Dal Fatto a Report: anatomia del linciaggio mediatico che ha consumato Sgarbi

Il Vittorio Sgarbi ricoverato da mercoledì al Gemelli non è più quello che siamo stati abituati a vedere per decenni. Da tempo l'energia si è spenta, a causa della depressione. E c’è un dato che non può essere rimosso: gli anni della sua caduta coincidono con quelli in cui Sgarbi è stato sottoposto a un massacro mediatico quotidiano

2 OTT 26
Tradotto con IA
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Vittorio Sgarbi (LaPresse)

Il Vittorio Sgarbi ricoverato da mercoledì al Gemelli non è più quello che siamo stati abituati a vedere per decenni. Brillante, polemico, incontenibile, capace di occupare la scena pubblica, ma anche di passare notti intere da una chiesa di paese all’altra alla ricerca di meraviglie nascoste, con un’energia che sembrava inesauribile. Da tempo quell’energia si è spenta. C’è la depressione, che lo ha progressivamente consumato e allontanato dalla vita pubblica. Le cause di una malattia così complessa non si possono ridurre a una sola spiegazione. Ma c’è un dato che non può essere rimosso: gli anni della sua caduta coincidono con quelli in cui Sgarbi è stato sottoposto a un massacro mediatico quotidiano. Le consulenze indebite da sottosegretario alla Cultura, il finto quadro di Manetti, l’evasione fiscale sull’acquisto di un’opera: a costruire queste accuse, attivando l’azione della magistratura, è stata una joint venture della gogna composta da Report e il Fatto, spalleggiata da quotidiani e siti antimeloniani, e alimentata sul piano politico dalla consueta raffica di interrogazioni parlamentari. Così, mentre il personaggio veniva demolito pubblicamente, l’uomo cominciava a spegnersi.
L’inizio del massacro ha una data: il 24 ottobre 2023. Il Fatto apre la sua prima pagina con un articolo firmato da Thomas Mackinson (lo stesso che poi scriverà l’inchiesta fuffa sulla grazia data a Nicole Minetti): “Sgarbi, cachet d’oro in barba alla legge: 300 mila euro in 9 mesi”. Per il quotidiano, l’allora segretario alla Cultura avrebbe ottenuto compensi incompatibili con il suo incarico nel governo per partecipare a mostre ed eventi. Il giorno dopo, ancora il giornale diretto da Travaglio, e ancora con Mackinson, lancia un’altra notizia: “Sgarbi indagato a Roma: deve 715 mila euro al fisco”. L’accusa: avrebbe fatto comprare un’opera di Zecchin dalla compagna per sottrarla ai pignoramenti dell’Erario.
Il 15 dicembre 2023 il Fatto (sempre Mackinson) pubblica un’inchiesta realizzata con Report in cui si accusa Sgarbi di aver esposto in una mostra un dipinto rubato dieci anni prima e attribuito all’artista senese Rutilio Manetti, dal titolo “La cattura di San Pietro”. Per nascondere la provenienza delittuosa, Sgarbi avrebbe fatto ritoccare il dipinto a un pittore.
Nasce un bombardamento quotidiano. In 95 giorni il Fatto pubblica 82 articoli contro Sgarbi, alcuni con titoli infamanti (“Sgarbi vessa gli autisti e carica quadri nel bagagliaio”, “Sgarbi, buste di contanti e centro d’affari al ministero”, “Sgarbi mercante d’arte: debuttò nel ’76 ingannando una contessa”). Report dedica alla vicenda ben quattro servizi. In una puntata Sigfrido Ranucci, lo stesso che oggi si dice vittima di “character assassination”, sorridendo dice che i “tasselli” ricostruiti dal suo programma “sono pesanti quasi come la Cassazione”. Sull’onda di questo martellamento, la procura di Macerata apre un’indagine ai danni di Sgarbi per autoriciclaggio di beni culturali. Il 2 febbraio 2024 Sgarbi è costretto a dimettersi da sottosegretario alla Cultura.
Sul piano giudiziario le inchieste si sono dimostrate inconsistenti. Sgarbi è stato assolto dall’accusa di evasione fiscale per il dipinto di Zecchin, poi dall’accusa di riciclaggio per il quadro di Manetti, infine dall’accusa di danno erariale per le prestazioni svolte quando era sottosegretario.
Nel frattempo, però, il buio è sceso dentro la sua anima. La libertà di inchiesta, scambiata per libertà di linciaggio, ha triturato un uomo nel corpo e nella mente.