Politica
IL FOGLIO AI •
Il centro si è riunito, si è subito diviso. Riunione per costruire la casa dei moderati
Calenda, Renzi, Marattin, Tajani, Occhiuto, Magi e Onorato. Il centro non è un luogo politico. E’ una disputa condominiale. Tutti desiderano abitare nello stesso palazzo, purché l’amministratore siano loro, il vicino del piano di sopra venga sfrattato e il portiere non abbia rapporti con Giuseppe Conte
6 OTT 26

(Foto Ansa)
La riunione comincia alle 20.45 in un luogo segreto che tutti i partecipanti hanno già fatto sapere ai giornalisti. Le regole d’ingaggio sono semplici. Nessuno deve parlare con la stampa. Nessuno deve raccontare chi c’era. Alle 20.47 Matteo Renzi ha già mandato la newsletter. Il tema della serata è importante: costruire finalmente un grande centro italiano, una forza liberale, riformista, popolare, europeista, garantista, pragmatica, moderna, anti-populista, anti-estremista e naturalmente unitaria. Il problema, come verrà chiarito nei primi tre minuti, è stabilire chi abbia diritto di stare nel grande centro. E soprattutto chi abbia il diritto di dire agli altri che non possono starci.
Carlo Calenda arriva per primo. Tecnicamente no, perché Luigi Marattin è lì da venti minuti, ma Calenda considera irrilevanti tutti gli avvenimenti politici precedenti al suo ingresso nella stanza. Sospira. “Facciamola semplice”, dice. Gli altri capiscono immediatamente che sarà una serata molto lunga. “Il centro deve essere il posto in cui si fanno le cose serie. Non un caravanserraglio, non un’ammucchiata, non un taxi per entrare in Parlamento”.
Renzi entra mentre Calenda sta ancora spiegando che non bisogna personalizzare. “Carlo, finalmente siamo d’accordo”, dice.
Calenda smette di parlare.
Primo incidente diplomatico.
Il cameriere porta la carbonara. Occhiuto domanda perché il guanciale debba essere laziale e non calabrese. Calenda dice che il dibattito sul guanciale è esattamente il motivo per cui il paese non cresce da trent’anni. Marattin propone di nominare una commissione tecnica.
Antonio Tajani, seduto al centro del tavolo, posizione che giudica politicamente corretta e anche lessicalmente inevitabile, interviene. “Prima di cominciare dobbiamo chiarire una cosa. Il centro esiste già”.
Silenzio.
“Ed è Forza Italia”.
Secondo silenzio. Occhiuto fissa Tajani con l’espressione di chi è appena venuto a una riunione per fondare qualcosa e scopre che secondo il suo segretario quella cosa esiste da trent’anni. “Scusa Antonio”, dice Renzi, “se il centro esiste già perché siamo qui?”.
“Per allargarlo”.
“A noi?”.
“A voi”.
“Quindi dobbiamo iscriverci a Forza Italia”.
“Non banalizziamo”.
Marattin alza la mano. “Scusate, solo un problema metodologico. Se tutti siamo liberali, europeisti, riformisti e garantisti, come mai abbiamo otto partiti?”. La domanda viene giudicata provocatoria.
Calenda dice che il nuovo centro deve essere autonomo dalla destra e dalla sinistra, ma disponibile a collaborare quando fanno cose sensate, purché questo non significhi essere equidistanti, perché essere equidistanti è sbagliato, mentre essere indipendenti è giusto.
“E’ esattamente quello che dico io”, dice Renzi.
“No”.
“Carlo, hai appena detto quello che dico io”.
“Sì, ma quando lo dici tu significa un’altra cosa”.
Secondo incidente diplomatico.
Onorato ricorda che esiste anche un centro che può stare dentro il centrosinistra senza vergognarsene.
“E allora non è centro”, dice Calenda. “Sta a sinistra”.
“E Forza Italia?”.
“Sta a destra”.
“E quindi?”.
“Infatti neanche quello è il centro”.
Tajani sistema gli occhiali. “Il centro è Forza Italia”. La discussione torna al punto di partenza con ammirevole efficienza.
Magi prova a introdurre i diritti civili: cittadinanza, immigrazione, fine vita, cannabis. Tajani dice che bisogna essere liberali ma responsabili. Calenda dice che bisogna essere pragmatici. Renzi dice che bisogna vincere. Occhiuto dice che in Calabria comunque bisogna vincere le elezioni. Magi domanda: “Quindi?”.
Decidono di rimandare i diritti civili alla seconda riunione. E’ il primo accordo della serata.
Alle 21.34 arriva il primo fax di Marina Berlusconi. Nessuno sa perché sia un fax. La segreteria spiega che nel centrodestra una comunicazione via WhatsApp può essere smentita, via mail hackerata, mentre via fax assume subito il tono di un messaggio dinastico. Tajani legge. Il fax contiene un auspicio per un’area politica liberale, europeista, moderna, seria, capace di parlare ai ceti produttivi e a quella parte dell’Italia che non vuole estremismi. Tutti applaudono.
Poi Tajani arriva all’ultima riga. “Naturalmente nel solco della storia di Forza Italia”.
Calenda ritira l’applauso.
Sul secondo foglio Marina Berlusconi invita Forza Italia a essere più coraggiosa, più innovativa e più capace di allargarsi. Occhiuto ritira il fax dalle mani di Tajani e lo dichiara documento congressuale.
Terzo incidente diplomatico.
Si affronta il nome. Renzi propone qualcosa con la parola “riformisti”. Calenda si oppone perché ormai lo dicono tutti. Tajani spiega che la parola liberale è già nel patrimonio genetico di Forza Italia. Magi vorrebbe “Stati Uniti d’Europa”, ma gli fanno notare che è già stato provato e la conversazione diventa improvvisamente dolorosa. Onorato propone “Progetto civico nazionale”. Calenda dice che sembra la lista per eleggere il sindaco di Frosinone. Onorato osserva che “Azione” sembra il nome di un detersivo.
Quarto incidente diplomatico.
Occhiuto suggerisce di discutere prima della leadership. E’ il momento in cui tutti capiscono che fino a quel punto si era scherzato.
Tajani ricorda di essere vicepremier, ministro degli Esteri, segretario di Forza Italia e presidente di qualcosa a Bruxelles che nessuno ricorda ma che suona molto importante. Renzi ricorda di essere stato presidente del Consiglio. Calenda ricorda che lo è stato dieci anni fa. Renzi ricorda a Calenda chi lo nominò ministro. Calenda ricorda a Renzi perché poi se ne andò.
Marattin chiede se non sarebbe meglio scegliere il leader con delle primarie. Tutti rispondono di no contemporaneamente.
E’ il secondo accordo della serata.
Occhiuto propone una leadership collegiale. Gli altri lo guardano con sospetto, perché in Italia significa generalmente che uno dei componenti del collegio sta preparando la sostituzione di un altro. Renzi si dice favorevolissimo alle regole, purché definite dopo aver capito chi può vincere. Onorato propone che il leader venga indicato dalla coalizione. Calenda chiede: “Quale coalizione?”.
Si apre il capitolo alleanze. Ore 22.08. Sul tavolo compaiono tre bottiglie di vino e sette strategie incompatibili.
Tajani dice che il centro deve stare nel centrodestra. Onorato nel centrosinistra. Calenda al centro. Renzi dice che deve capire prima la legge elettorale. Marattin che dovrebbe preoccuparsi innanzitutto di esistere. Occhiuto che dovrebbe diventare abbastanza grande da poter decidere lui dove stanno gli altri. Per alcuni secondi sembra la proposta più convincente.
Il problema è che per essere decisivi bisognerebbe prendere voti.
Alle 22.21 un rumore alla finestra interrompe la riunione. E’ un piccione. Alla zampa ha legato un minuscolo foglio intestato al ministero dell’Economia e delle Finanze. “E’ Giorgetti”, dice qualcuno. Nessuno sembra particolarmente stupito. Il messaggio è breve: “Prima di fondare qualsiasi cosa verificare coperture”. Seguono tre tabelle e un post scriptum: “Non contate su di me”. Marattin esamina le tabelle. “Però sui saldi Giorgetti ha ragione”.
Il piccione viene rieletto all’unanimità coordinatore del tavolo economico. Terzo accordo della serata.
Si propone di stimare il bacino elettorale del nuovo soggetto.
“Noi valiamo…”.
“Voi non valete…”.
“Quello è un sondaggio commissionato da voi…”.
La somma teorica arriva rapidamente al 18 per cento. Sottraendo gli elettori che ciascuno si rifiuta di condividere con gli altri si scende al 7. Applicando i veti incrociati si arriva al 3,8. Escludendo quelli che non voterebbero mai con Renzi, con Calenda, con Forza Italia, con il Pd e quelli che alla parola “centro” cambiano canale, Marattin annuncia che il nuovo partito dispone già di una solida base elettorale composta dalle persone presenti nella stanza. Il cameriere chiede se può votare. Gli viene negata la tessera perché non è chiaro con chi si sia alleato alle comunali.
Ore 23.03. Serve uno statuto.
Calenda vuole scritto che non si fanno alleanze con i populisti. Renzi domanda chi stabilisca chi è populista. “Io”, dice Calenda. Renzi propone di scrivere che nessuno può porre veti personali. Calenda pone il veto.
Occhiuto suggerisce di mettere direttamente “Europa” e non specificare quale famiglia, così si può decidere dopo. E’ la proposta più democristiana della serata e riceve apprezzamenti bipartisan.
Arriva il secondo fax. Marina Berlusconi comunica che qualunque progetto moderato deve essere “aperto, contemporaneo e non nostalgico”.
Tajani dice che è esattamente quello che sta facendo Forza Italia. Occhiuto dice che è esattamente la critica che sta facendo lui a Forza Italia. Entrambi chiedono che il fax venga allegato al verbale a sostegno della propria posizione. Per la prima volta nella storia politica italiana, lo stesso fax diventa documento di maggioranza e di opposizione dentro il medesimo partito.
Mezzanotte meno venti. Un foglio bianco viene posto al centro del tavolo. L’obiettivo è firmare almeno cinque righe. Dopo un’ora si arriva a questa formulazione: “I sottoscritti condividono la necessità di lavorare alla costruzione di uno spazio politico liberale, popolare, riformista, europeista, civico e pragmatico, capace di superare le contrapposizioni ideologiche e di offrire una rappresentanza a quanti non si riconoscono negli estremismi”.
Applauso. Poi Calenda domanda che cosa significhi “popolare”. Magi che cosa significhi “moderato”. Tajani perché non ci sia scritto “centro”. Renzi chi siano esattamente gli estremisti. Onorato se per estremismi si intenda anche il Movimento 5 stelle. Occhiuto se Vannacci sia ricompreso nella definizione. Marattin propone una nota metodologica di dodici pagine. Il documento viene ritirato.
Alle 00.47 i sette protagonisti comprendono finalmente la grande verità del centrismo italiano: il centro non è un luogo politico. E’ una disputa condominiale. Tutti desiderano abitare nello stesso palazzo, purché l’amministratore siano loro, il vicino del piano di sopra venga sfrattato e il portiere non abbia rapporti con Giuseppe Conte. Resta da offrire qualcosa ai giornalisti. Viene preparato il comunicato conclusivo. “Clima costruttivo”. Approvato all’unanimità. “Confronto franco”. Approvato. “Numerosi punti di convergenza”. Approvato con entusiasmo. “Volontà di proseguire il dialogo”. Standing ovation. “Nuovo incontro nelle prossime settimane”. Qui ricominciano i problemi. Prima delle elezioni? Tajani deve sentire il partito. Occhiuto deve sentire il suo pezzo di partito. Magi ha un congresso. Onorato ha Roma. Marattin ha un convegno sui conti pubblici al quale, viene fatto notare, potrebbe essere l’unico dei presenti ad avere davvero voglia di andare. Si decide dunque di rivedersi dopo le elezioni. Quali elezioni non viene specificato. “Vediamo”, dice Renzi.
“Dipende dal risultato”, dice Tajani.
“Dipende dalla legge elettorale”, dice Marattin.
“Dipende da chi non c’è”, precisa Calenda.
Occhiuto suggerisce di lasciare aperte tutte le opzioni.
E’ l’ultimo e definitivo accordo della serata. All’una e dodici la riunione si scioglie. Calenda esce da una porta. Renzi da un’altra. Tajani saluta tutti ricordando che le porte di Forza Italia rimangono aperte. Occhiuto fa sapere che proprio per questo bisognerà cambiare gli infissi. Onorato torna verso il campo largo. Marattin resta qualche minuto nella sala per controllare i conti. Sul davanzale, il piccione del Mef aspetta. Ha un secondo messaggio di Giorgetti. “Avete finito?”.
Marattin prende una penna. Scrive: “No”. Il piccione riparte.
E forse, alla fine, è questa la fotografia più precisa del grande centro italiano: un’area politica potenzialmente enorme, affollata di leader che sono d’accordo quasi su tutto tranne che sull’unica cosa necessaria per esistere, cioè stare insieme. Liberali contro liberali, moderati contro moderati, riformisti contro riformisti, europeisti contro europeisti. Ciascuno convinto che l’unità sia indispensabile. Ciascuno pronto a realizzarla non appena tutti gli altri avranno accettato di unirsi a lui. Il grande centro può aspettare. Il piccolo centro personale, invece, non ammette rinvii.