tal proposito, i ventuno aspiranti alla presidenza dei Cinque stelle? Erano ventuno uomini e donne selezionati, l’anno scorso, dal Comitato di Garanzia del Movimento. Tra loro, spiccavano candidati non eletti alle comunali o la signora Maria che si presentava così: “Come Maria di Nazareth, io dico: Eccomi”. Erano i ventuno ologrammi, e sfidanti di Conte, in stile elezioni russe. Il presidente uscente li aveva accuratamente selezionati. Uno a uno. E, in generale, si può dire rispondessero più al profilo di Maria che al temperamento di Virginia.
Un anno dopo, e cioè oggi, i nodi vengono al pettine. E Raggi, che per cinque anni ha pazientato in Campidoglio, incontra sempre più spesso Giuseppe Conte. La sua presenza in televisione, poi, è un altro segnale. Tanto che oggi, tra primarie e Melonellum, il presidente è in un cul-de-sac.
Chiederle di restare a Roma – Conte lo sa – non sarebbe infatti soltanto inutile ma persino dannoso. Raggi è l’unica tra i consiglieri pentastellati a non avallare l’alleanza con Gualtieri dal primo turno. Più in generale, l’ex sindaca è l’unica veramente allergica al Partito democratico, agli inceneritori, ai tentennamenti sul riarmo. In tal senso, è una sorella dell’Appendino, sì, ma ancora più forte e più radicale. Il rischio perciò è che allontanandola dal Parlamento la si metta contro in Campidoglio. Che balcanizzi il Movimento romano, che minacci di andare sola, che polverizzi i consensi (alle elezioni comunali del 2021 i voti collegati direttamente a lei, anche con il disgiunto, corrispondevano al 15 per cento del totale contro il 12 per Calenda e appena il 5 per Gualtieri, poi eletto sindaco). Tanto varrebbe, a questo punto, aumentare l’oncia di dissenso interno alla Camera o al Senato. Conte ci sta pensando, facendosene una ragione. Meglio rischiare di avere un rivale vero, forse. Ma la domanda è: gli conviene di più candidarla capolista o semplicemente in lista, con le preferenze? Nel primo caso, l’elezione di Virginia Raggi sarebbe certa. Nel secondo caso, peggio ancora, l’ex sindaca potrebbe conquistare un numero di voti tale da ribaltare il tavolo. Da non essere, cioè, in alcun modo vincolata all’obbedienza e, a maggior ragione, da non rispondere mai a Giuseppi come Maria di Nazareth: “Eccomi”? Grazie. Ma no, grazie.