Politica
L'intervento •
Il gioco delle tre carte del governo sui conti pubblici (e sul Safe). Ci scrive Misiani (Pd)
"La confusione regna sovrana, nei palazzi del governo, eppure Giorgia Meloni si presenta a Bruxelles a chiedere ulteriore flessibilità. Una richiesta poco credibile", dice il senatore
15 OTT 26

Foto ANSA
Al direttore - Il governo ha chiesto e ottenuto 29 miliardi di deficit aggiuntivo per il biennio 2027-2028, ricorrendo alla clausola di salvaguardia nazionale per difesa ed energia. Ma il ministro Giorgetti, nelle sue comunicazioni in Parlamento, non ha minimamente spiegato come intenda usarli: nessuna priorità, nessuna responsabilità politica. Di fatto, abbiamo la certezza che nei prossimi due anni il governo farà ulteriore debito. Sappiamo che metà di questo debito aggiuntivo andrà ad aumentare il bilancio nazionale per la difesa (un impegno di risorse spropositato e inaccettabile, con tanti saluti alle economie di scala che sarebbero possibili su scala europea). Per il resto, il governo non ha ancora deciso nulla.
La confusione che regna tra Palazzo Chigi e via XX Settembre ha avuto una fotografia plastica nelle ultime ore. Il Consiglio dei ministri ha approvato il Documento programmatico di bilancio da inviare a Bruxelles, ma la legge di bilancio non era pronta. Nel primo ordine del giorno compariva anche il ddl; poche ore dopo era sparito, e Palazzo Chigi ha parlato di “errore materiale”. La confusione regna sovrana, nei palazzi del governo, eppure Giorgia Meloni si presenta a Bruxelles a chiedere ulteriore flessibilità. Una richiesta poco credibile, alla luce di due fatti di cui si parla troppo poco. Il primo è il fiscal drag, sempre più decisivo per l’equilibrio dei conti pubblici. La premier si lamenta della rigidità delle regole Ue, che non tengono conto degli effetti dell’inflazione sul lato della spesa. Dimentica però di dire che lo Stato sta incassando fior di miliardi – sempre grazie all’inflazione – per effetto del drenaggio fiscale: tra il 2026 e il 2029 i contribuenti Irpef, in larga parte lavoratori dipendenti e pensionati, subiranno – secondo le stime del Mef – un prelievo aggiuntivo di oltre 35 miliardi, per effetto della mancata indicizzazione all’inflazione dell’Irpef. Il governo incassa senza intestarsi la scelta: è la tassa più comoda, nessuno la annuncia ma quasi tutti la pagano. Nel frattempo la maggioranza promette di portare a 100 mila euro il tetto della flat tax per autonomi e professionisti. Chi non può scegliere il proprio regime viene spremuto; chi può uscirne ottiene un forte sconto fiscale ingiusto e ingiustificabile.
Il secondo fatto riguarda Safe. L’Italia aveva a disposizione 15 miliardi di prestiti europei a condizioni vantaggiose, che aveva dichiarato nei mesi scorsi di voler utilizzare integralmente, finanziando spese per la difesa già programmate. Alla fine, ne userà poco più della metà. Rinunciare a una fonte di finanziamento meno costosa significa – come ha evidenziato Luciano Capone su Il Foglio – rinunciare a risparmi sul costo del debito dell'ordine di alcuni miliardi. Una decisione ideologica, del tutto priva di logica economica.
Qui sta la contraddizione. Da un lato Meloni e Giorgetti dicono che servono margini e flessibilità europea; dall'altro incassano le maggiori entrate dal drenaggio fiscale e lasciano sul tavolo gli strumenti europei più convenienti. Se il problema è la scarsità di risorse, perché rifiutare le meno care? Se è l’inflazione, con che credibilità se ne lamenta l’impatto sul lato delle spese mentre se ne beneficia sul lato delle entrate?
Si chiede nuovo debito, si rinviano le scelte, si scaricano i costi su chi non può sottrarsi al prelievo progressivo e si rinuncia perfino a opportunità offerte dall'Europa. Non è la politica economica di chi sa dove vuole andare, ma di chi naviga a vista fino alle prossime elezioni.
Antonio Misiani
senatore Pd, segreteria nazionale