Politica
Debunking •
La confusa tesi di Bettini su Nato, Ucraina e Russia
Polonia, Baltici, Kosovo, Libia: tutti i sì pro Occidente che la sinistra ora rinnega per compiacere Conte (e Putin) e andare al governo
2 OTT 26

Le riflessioni di Goffredo Bettini sono sempre un sismografo attendibile dei movimenti politici a sinistra. Il direttore di Rinascita e pensatore influente del Pd, in una lettera al Corriere della Sera, comprende qual è il nodo rilevante dell’alleanza progressista: “Il Campo largo sembra paralizzato sulla questione Ucraina”, scrive. E’ l’ostacolo apparentemente insormontabile. E quindi lui offre la soluzione, che è appunto “uscire dal dilemma pressante, armi sì o armi no” – anche perché, appunto, non ci sarebbe alcun accordo – per offrire al mondo una “prospettiva” che metta d’accordo Europa, Russia e Ucraina attraverso una “tregua sulla linea del fronte”, una “fascia smilitarizzata” garantita da “forze neutrali” sotto la bandiera dall’Onu, “sì all’Ucraina nell’Unione europea, no nella Nato”.
La proposta, come è chiaro dall’incipit della lettera, è ovviamente fatta per mettere d’accordo il M5s e il Pd su una formula ambigua. Che poi sia realistica e politicamente fattibile, è del tutto secondario e ininfluente. Ma la lettera di Bettini è interessante perché fornisce alcuni spunti per comprendere il passato recente della sinistra italiana e soprattutto il suo possibile futuro prossimo. A partire dalla Nato.
Scrive Bettini che l’Europa ha alimentato “il clima guerresco”, ha demonizzato Vladimir Putin, “ha ingigantito il pericolo di un attacco” russo e ha “cancellato totalmente le ragioni che hanno portato allo scontro”. Tra le quali c’è, per evocare una celebre e infelice metafora, quella di aver abbaiato alle porte della Russia: l’Europa “non ha compreso il grave errore di portare la Nato ai confini russi”, scrive. Oibò. E’ stata questa provocazione, come più volte ha detto Vladimir Putin, ad aver scatenato la reazione della Russia.
Siccome l’allargamento della Nato a nuovi stati deve necessariamente avvenire all’unanimità, viene da chiedersi chi avrebbe potuto impedire questa scelta bellicista di accogliere sotto l’ombrello atlantico le nuove giovani democrazie dell’est che per decenni erano state schiacciate dal giogo sovietico. Il centrosinistra italiano, ad esempio. I primi tre paesi ex comunisti, di cui uno confinante con la Russia, invitati a entrare nella Nato sono Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca nel 1997. C’era il governo Prodi, ovviamente favorevole. L’adesione venne formalizzata nel 1999, con il governo D’Alema (vicepremier Sergio Mattarella), il primo guidato da un post-comunista. Lo stesso che, un paio di settimane dopo l’allargamento a est della Nato, partecipò alla missione militare dell’Alleanza nella guerra in Kosovo bombardando la Jugoslavia di Milosevic. Quell’intervento è stato per Putin, all’epoca primo ministro da pochi mesi, il primo atto di ostilità e di aggressione nei confronti della Russia.
L’altro allargamento a sette paesi dell’ex blocco sovietico, tra cui le tre repubbliche baltiche confinanti con la Russia, avvenne nel 2004: c’era il governo Berlusconi, ma il centrosinistra votò a favore della legge di ratifica dell’adesione (eccetto pochi deputati di Rifondazione comunista). La più recente adesione alla Nato di un paese confinante con la Russia è quella della Finlandia, che dopo l’invasione dell’Ucraina nel 2022 decise abbandonare la sua tradizionale posizione di neutralità: l’ingresso venne formalizzato nel 2023, dopo il superamento del veto della Turchia di Erdogan e dell’Ungheria di Orbán. In Italia c’era il governo Draghi, di cui faceva parte il Pd, che ovviamente era favorevole all’ingresso della Finlandia.
Nel mezzo c’è un’altra lacerazione, profondissima, nel rapporto tra Occidente e Russia, che è l’intervento militare in Libia del 2011: il Pd era all’opposizione, ma era molto più convinto del governo Berlusconi della necessità di intervenire per fermare Gheddafi. Era quella la posizione del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ma anche dei dirigenti del Pd, dal segretario Bersani in giù. “Non è che il reset sia finito adesso per la Crimea. Penso che sia finito ancora prima, subito dopo gli eventi in Libia”, disse Putin nel 2014 dopo la prima invasione dell’Ucraina a proposito dei rapporti con gli Stati Uniti e l’Occidente.
Pertanto, quando Bettini dice l’allargamento della Nato verso la Russia è stato un “gravissimo errore”, oltre a dare ragione a Putin butta a mare gli ultimi trent’anni di politica estera del centrosinistra italiano. Questo per il passato. Per il futuro, invece, la linea di Bettini è a tratti surreale. Parte dal presupposto che serva una “difesa europea comune” e non un riarmo nazionale, poi dice che bisogna avviare un “dialogo” con Putin, che però “non potrà mai avvenire se non si smonta l’alleanza europea dei ‘volenterosi’” che, addirittura, “vuole altra guerra”.
Il punto è che l’alleanza dei volenterosi è composta da circa 40 paesi, quasi tutti dell’Unione europea e dell’Europa in senso più ampio (Regno Unito e Norvegia): come si fa a costruire una “difesa comune europea” se si smonta l’unione di paesi che ha già una visione comune sull’Ucraina e sulla sicurezza europea più in generale? Bettini poi dice che “l’Europa unita” dovrebbe presentare una proposta di pace. Ma se vuole smantellare la coalizione dei volenterosi, che rappresenta questa unità, con chi intende fare una proposta diversa? Aspetta che cambino i governi in Germania, Regno Unito, Francia e Spagna? Magari con AfD, Farage, Le Pen, Vox (e pure Vannacci?) – tutti partiti che sull’Ucraina hanno posizioni più simili a quelle di Bettini e Conte che non a quelle di Meloni e dei volenterosi – si potrà fare un’offerta sulla pelle degli ucraini che piaccia a Putin?
La tesi di Bettini non ha alcun senso, ma non è incoerente. Perché ciò che importa davvero non è il futuro dell’Ucraina o la difesa dell’Europa, ma trovare un accordo qualsiasi con Conte – ed eventualmente con Putin – pur di andare al governo. D’altronde è la stessa ragione per cui un pezzo della sinistra post-comunista, negli ultimi trent’anni, ha appoggiato tutte le scelte della Nato che ora rinnega.