La sponda industriale. Meloni sostenuta dalle imprese ma con promesse costose. La leva dell’accordo sul salario giusto

Ricevuto "l'endorsement" degli industriali, la premier ora deve fare i conti con le promesse fatte alla categoria, dalla Zes a Transizione 5.0. E spera nello sblocco dell'accordo con i sindacati
14 OTT 26
Immagine di La sponda industriale. Meloni sostenuta dalle imprese ma con promesse costose. La leva dell’accordo sul salario giusto
Le hanno riservato apprezzamenti, hanno cadenzato il suo intervento all’assemblea di Assolombarda con lunghi applausi. E allora la premier Giorgia Meloni è tornata da Milano con una consapevolezza in più: nella lunga corsa verso le elezioni gli industriali sono dalla sua parte. O quantomeno: sono molto più vicini alle posizioni dell’esecutivo di quanto non lo siano al campo largo. Anche per questo, conscia dei continui appelli alla revisione di strumenti come l’Ets avanzati dal presidente Orsini, e per tenere fede alle promesse avanzate nel corso degli ultimi mesi, la presidente del Consiglio ha piegato tutta la sua narrazione tirando in ballo l’Unione europea e la necessità che sia in grado di riformarsi al suo interno. Un qualcosa che sarà molto presente anche nel discorso che Meloni terrà oggi in Parlamento in previsione del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre.
A inizio settembre, a margine dell’usuale appuntamento col Forum Ambrosetti, iniziarono a circolare una serie di sondaggi secondo cui circa il 70 per cento delle imprese italiane si ritenevano “soddisfatte” dall’operato del governo. Un dato in linea con gli altri anni. Mentre, parallelamente, il dato sulla mancanza di fiducia nei confronti delle opposizioni è in crescita (oltre l’83 per cento). Sono rilevazioni non certo esaustive, visto che riguardano le imprese che al Forum vi partecipano. Ma certo segnalano un sentiment piuttosto evidente nel mondo produttivo. Nonostante i vari tentativi fatti a sinistra, per esempio dalla segretaria del Pd Elly Schlein, per cercare di avvicinare il suo partito a Confindustria, con un’interlocuzione regolare e rapporti descritti come “molto buoni” con il presidente Orsini. Solo che, come si sa, la fiducia soprattutto in politica è a termine. E allora adesso il governo, preparandosi ad affrontare la sessione di Bilancio, dovrà essere in grado di mantenere la serie di promesse fatte alla categoria nel corso degli ultimi mesi. Quali? Soprattutto l’estensione della Zes al nord, che ha risentito di qualche rallentamento ma che la premier spera di poter portare a termine, almeno a livello di facilitazioni e agevolazioni. Ma una delle richieste delle imprese è anche quella di procedere alla razionalizzazione della selva di incentivi, un lavoro iniziato dal ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e che però nel frattempo è finito sotto il faro della Ragioneria dello stato. Per quel che riguarda, invece, Transizione 5.0, i fondi accantonati fino a fine 2028 sono sei miliardi. Solo che, vista la mole di richieste, era stato lo stesso Urso a promettere un ritocco al rialzo degli stanziamenti. Non è affatto detto che vi si riesca, però, vista la ristrettezza delle risorse. Così come non è detto che il governo riesca a tenere il passo rispetto a richieste come quella di un Pnrr 2.0, come avanzato ieri dal direttore generale Maurizio Tarquini. C’è poi il versante legato a un’eventuale tassa sugli extraprofitti, visti come un’emanazione luciferina dalle parti di Viale dell’Astronomia e con Meloni costretta a mediare tra i due opposti, Salvini (che la vorrebbe introdurre) e Tajani (che vi si oppone ontologicamente).
Se da una parte c’è la volontà di accontentare un bacino a suo modo anche elettorale, dall’altra l’incognita è quanto possa essere la categoria industriale d’aiuto alla maggioranza su altre partite in corso di svolgimento. Quando si trattò di fare un quadro delle associazioni impegnate a favore del sì al referendum costituzionale sulla giustizia, Meloni ci rimase molto male per il mancato impegno di Confindustria (oltre che di corpi associativi molto più prossimi alla destra, come Coldiretti). In questa fase, invece, l’auspicio è che l’associazione datoriale riesca a dare il via libera al patto su salari e rappresentatività che sta cercando di stipulare con Cgil, Cisl e Uil. Proprio con la Cisl c’è stato un incontro la scorsa settimana. E un accordo viene ritenuto (anche nel centrodestra) fondamentale per dare sostanza all’intervento sul lavoro e sul “salario giusto” approvato dal governo la scorsa primavera. Anche perché si concentrerebbe sul contrasto ai “contratti pirata” che stanno molto a cuore e agli industriali e alla Triplice. Ma a destra la partita viene letta anche in modo più prosaico: “Ci permetterebbe di usare quel modello, che insiste sul salario giusto, da opporre allo slogan salario minimo che nel campo largo sono già pronti a tornare a cavalcare”.