Politica
“L’energia è Difesa” •
Il ministro Crosetto: “Il nucleare è materia di sicurezza nazionale, il mio ministero c’è”
Il ministro della Difesa spiega perché il suo dicastero entra nel percorso sul nucleare civile: energia e infrastrutture strategiche sono parte della sicurezza dello stato. “Non cerchiamo slogan, servono competenza e chiarezza. Preoccupazioni, costi e tempi dei cittadini devono entrare nel confronto”
6 OTT 26

Guido Crosetto (AP Photo/Domenico Stinellis)
Ministro Guido Crosetto, perché il dossier sull’energia nucleare è oggi una priorità? È vero che ha deciso d’impegnarsi in prima persona? “Anzitutto, chiariamo che la sicurezza energetica stessa rientra nelle responsabilità della Difesa, e che dalla disponibilità di energia dipende anche la continuità delle funzioni essenziali dello stato. La legge delega, poi, appena pubblicata in Gazzetta ufficiale, prevede espressamente il coinvolgimento del ministero nell’adozione dei decreti legislativi per gli aspetti di competenza”.
Dunque quale sarà, nel concreto, il ruolo del suo ministero?
“Il nostro contributo s’inserirà nel percorso nazionale coordinato dal ministero dell’Ambiente, con attenzione ai profili di sicurezza e alla protezione delle infrastrutture strategiche. Io ho poi scelto di avvalermi, come consigliere per la sicurezza energetica, di un professore universitario esperto del settore”.
Un consigliere che studi il nucleare?
“Anche. Perché le valutazioni devono poggiare su conoscenze tecniche e devono distinguere le possibilità offerte dalla ricerca dalle soluzioni effettivamente disponibili”.
La sicurezza energetica, perciò, non potrà prescindere dall’atomo. È così?
“Sì. Ma senza sostituire il lavoro sulle rinnovabili. L’aggiornamento della nostra strategia tiene insieme efficienza, sostenibilità, continuità operativa. Ridurre i consumi e sviluppare l’autoproduzione da fonti rinnovabili restano fondamentali”.
Lei sostiene la necessità di un approccio quanto più chiaro all’argomento. Ma non pensa che in tempo di guerra sia ancor più difficile, per i cittadini, distinguere tra nucleare civile e militare?
“Come ho detto, la prima responsabilità è fare chiarezza. La produzione di energia e gli armamenti nucleari hanno finalità diverse. E sono disciplinati da quadri internazionali distinti. L’Italia è parte del Trattato di non proliferazione nucleare, che si fonda su tre pilastri”.
Li ricordiamo?
“Disarmo, non proliferazione e diritto agli usi pacifici dell’energia nucleare. Il Trattato vieta agli stati non dotati di arma nucleare di acquisire o produrre ordigni. E, contemporaneamente, riconosce il diritto a sviluppare ricerca, produzione, impiego dell’energia per finalità pacifiche sotto il sistema di salvaguardie dell’Aiea. Il percorso legislativo, quindi, riguarda energia, ricerca, sicurezza degli impianti e gestione dei materiali. Non certo un programma militare nucleare”.
Il coinvolgimento della Difesa può confondere o, al contrario, rassicurare il cittadino?
“Ecco, il coinvolgimento del ministero non cambia affatto questa natura. Per comprendere meglio come tali temi siano percepiti, posso dirle che abbiamo commissionato un’indagine demoscopica”.
E cosa è emerso?
“Sono emersi segnali di apertura verso gli impieghi energetici del nucleare, una sensibilità interessante tra i più giovani e, più in generale, un significativo patrimonio di fiducia nelle Forze armate. Sono indicazioni utili perché mostrano quanto contino chiarezza, competenza, credibilità delle istituzioni nel confronto su temi così complessi”.
Ci affascina molto la sensibilità giovanile. Ma bisogna convincere tutti, giusto?
“E più che cercare uno slogan favorevole all’atomo, credo serva spiegare bene cos’è il nucleare civile. E’ così che si costruisce un confronto serio e informato”.
Non vorremmo politicizzare l’energia. Ma il nucleare, si sa, è una storica battaglia del centrodestra. E non esattamente la più popolare. Non c’è il rischio, nell’ipotesi oggi remota di un referendum, di replicare l’effetto-giustizia?
“Non sovrapporrei confronti che riguardano materie diverse. Sul nucleare ci sono domande specifiche alle quali le istituzioni devono rispondere: sicurezza, costi, tempi, gestione dei rifiuti, conseguenze per i territori. L’approvazione della legge delega definisce un percorso normativo e non equivale all’autorizzazione di singoli impianti. La disciplina comprende informazione, formazione e coinvolgimento delle comunità. Vede, sono passaggi distinti, che conservano ciascuno la propria importanza. E poi non considero le preoccupazioni dei cittadini un ostacolo da aggirare. Devono entrare nel confronto, insieme alle valutazioni scientifiche ed economiche”.
A proposito di ostacoli, si diceva che la popolazione più anziana pare meno aperta. Forse perché è legata a un’idea obsoleta dell’atomo?
“E il punto da chiarire, in questo caso, è che il nucleare va considerato nel quadro del mix energetico. Nella pianificazione nazionale, infatti, ne viene esaminato il possibile contributo alla decarbonizzazione e alla sicurezza degli approvvigionamenti. Senza modificare affatto gli obiettivi sulle rinnovabili al 2030. La sua valutazione riguarda anche la disponibilità di produzione programmabile a basse emissioni. E quella del sistema nel suo insieme comprende reti, accumuli, efficienza, capacità di gestire la domanda. E’ l’integrazione degli elementi a determinare il risultato”.
Nuove generazioni di energia e nuove generazioni di uomini?
“Intendiamoci. ‘Nuova generazione’ non può diventare una formula che esonera dal rispondere su sicurezza, tempi, costi, combustibile. Il compito delle istituzioni è rendere il quadro comprensibile. E non chiedere un’adesione sulla base di uno slogan”.