Politica
l'anticipazione •
Salis (al momento) non fa la federatrice, ma scrive un libro di istruzioni per l’uso della coalizione. Un estratto
Esce oggi per Feltrinelli ”È già domani”, il libro nel quale la sindaca di Genova mette in fila le regole per far funzionare il centrosinistra e risponde alla tentazione delle leadership autoritarie. La coalizione “come un matrimonio” e uno spazio, ancora da costruire, in cui la società possa esprimere il meglio di sé". Anticipazione
13 OTT 26

Dice “non mi risulta” quando si sondi la sua volontà di essere federatrice del centro del centrosinistra, la sindaca dem di Genova Silvia Salis, ma intanto manda in libreria, oggi, il libro “È già domani” (ed. Feltrinelli), un “memoir”, si legge in quarta di copertina, a metà tra racconto politico e personale, e a partire dall’esperienza in Comune ma con uno sguardo al mare magnum della coalizione in costruzione (e a volte in distruzione). Oltre Genova, s’intende, c’è il “dare una mano” che Salis ha promesso al centrosinistra (e la segretaria dem Elly Schlein, a un certo punto, le ha chiesto di agire per federare appunto il centro del campo largo, ottenendo un “no” che a un certo punto è stato preso per un “forse”). Ma si riparte dal “non mi risulta”, dopo una serata in tv da Fabio Fazio sul Nove, e verso il voto, con un manuale di istruzioni firmato Salis, vademecum sul come fare e come stare in coalizione, nel domani “che inizia sempre oggi”, scrive la sindaca. E se tutt’attorno, nel centro del centrosinistra, ci si continua a interrogare su un domani che pare il giorno della Marmotta (federarsi o non federarsi? Come e con chi?), per ripartire sempre dal via), Salis scrive: “Una coalizione non è una formula matematica. E’ un organismo vivo. E, come ogni organismo vivo, ha bisogno di tempo per trovare il proprio equilibrio”. E ancora: “Una coalizione è prima di tutto una questione di fiducia. Le persone devono fidarsi abbastanza da accettare di lavorare insieme, e di rischiare insieme” (e la domanda che s’affaccia è: il campo largo cosa intende per rischiare insieme?). “Non è una cosa automatica”, la coalizione”, è il concetto: “Ogni forza politica porta con sé la propria storia e le proprie battaglie. Mettere tutto questo nello stesso spazio richiede tempo. E richiede anche una certa dose di coraggio”. Una coalizione, dice la sindaca di Genova perché il campo largo prenda appunti, “non è mai garantita: è un equilibrio che va rinnovato ogni giorno, come un matrimonio. Eppure, se riesce a trovare una direzione comune, diventa qualcosa di molto più grande della somma delle sue parti, diventa una comunità politica”. Il capoluogo ligure è il canovaccio e la prova generale, il modello di direzione unitaria, “quella che abbiamo iniziato a delineare una sera di oltre un anno fa”, scrive Salis, “tra discussioni, dubbi e qualche risata stanca. Quando si costruisce una coalizione larga, soprattutto in una città complessa come Genova, la vera sfida non è firmare un accordo: è tenere insieme persone che non hanno la stessa storia politica, ma decidono di condividere una responsabilità comune”. Di leader nel libro si parla, ma non nel senso in cui i fan del balzo di Salis verso la dimensione “federatrice” immaginavano: “Negli ultimi anni il mondo ha visto crescere leader autoritari che promettono ordine e decisioni rapide. Una prospettiva che può apparire rassicurante in tempi di incertezza. Ma le società moderne sono troppo complesse per essere governate con modelli verticali. La forza delle democrazie sta proprio nella loro capacità di mobilitare energie diverse. Quando una comunità riesce a mettere insieme competenze, passioni civiche e istituzioni responsabili, diventa capace di affrontare anche le sfide più difficili”. Il “domani inizia oggi”, è il mantra di Salis, e non è un film di Paola Cortellesi. Ma come lo vede, il futuro, la sindaca, nel paese “in cui gli automobilisti”, scrive, “si sfanalano per avvertirsi a vicenda della presenza della polizia stradale”, e in cui si ha “un’attitudine radicata all’aggiramento delle regole e al piccolo brigantaggio come nessun altro”, al punto che “non diventeremo scandinavi in tre mosse” e “forse nemmeno vogliamo diventarlo”? La risposta, per il futuro, è “una politica che non si limiti a gestire il presente”, ma crei “le condizioni perché le persone possano contribuire alla costruzione del vivere comune”. E anche se là fuori, sempre nel povero campo largo, ci si arrabatta alla ricerca della colla per stare insieme, Salis pare ottimista: “Il centrosinistra italiano ha sempre avuto questa caratteristica: non è mai stato un blocco uniforme. E’ piuttosto una tradizione che tiene insieme culture diverse, un campo che vive di pluralismo e che per questo, a volte, appare più debole di altri schieramenti. Ma quella fragilità è anche la sua forza, perché una coalizione che nasce da culture diverse è costretta a confrontarsi continuamente con la realtà”. Magari, penserà forse Schlein. “Il domani ti guarda in faccia”, scrive la sindaca. E chissà se, leggendo, qualcuno tra i dem ripartirà dal via, sperando che Salis, un giorno, si rimangi quel suo odierno “non mi risulta”.
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Pubblichiamo un estratto di “È già domani” (208 pp. 18€ Feltrinelli Editore), memoir politico della sindaca di Genova Silvia Salis, da oggi in libreria.
Negli ultimi anni il mondo ha visto crescere leader autoritari che promettono ordine e decisioni rapide. Una prospettiva che può apparire rassicurante in tempi di incertezza. Ma le società moderne sono troppo complesse per essere governate con modelli verticali. La forza delle democrazie sta proprio nella loro capacità di mobilitare energie diverse. Quando una comunità riesce a mettere insieme competenze, passioni civiche e istituzioni responsabili, diventa capace di affrontare anche le sfide più difficili.
Questo è il vero significato della politica progressista: non sostituire la società con lo Stato, ma costruire uno spazio in cui la società possa esprimere il meglio di sé. È una visione meno spettacolare di quella proposta da molti leader autoritari, ma è anche molto più solida. Perché una città che impara a cambiare insieme ai suoi cittadini diventa molto più resiliente di una governata soltanto dall’alto.
Quando penso al futuro dell’Italia, immagino proprio questo tipo di politica, che non si limita a gestire il presente, ma crea le condizioni perché le persone possano contribuire alla costruzione del vivere comune. Siamo un paese in cui gli automobilisti si sfanalano per avvertirsi a vicenda della presenza della polizia stradale, abbiamo un’attitudine radicata all’aggiramento delle regole e al piccolo brigantaggio come nessun altro, siamo davvero dei fuoriclasse in questo, e non diventeremo scandinavi in tre mosse; forse nemmeno vogliamo diventarlo, ma di sicuro la nostra educazione civica deve fare ancora passi da gigante. Perché, alla fine, la democrazia non è soltanto un sistema di regole, è una comunità che decide di prendersi cura di se stessa.
Dall’esterno tutto sembra semplice. I giornali parlano di alleanze come se fossero equazioni: un partito più un altro partito uguale una coalizione. Ma la realtà è ben diversa. Una coalizione non è una formula matematica. È un organismo vivo. E, come ogni organismo vivo, ha bisogno di tempo per trovare il proprio equilibrio. Una coalizione è prima di tutto una questione di fiducia. Le persone devono fidarsi abbastanza da accettare di lavorare insieme, e di rischiare insieme. Non è una cosa automatica. Ogni forza politica porta con sé la propria storia e le proprie battaglie. Mettere tutto questo nello stesso spazio richiede tempo. E richiede anche una certa dose di coraggio.
Una coalizione non è mai garantita: è un equilibrio che va rinnovato ogni giorno, come un matrimonio. Eppure, se riesce a trovare una direzione comune, diventa qualcosa di molto più grande della somma delle sue parti, diventa una comunità politica. Come quella che abbiamo iniziato a delineare una sera di oltre un anno fa, tra discussioni, dubbi e qualche risata stanca.
Quando si costruisce una coalizione larga, soprattutto in una città complessa come Genova, la vera sfida non è firmare un accordo: è tenere insieme persone che non hanno la stessa storia politica, ma decidono di condividere una responsabilità comune. E il centrosinistra italiano ha sempre avuto questa caratteristica. Non è mai stato un blocco uniforme. È piuttosto una tradizione che tiene insieme culture diverse, un campo che vive di pluralismo e che proprio per questo, a volte, appare più debole di altri schieramenti.
Ma quella fragilità è anche la sua forza, perché una coalizione che nasce da culture diverse è costretta a confrontarsi continuamente con la realtà. Non può rifugiarsi nella purezza ideologica. Deve imparare a costruire soluzioni praticabili e compromessi.
Il centrosinistra, per funzionare davvero, deve riuscire a dimostrare, a se stesso e agli italiani, che l’alleanza produce risultati migliori della divisione. Non soltanto in termini elettorali, ma soprattutto in termini di governo. E qui entra in gioco la questione a me cara della visione. Una coalizione può sopravvivere qualche mese anche senza una direzione chiara. Ma per governare davvero ha bisogno di un progetto condiviso. Vale per Genova e, a maggior ragione, per l’Italia.
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Presentazioni
Il 14 ottobre a Genova alle 18 nella Libreria Feltrinelli di via Ceccardi in dialogocon Corrado Formigli.
Il 17 ottobre a Milano alle 18 alla Libreria Feltrinelli di Piazza Piemonte, in dialogo con Luciano Fontana - direttore del Corriere della Sera.
Il 25 ottobre al Teatro Puccini di Firenze alle 19 in dialogo con il direttore di Repubblica Stefano Cappellini