Politica
La riunione di giunta •
Schifani non si dimette ancora. Ma anche per FI ormai il futuro della Sicilia è un altro
Durante la giunta di questa mattina non ci sono state le preannunciate dimissioni del presidente dopo il caso Armao. L'intesa con il partito, dal commissario Minardo a Tajani, è di andare avanti qualche mese, accettando però di non essere poi ricandidato. Intanto, lunedì arriva in Sicilia la presidente della Commissione Ue von der Leyen

Le dimissioni di Renato Schifani, per ora, sono state evitate e appaiono più lontane dopo la giornata nera di ieri. La partita siciliana di Forza Italia però non è più soltanto quella sulle dimissioni. È già cominciata quella sul dopo. Il punto, oggi, non sembra essere un voto anticipato, ma il modo in cui accompagnare il governatore verso la fine della legislatura senza concedergli il bis.
Dopo il "cambio di passo" e la "proposta politica completamente nuova" chiesta dal commissario regionale Nino Minardo, Schifani ha preso tempo, parlando di decisioni da assumere "con senso di responsabilità". Martedì sera la telefonata dai toni accesi con Antonio Tajani, poi la giunta riunita stamattina a Palazzo d'Orléans, con all'ordine del giorno i "provvedimenti più urgenti". La giunta riunita a Palazzo d’Orleans ha affrontano tredici punti all’ordine del giorno, ma nulla sulle dimissioni. Le priorità al momento sono le variazioni di bilancio da approvare e, più avanti, la legge di stabilità. C’è solo una novità: un disegno di legge finalizzato ad assicurare la tracciabilità dei processi decisionali pubblici, per prevenire influenza indebita. Ma non solo. Lunedì è previsto a Taormina l’arrivo della presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Layen, a cui anche Schifani dovrà presenziare, le dimissioni ora sarebbero state decisamente intempestive.
Minardo ha proposto un incontro a Roma con Tajani e Schifani "per stabilire il percorso politico". Il faccia a faccia potrebbe tenersi tra martedì e mercoledì della prossima settimana. È lì che possibilmente al governatore dovrebbe arrivare il no alla ricandidatura per il 2027. Non una sfiducia immediata, dunque, ma la chiusura della partita sul bis, con l'impegno di Forza Italia a sostenere Schifani fino alla fine della legislatura. È il compromesso che consentirebbe a Roma di cambiare candidato senza trasformare subito il cambio di linea in una crisi istituzionale.
Che il partito non voglia le dimissioni immediate lo conferma la preoccupazione per gli effetti di un voto anticipato. Se Schifani lasciasse, la prima finestra utile sarebbe il 13 dicembre: fino ad allora il governo resterebbe nell'ordinaria amministrazione, con il rischio di non arrivare alla legge di stabilità e di finire in esercizio provvisorio. In ballo ci sono variazioni di bilancio per oltre 600 milioni e il rendiconto che dovrebbe sbloccare risorse importanti. Non è casuale che Schifani abbia richiamato la responsabilità.
C'è poi un interesse concreto all'Ars. Per i deputati regionali al primo mandato, il requisito dei quattro anni, sei mesi e un giorno necessario per maturare il trattamento previdenziale scatterebbe soltanto nel maggio 2027. Chiudere la legislatura a dicembre significherebbe interromperla prima di quella soglia. Per questo prende corpo una soluzione più lunga: arrivare almeno all'approvazione della finanziaria e poi decidere il passaggio di consegne, spostando il voto verso la primavera. È uno scenario, non un accordo già raggiunto, e non c'è ancora una data ufficiale per il vertice romano. Ma è la formula che tiene insieme gli interessi in campo: a Tajani serve chiudere la stagione della candidatura Schifani; alla maggioranza serve evitare lo scioglimento immediato dell'Ars.
La miccia è stata il caso Gaetano Armao, ma la crisi non nasce soltanto dall'inchiesta. L'ex consigliere giuridico del governatore ed ex presidente della Commissione tecnica specialistica è accusato dalla Procura di Palermo di corruzione. Nelle ricostruzioni pubblicate dal quotidiano La Sicilia, gli atti dell'inchiesta descrivono un ruolo che sarebbe andato oltre quello di semplice consulente: Armao avrebbe utilizzato gli spazi della Presidenza per incontrare assessori e dirigenti e, secondo i pm, avrebbe esercitato una capacità di influenza legata alla sua prossimità a Schifani.
È questo il problema politico che Roma sembra voler disinnescare. Minardo ha negato di aver sfiduciato Schifani, ma la sua richiesta di una nuova fase ha aperto una frattura che ormai riguarda direttamente la candidatura del presidente. Il vertice a Roma, quindi, sarà comunque una tappa importante. La domanda non è più soltanto se Schifani si dimetterà. La vera partita è capire se accetterà il compromesso che Forza Italia sembra preparare: restare in carica, gestire i passaggi amministrativi più delicati e arrivare alla fine della legislatura, sapendo però che il partito non lo accompagnerà verso un secondo mandato. Se sarà questo l'esito del vertice romano, la crisi di queste ore non avrà prodotto subito un voto: avrà invece sancito, con largo anticipo, la fine del dopo-Schifani. Nel frattempo, il commissario regionale di Fratelli d’Italia in Sicilia ha lanciato un messaggio, segno dei cedimenti della coalizione: “Prima di ogni scelta politica viene il bene della Sicilia - ha detto a Repubblica-. FdI ha nomi di peso per Palazzo d’Orlèans”.