Come provare a essere magnificamente ottimisti in un mondo di bicchieri mezzi vuoti

Democrazie che resistono, economie che crescono, commerci da record e nuove frontiere della ricerca scientifica. Alla decima Festa dell’Ottimismo del Foglio, una guida per riconoscere i bicchieri mezzi pieni. Perché il futuro si costruisce con i fatti, non con la cultura della lagna

10 OTT 26
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L’ottimismo non è la magia di una previsione: è, piuttosto, la fatica di una disciplina. L’ottimismo non è fatto di screenshot: è, al contrario, fatto di trend, di dati, di contesti, di evoluzioni. L’ottimismo non è coprirsi gli occhi rispetto al presente: è avere fiducia nella capacità di trovare gli strumenti giusti per costruire un futuro migliore. Il tentativo irresponsabile del nostro giornale di cercare un modo per ricordare ogni giorno che accanto ai mille bicchieri mezzi vuoti ce ne sono altrettanti mezzi pieni si intreccia oggi con la nostra decima pazza festa dell’Ottimismo, a Firenze, a Palazzo Vecchio, dalle 8.30, e l’occasione può essere utile per provare a rispondere a una domanda difficile ma necessaria: a cosa bisogna aggrapparsi oggi per provare a essere ottimisti sul futuro, nonostante gli infiniti disastri del presente?
Il pensiero ottimista, oggi, è ostaggio di un equivoco: l’idea, cioè, che chiunque provi a osservare il futuro con fiducia – l’idea, come detto da Papa Leone XIV al Meeting di Rimini, che il futuro non sia una minaccia da temere ma una promessa da costruire con responsabilità – viva fuori dalla realtà. Il punto, se ci si pensa un istante, è l’esatto contrario. Il pensiero ottimista, minoritario, forse, ma gagliardo, ostinato e ovviamente fiducioso rispetto alla capacità di imporsi sul pensiero opposto, vive di disciplina nella misura in cui, attraverso i trend, i dati, le evoluzioni, il contesto, cerca di riappropriarsi della realtà.
La realtà a volte è meno virale rispetto alla percezione, e questo succede anche perché in un mondo dominato dall’algoritmo del pessimismo essere ottimisti fa sentire spesso fuori dal mondo, ma la realtà ha la fortuna di essere un mosaico composto di fatti, non di parole, che spesso sfuggono alla nostra attenzione. E quei fatti meritano di non essere rimossi. Nel 2025, nonostante il disordine del mondo, dopo anni di declino quasi tre paesi su quattro hanno mantenuto o migliorato il proprio livello di democrazia (con l’India inclusa, oggi circa 3,66 miliardi di persone vivono in democrazie, circa il 44,5 per cento della popolazione mondiale: not so bad).
Nel 2025, l’Ocse ha calcolato che i paesi membri hanno accolto 6,2 milioni di immigrati permanenti, il 15 per cento in più rispetto al 2019, segno che l’attrattività dell’occidente è forse superiore rispetto alla nostra percezione. Nello stesso periodo, Stati Uniti, Ue, Uk, Giappone, Canada, Australia, Corea del sud sono arrivati a pesare il 56 per cento del pil mondiale nominale. Ci sono le guerre, certo, ci sono le tragedie, c’è l’inflazione alta, le borse che ballano, ma accanto a tutto questo c’è altro. C’è un’alleanza larga che si oppone con sfumature diverse agli sponsor del terrore che si riorganizza (la Nato ha allargato i suoi confini), c’è una ricerca scientifica che anche grazie ai miracoli fatti durante il Covid offre speranze a chi tempo fa non le poteva avere (i vaccini a mRNA oggi aprono nuove speranze contro alcuni tumori) e c’è un mondo libero che nonostante tutto è riuscito a rendere compatibile la difesa delle democrazie (Ucraina) con la difesa del benessere (in termini di pil reale, al netto dell’inflazione, tra il 2020 e il 2025 il pil degli Stati Uniti è cresciuto del 17,6 per cento, quello dell’Ue del 13,6).
L’ottimista non chiude gli occhi di fronte al disordine, ma non li chiude neanche quando, di fronte al caos, si indovina un nuovo ordine. Succede quando il trumpismo stimola la creazione di anticorpi (i follower di Trump si contano ormai sulle dita di una mano). Succede quando il protezionismo costringe il mondo a trovare modi per commerciare di più (il 2025 è stato un anno record per gli scambi globali). Il pessimista tende ad assecondare la cultura della lagna, l’ottimista cerca di trovare soluzioni e cerca di trovare un modo non per negare le diagnosi sul presente ma per trovare alternative ai capri espiatori per prepararsi al futuro. Scegliere da che parte stare non dovrebbe essere così difficile: realtà o lagna? Viva l’ottimismo, anche in un mondo fatto di bicchieri mezzi vuoti.