Politica
Dall’Europa agli Usa al Brasile •
Tutte le sinistre sono infelici.Tra rifondazione,sbandamenti,e luoghi comuni
Si somigliano tutte, ma ognuna fa a modo suo. La globalizzazione e l’identità, il lavoro e l’immigrazione, l’AI e la tecnodestra: i dilemmi dei progressisti di tutto il mondo. Un dizionario
10 OTT 26

Una manifestazione a Barcellona per il diritto alla casa, organizzata dal Sindicat de Llogateres (foto Getty)
Tutte le sinistre occidentali sono infelici, e lo sono allo stesso modo. Leggendo i programmi – o meglio, la raccolta dei loro proclami – troviamo i medesimi slogan, uguali in Spagna come in Francia, in Germania, in Brasile, persino negli Stati Uniti, per non parlare dell’Italia. Ma forse la parola davvero ricorrente è Rifondazione, con la maiuscola perché più che un progetto è un’idea filosofica, frutto di una sintesi tra diversi, anzi tra gli opposti. In Italia è legata al ricordo ormai appassito di Fausto Bertinotti che voleva rifondare anche gli scranni di Montecitorio, sul più alto dei quali si era seduto dal 2006 al 2008. Oggi ha un ben altro valore (o una valenza, per usare l’espressione cara a sinistra). Che sia o no un caciocavallo appeso, sarà la Storia a dirlo – per ricorrere al citatissimo quanto dimenticato don Benedetto (Croce, ovviamente). Ma fa impressione trovare la Rifondazione come obiettivo numero uno nelle anime inquiete che attraversano il partito socialista francese, anime divise da sempre che solo François Mitterrand riuscì a tenere insieme. La troviamo nel Partito socialista operaio di Sánchez, “Pedrito el drito” che si gioca il tutto per tutto con le elezioni anticipate. Quanto al partito tedesco, padre fondatore di tutte le socialdemocrazie mondiali, s’arrovella, come è d’uso nella patria della filosofia moderna, sui bei tempi perduti, quelli di Willy Brandt o anche del moderato Helmut Schmidt. Meno scontato è trovare una Rifondazione al di là dell’Atlantico, tra le prediche di nonno Bernie (l’onorevole senatore Sanders) circondato ormai da una folla di nipotini. Colpisce, invece, Luiz Inácio Lula da Silva, detto Lula, che si è fatto le ossa da metalmeccanico prima di arrivare e poi tornare altre due volte al potere: oggi ammette la sconfitta nel primo turno delle presidenziali, non solo sua, ma della sinistra, e vuole una refundação.
Pedro rischia tutto, Lula chiede una refundação. L’inquietudine dei socialisti francesi e dell’Spd, mentre oltreoceano si moltiplicano i nipoti di Bernie Sanders
Tutti la invocano, tutti la desiderano, ciascuno a modo suo. Nel nostro prontuario dei luoghi comuni quindi invertiamo la regola (tanto ormai lo si fa ovunque e comunque) cominciando proprio dalla parola più usata e abusata. Poi rientreremo nei ranghi.
RIFONDAZIONE, ma è meglio al plurale. Di quante rifondazioni abbiamo sentito parlare e quante ne abbiamo viste da quando le sinistre (anche in questo caso meglio il plurale) sono state rimesse in discussione dalla storia? Vogliamo cominciare con il mitico congresso della Spd a Bad Godesberg del novembre 1959: il partito socialdemocratico tedesco abbandona il marxismo, si apre dalla classe operaia a tutto il popolo, ribadisce la sua collocazione atlantica e si presenta come pronto ad andare al governo (avverrà dieci anni dopo con Brandt). La Bad Godesberg italiana è coincisa con il Congresso di Roma al Midas Hotel che ha eletto Bettino Craxi, nel 1976, segretario del partito socialista. Per il Pci bisogna attendere la Bolognina il 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del muro di Berlino. Nella Francia del maggio ‘68, più che una rifondazione s’invocava una palingenesi, mettendo al potere la fantasia. L’allora partito comunista che monopolizzava l’opposizione al gollismo rifiutò di rifondarsi, il suo segretario Georges Marchais ingoiò bon gré mal gré l’eurocomunismo proposto dai compagni italiani guidati da Enrico Berlinguer, mentre Santiago Carrillo – nella Spagna appena risvegliatasi da quarant’anni di franchismo – gestiva la transizione insieme ai centristi di Adolfo Suàrez. E’ stato Felipe Gonzalez a rifondare i socialisti spagnoli di sponda con Craxi. Tornando a Lula, anche il suo radicalismo di un tempo ha lasciato il posto al riformismo sociale, per esempio aprendo alla collaborazione pubblico-privato e accettando le ricette del Fondo Monetario Internazionale. Ma non è bastato. Le sinistre sono state scosse soprattutto dall’esterno, dalla globalizzazione, e hanno dovuto scegliere: o di qua o di là. Lo stesso accade oggi con l’ascesa della destra. Ma se un tempo rifondare significava andare verso il centro dello scacchiere politico, convinti che nell’èra dei nuovi robber barons “il liberismo è di sinistra” (come nel libro manifesto di Alberto Alesina e Francesco Giavazzi), dove portarla oggi che il centro non c’è più? Non abbiamo risposta all’ardua sentenza. Nell’èra dell’intelligenza artificiale hai voglia a rifondare.
Un tempo rifondare significava andare al centro, convinti che nell’èra dei nuovi robber barons “il liberismo è di sinistra”. Oggi il centro non c’è più
EQUITÀ. O uguaglianza? Una volta persino quelli che erano comunisti – come Massimo D’Alema – avevano cominciato a leggere John Rawls (e non è sinceramente agevole). Secondo il filosofo americano le disuguaglianze sono inevitabili in ogni società (un’affermazione che dà scandalo a sinistra), ma possono essere giustificate se soddisfano due condizioni specifiche. La prima impone che tutti abbiano le stesse opportunità di accesso (e qui siamo al progressismo liberale), la seconda stabilisce che le disuguaglianze siano accettabili solo se portano un beneficio ai membri meno privilegiati della società (e a questa s’è agganciata una intera generazione di riformisti).
Una volta persino quelli che erano comunisti avevano cominciato a leggere John Rawls. Secondo il filosofo le disuguaglianze sono inevitabili
La giustizia come equità diventa un paradigma delle sinistre che guardano al centro. Anche se attorno a quel “solo se” si sviluppa un dibattito da sesso degli angeli. Nel frattempo, agli estremi si diffonde una concezione dell’eguaglianza dei punti di arrivo, non solo di partenza, che accomuna i populismi di sinistra e di destra. A questi ultimi s’aggiunge un’idea della libertà come licenza. Il punto di equilibrio faticosamente cercato per ricomporre i conflitti in una società pluralista e non solo democratica, si viene così a frantumare. E’ questa la fase che stiamo vivendo intellettualmente e politicamente.
Dopo i Trenta gloriosi le disuguaglianze sono aumentate, e dagli anni 80 sono cambiate le regole del gioco. Ma la sinistra non dovrebbe rifiutarsi di giocare
FASCISMI. Dovremmo usare di nuovo il plurale. C’è una sinistra d’antan che di fronte alle mattane di Trump, al passo dell’oca della AfD, alla fiamma fiammeggiante di Marine Le Pen, all’ingresso a palazzo Chigi della ex destra social-radicale, evoca il primo dopoguerra. Allora la crisi del liberalismo aprì la strada al nazifascismo che trovò ampi sostegni in America, quella del sud e quella del nord. Sta accadendo qualcosa del genere? C’è chi evoca una Nuova Resistenza (magari dimenticando che era la parola d’ordine delle Brigate Rosse). Ma c’è anche un filone più sofisticato che guarda al tecnofascismo, o meglio tecnototalitarismo. La democrazia è ormai inutile quindi pericolosa, dice Peter Thiel. Lo smargiasso Elon Musk tende in alto il braccio destro. La nuova élite istruisce la sofisticatissima macchina dell’AI come un “imitation game” dotato di un chiaro programma politico. Donald Trump è una marionetta nelle loro mani, un grasso dottor Balanzone, un odioso Sior Todero brontolon. Lui cadrà, nel frattempo avrà reso i suoi burattinai più potenti (e ricchi) che mai.
Trump è una marionetta nelle mani di Thiel e Musk. Sono loro i nuovi nemici da combattere. Ma come, con quali mezzi e con quali idee?
Sono questi dunque i nuovi nemici da combattere. Ma come, con quali mezzi e con quali idee? Le sinistre in vario modo hanno messo in croce l’intelligenza artificiale, non i suoi creatori, la tecnologia prima degli umani che la governano. Questo scivolone luddista impedisce qualsiasi risposta economica o politica. L’attacco al calculemus, come lo chiamava Isaiah Berlin, cioè alla razionalità scientifica, è alla base di quella che definiva “la confusa rivolta” (oggi diremmo neopopulismo). Altro che rifondazione, bisogna tornare alle Frattocchie.
C’è una sinistra che di fronte alle mattane di Trump, al passo dell’oca dell’AfD, alla fiamma di Le Pen, evoca il primo dopoguerra
GLOBALIZZAZIONE. Una volta avversata, viene oggi rimpianta. Le sinistre che l’avevano prima contrastata e poi cavalcata si mangiano le mani, adesso che è diventata la bestia nera delle nuove destre. I No global imperversavano alla fine degli anni Novanta e hanno pensato di aver ragione quando è scoppiata la grande crisi finanziaria del 2008, poi sono stati surclassati dalla destra che rimprovera alla globalizzazione non tanto le diseguaglianze, quanto la perdita di una identità che a suo dire coincide con la dimensione locale, etnica e nazionale. Global è un sogno kantiano come la pace perpetua. Il “mondo piatto” fa ridere, ma provoca rigetto, la “fine della storia” di Francis Fukuyama viene svillaneggiata prima ancora che venga capita (alzi la mano chi ha meditato sulla seconda parte del suo libro, quella dedicata al nietzschiano ultimo uomo). Adesso che è Trump a chiudere le porte si riscoprono altre libertà ignorate, come quella di navigazione; adesso che imperversano i dazi si ammette che la libertà dei commerci ha portato progresso, e non solo ai paesi del Terzo mondo e all’odiata Cina. L’Italia, la Germania e in fondo l’intera Europa vivono e hanno migliorato il tenore di vita dei loro abitanti vendendo ovunque le loro “cose belle che piacciono al mondo”. Se gli Stati Uniti tornano isolazionisti come nell’Ottocento, se vince l’ideologia Maga, per noi europei è persino peggio delle pulsioni imperiali che frastornano il vecchio Donald e i suoi cortigiani. Pur tra una selva di “ma” e di eccezioni, crescono a sinistra quelli che se ne rende conto, ma non abbastanza da cambiare musica.
Nel 2008 i No global pensarono di avere ragione, ma se vince l’isolazionismo americano per noi europei va tutto male
INTEGRAZIONE, la ricetta contro la “sostituzione etnica”, il cavallo di battaglia delle sinistre, la risposta alla remigrazione. Ma è un sano principio nutrito da insane politiche. L’integrazione passa per il lavoro e per lo più gli immigrati, a cominciare da quelli legali, colmano vuoti lasciati dagli italiani. Le fonderie venete, i campi di pomodori, le serre di kiwi, le badanti, i servizi di pulizia, le pizzerie, e si potrebbe continuare a lungo: l’Italia ha un record di posti scoperti e di giovani che non lavorano né studiano. A destra non se ne parla, a sinistra non si tirano le conseguenze. La prima è che per integrarsi lavorando e poi crescendo, occorre conoscere la lingua del paese insieme ad altre lingue. Su inglese e francese la maggior parte degli immigrati battono gli italiani, ma questo non è sufficiente, come è ovvio. Eppure scoppia un putiferio – e si sbandierano diritti e libertà – quando il governo propone di rafforzare tempi e modi di apprendimento dell’italiano. Il provvedimento magari va rivisto, ma l’obiettivo non fa una piega. Sarebbe onesto se a sinistra qualcuno lo ammettesse. In Italia più che in altri paesi l’ingresso di immigrati extra europei (e anche europei, se pensiamo ai rumeni, ai polacchi o agli albanesi) non è stato accompagnato da politiche sociali e infrastrutturali adeguate. Si può dire che non è bastato nemmeno in Svezia, dove non si entra al lavoro se non si conosce lo svedese insegnato a spese del governo che fornisce anche una casa di prima accoglienza, per non parlare della Francia. E’ vero, ma l’Italia ancora una volta s’è affidata al suo stellone per non far scoppiare finora tensioni, proteste e rivolte come altrove. La responsabilità per questo eterno ricorso allo “spontaneismo” italico si spalma su tutti i governi, sulle sinistre e sulle destre, sui moderati e sui radicali. Anche in questo caso ammetterlo sarebbe un contributo alla verità.
LAVORO. Mai abbastanza e sempre mal pagato. E’ vero solo in parte. E’ vero per i salari di base inferiori mediamente agli altri paesi industrializzati, ma non per tutti. Assolutamente falso invece è che manchino i posti di lavoro. Non si sono ridotti, al contrario sono aumentati, con l’interruzione della pandemia, fin dal 2017, quando il governo Renzi – con il Jobs act – abolì l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Le sinistre allora si spaccarono, oggi nessuna di loro ha il coraggio di intestarsi il successo, come sta facendo invece il governo Melloni. Le italiche sinistre non sono solo le uniche prigioniere di questa predicazione pessimista, ma sono andate più in là nel piagnisteo che non tiene conto di ciò che è accaduto in questi anni di intensa trasformazione. E ancor meno di quel che accadrà nel momento in cui l’intelligenza artificiale sarà entrata negli uffici, nei laboratori, negli ospedali, nelle fabbriche. Il problema non sarà solo più o meno lavoro, perché si moltiplicheranno i lavori nel campo dei servizi, ma soprattutto quale lavoro, quali mansioni, quali competenze, quali livelli di conoscenza e di capacità operativa. Ciò coinvolge l’intera società, dalla scuola di base in poi. Anche le destre si stracciano le vesti per la perdita del piccolo mondo antico, però una volta al potere in Italia hanno appeso al chiodo anfibi ed elmetti (non gettati in pattumiera sia chiaro). La predicazione pauperista ottiene titoli sui giornali e servizi televisivi, ma non corrisponde alla realtà di un mondo del lavoro molto più articolato e anche sofisticato di come viene rappresentato. La gente che va al lavoro ne è consapevole e alla resa dei conti, anche quelli elettorali, non dà credibilità ai Savonarola. Le sinistre avrebbero dovuto sposare da tempo il nuovo, anche nel lavoro, oggi forse hanno perso il treno.
LIBERTA’. Ma collettiva. E’ uno dei punti dolenti delle sinistre, anche di quelle che hanno rifiutato il marxismo e il comunismo totalitario. La libertà individuale, diritto fondamentale dell’uomo, passa in secondo piano e con essa anche il diritto alla proprietà, sancito in Italia dalla Costituzione. Raramente si sente dire che vanno tutelati entrambi e quasi mai si fa riferimento alla proprietà. Quando in Francia andò al potere la sinistra unita da Mitterrand, venne espropriata la banca dei Rothschild (sarebbero tornati in campo molti anni dopo). Era il 1981, non il 1881. L’autocritica – che non è una virtù transalpina – è avvenuta nei fatti perché poi lo stesso Mitterrand ha fatto dietrofront, tuttavia è rimasta un’ambiguità di fondo, una linea d’ombra che oggi s’allunga sui moti studenteschi francesi, sul movimento per le case in Spagna, sulla stessa piattaforma politica con la quale Zohran Mamdani ha vinto a New York. Così la libertà individuale messa in dubbio da destra in nome della sicurezza e limitata dalle politiche di Trump (ma attenzione, dobbiamo risalire al 2001, al post 11 settembre e al National Security Act per capire la natura e il tipo di retrocessione teorica e pratica mai vista negli Stati Uniti in tempo di pace) viene contestata alla radice anche dalla sinistra che si è nominata socialista.
MILLENARISMO. Socialismo o barbarie? Era stata Rosa Luxemburg a lanciare questo slogan che ha accompagnato le sinistre radicali per oltre un secolo. Per il primo termine vedi alla voce socialismo, la barbarie accompagna la predicazione delle sinistre. Più aumentano le difficoltà, più la realtà sfugge di mano, più l’onda nera sale, più le tecnologie si fanno dirompenti, e più i barbari sfondano le porte, conquistano gli antichi fortilizi, distruggono idee e schiavizzano gli uomini. Una mente raziocinante e pacata potrebbe rispondere né l’uno né l’altro, né socialismo né barbarie. Ma sarebbe presa a male parole, diventerebbe la barzelletta sugli eterni cerchiobottisti. No, l’Apocalisse è alle porte, basta leggere i giornali. “Si esce poco la sera, compreso quando è festa/ E c’è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra”, cantava Lucio Dalla. La televisione dice che sarà tre volte Natale, ma chi ci crede? Bisogna andare oltre, sostengono a sinistra: le vecchie, modeste, pragmatiche soluzioni non bastano. Ma oltre dove? E ancora: occorre andare verso il popolo al quale le sinistre della ZTL, i radical chic, non parlano. Andare come, verso quale popolo? Come quello dei narodniki russi, come i demoni di Dostoevskij?
Socialismo o barbarie? Una mente raziocinante e pacata potrebbe rispondere né l’uno né l’altro. Ma sarebbe presa a male parole
RICCHEZZA. E povertà. C’è un aneddoto diventato iconico (aggettivo quanto mai abusato, ma questa volta davvero calzante). Quando il leader portoghese Otelo de Carvalho (quello che mise i garofani nei fucili e nel 1976 fece crollare la già ammaccata dittatura di Salazar) incontrò Olof Palme a una riunione dell’Internazionale socialista, gli chiese una ricetta politico-sociale: come si fa a combattere la ricchezza? Il carismatico svedese, allora primo ministro, gli rispose: io non lo so, ho passato tutta la vita a combattere la povertà. Oggi invece la lotta alla ricchezza è lo slogan più usato subito dopo Rifondazione. E va al di là delle tradizionali politiche economiche e sociali della sinistra liberal-socialista, quelle che usavano il welfare state come strumento di redistribuzione dei redditi e del tenore di vita. Quindi non solo con le tasse, ma con la sanità per tutti, l’apertura dell’università, gli sconti sui treni e sugli autobus, le case popolari e quant’altro. Il denaro torna sterco del diavolo anche se guadagnato onestamente. Eppure, anche il biblico testo di Thomas Piketty mostra che quel riformismo considerato troppo moderato ha spalmato il benessere come mai era successo prima e ha ridotto la distanza tra ricchi e poveri. Dopo i “Trenta gloriosi”, così chiamano in Francia il miracolo economico del dopoguerra, la forbice è tornata ad allargarsi e quel riformismo non basta più? Il mercato mondiale e lo tsunami tecnologico (a ondate quasi ininterrotte dai personal computer degli anni 80 all’intelligenza artificiale passando per internet) hanno cambiato molte regole del gioco. Ma una cosa è sforzarsi di inventare nuove regole, tutt’altro rifiutarsi di giocare.
SICUREZZA. Sì, ma sociale. E’ diventata una litania: le sinistre hanno lasciato la sicurezza in mano alle destre. Vero. Per le sinistre la sicurezza non si aumenta con i divieti, con la polizia, né solo con il lavoro e il benessere, semmai con la comunione delle coscienze e delle esperienze di vita. Lo dice anche la Chiesa, come darle torto. Tuttavia nessuno può negare che l’altra faccia della sicurezza sia quella di non essere aggrediti, derubati, violentati, svillaneggiati, impediti nel pacifico svolgimento della vita quotidiana. La dimensione militare o poliziesca non si risolve in quella sociale né la consuma, però ne rappresenta il necessario complemento. Si coniuga con la giustizia che non è solo equità, ma rispetto della libertà personale sotto ogni punto di vista. Si accompagna al diritto di possedere i frutti del proprio lavoro, di trasmettere il proprio punto di vista, il proprio modo di vivere. Insomma con la pacifica convivenza di individui diversi in una società pluralista. Non fa parte, questa sicurezza, della cultura di sinistra? Chiedetelo ai metalmeccanici che organizzavano il “servizio d’ordine”, talvolta contrapposto a quello poliziesco soprattutto alla odiata Celere, per difendere il diritto a manifestare, a proteggere i propri interessi e i propri diritti. Era una vecchia sinistra? Certo, ma una sinistra che non aveva nascosto il buon senso per paura di uno sbilenco senso comune.
SOCIALISMO. Una rinascita? Siamo stati tutti colpiti e sorpresi dal ritorno di questa parola considerata per decenni impronunciabile, sia pure per ragioni diverse. Ancor più perché è riapparsa in forze (intellettualmente robuste anche se minoritarie elettoralmente) negli Stati Uniti. Bisogna risalire agli anni tra Otto e Novecento per trovare il socialismo americano emerso tra gli operai sindacalizzati sul modello del laburismo inglese nato dalle Trade Unions. Si è fatto sentire fino agli anni Trenta e molti considerano il New Deal di F.D. Roosevelt come influenzato dalla predicazione socialista (idea diffusa anche a destra) invece che dal progressismo liberale. Lo stesso welfare state, bandiera di tutte le sinistre di qua e di là dall’Atlantico, è frutto da un lato dello stato-provvidenza prussiano, dall’altro del liberalismo inglese di William Beveridge e John Maynard Keynes. I socialisti l’hanno sposato, ma solo dopo aver rinunciato alla rivoluzione, anche quella condotta nelle urne. Negli Stati Uniti, come in Europa, il socialismo è un richiamo ideale, non un progetto politico, tanto meno economico. Gli affitti calmierati o gli alloggi popolari, così come la riforma sanitaria che ha ispirato quella italiana, erano già nell’orizzonte del Rapporto Beveridge redatto nel 1942 mentre Hitler bombardava Londra.
TASSE. Patrimoniale? No, grazie. E’ stato un liberale come Luigi Einaudi a sdoganare la patrimoniale, ma era il 1945. E’ stato un moderato come Mario Monti a imporre una patrimoniale sulla casa, ma l’Italia era in piena crisi da debito sovrano. Si tratta di una misura di emergenza, uno choc talvolta inevitabile ed efficace (come nel caso del governo Monti). L’imposta sulle grandi fortune varata dalla gauche francese non ha portato alcun beneficio né alle finanze pubbliche né alla distribuzione del reddito (su questo parlano i fatti). Quanto ai ricchi, e in Francia sono molti più che da noi, non se ne sono nemmeno accorti. Allora, quale patrimoniale vogliono adottare le sinistre italiane? Lo sapremo dal loro programma elettorale che, nell’accezione comune, dovrebbe cementare il campo largo (“prima il programma” è il mantra recitato con religiosa monotonia da tutti i contendenti l’un contro l’altro schierati)? E’ un dibattito che spiazza la vera discussione, quella sulla riforma del sistema fiscale, promessa da Giorgia Meloni (era nel suo programma, dimostrando che in Italia, a sinistra come a destra, i programmi sono voci nel deserto). Il discrimine è sempre stato tra imposta proporzionale (di destra) o progressiva (di sinistra). Dimentichiamoci per il momento che anche il sistema progressivo è stato introdotto da un democristiano come Ezio Vanoni e riformato da un repubblicano (non certo di sinistra) come Bruno Visentini. Ma oggi sembra che la progressività possa essere garantita solo da una scala di aliquote che finisce per pesare non sui più poveri (che sono esentati) né sui più ricchi (in grado di evadere o comunque ammortizzare la tassazione), bensì sul ceto medio, spinto così nelle braccia di una destra magari pasticciona alla prova dei fatti, ma che almeno dice una cosa chiara. Così, è stata lasciata alla Lega la bandiera della flat tax come tutela dei redditi medi, un’imposta che ben applicata può diventare progressiva ex post (lo ha dimostrato l’economista Nicola Rossi) e mal applicata come sta avvenendo oggi, favorisce l’evasione e l’elusione.
UNITÀ. E’ l’araba fenice delle sinistre: da oltre un secolo non fanno che dividersi. Prima per colpa dei massimalisti, poi dei bolscevichi; e ancora: i comunisti contro i socialisti, i riformisti contro i rivoluzionari e gli anarchici contro tutti come nella guerra civile spagnola. Stiamo attenti a mettere troppe cose diverse nella stessa pentola, d’accordo, ma il calderone ribolle fin dall’inizio. Chi ha bazzicato la storia del socialismo ricorderà il congresso di Gotha, nella Germania guglielmina del 1875, che unì due spezzoni per creare il primo nucleo della Spd, il partito socialdemocratico.
I comunisti contro i socialisti, riformisti contro i rivoluzionari e gli anarchici contro tutti. Persino Marx ed Engels si sono divisi
Quel rompiscatole di Karl Marx non si limitò a criticarne il programma, ma gli contrappose la dittatura del proletariato come prima fase della rivoluzione e del comunismo. Non l’avesse mai detto. Forse non sapeva nemmeno lui dove avrebbe portato quel che stava sostenendo, come dimostrano anche scritti successivi e la contrapposizione con il suo amico, compagno e protettore Friedrich Engels, che pubblicò la Critica del programma di Gotha solo nel 1891, otto anni dopo la morte di Marx, anche per non rompere con la Spd, primo solido partito operaio che stava ottenendo importanti risultati politici. Divisi pure Marx & Engels, anche se fu una rivelazione postuma. E’ un volo ultracentenario, il nostro, che ci spinge a dire: “unità vo’ cercando ch’è sì cara come sa chi per lei vita rifiuta”. Il sommo poeta ci perdoni.