Politica
Nel Pd •
I “bolli” di Schlein. Cambia statuti e mette bandi. Oltre Gori teme che anche Pacini possa insidiarla alle primarie
Oggi la riunione della segreteria per la proroga del mandato e ottenere lo stop a qualunque altra candidatura dem alle primarie di coalizione, a partire da quella dell'ex sindaco di Bergamo. Ma se Schlein si candidò, in violazione dello statuto, da non iscritta, come si può ora vietare un'altra candidatura che invece lo Statuto rende possibile? Per la segretaria la Carta del Pd non è come la Costituzione: si può cambiare all'occorrenza

Era fesso Enrico Letta o è Elly Schlein che fa la furba? Nega a Giorgio Gori e a Lorenzo Pacini, il giovane furioso di Milano, il privilegio che il vecchio segretario le ha accordato. Pretende che il Pd modifichi (per la seconda volta) lo statuto, la sua carta. Si convoca oggi la segreteria del partito (senza ordine del giorno) e Schlein chiede la proroga del suo mandato, il “bollo”, la fatwa contro i compagni che pensano di correre alle primarie di coalizione. Non vede altro che il suo nome, ma sta per favorirne un terzo: Silvia, la sindaca di Genova. E’ Schlein che mette (Silvia) Salis sulla piaga.
Per quale motivo un altro democratico non deve concorrere alle primarie di coalizione, dove sta scritto? Per parafrasare una frase abusata: lo statuto del Pd è la costituzione più bella del mondo, apre le porte alle speranze. E’ ormai noto che Giorgio Gori, il riformista del Pd, intenda correre alle primarie, sempre se si faranno. Pensa Gori che sia un errore chiudere su un solo nome. Sulla sua candidatura non c’è unanimità, neppure fra i riformisti, solo che adesso vale il principio: una parola di cui si fa largo abuso a sinistra. Perché Gori no? Perché impedirlo? Lo statuto del Pd prevede più candidature, mentre non prevedeva che una non iscritta, come Schlein, partecipasse alle primarie del partito. Cos’è lo statuto di un partito, se non la carta, la sua costituzione? Si può dire che Schlein non si faccia problemi a modificarla, così come Meloni prova con la Costituzione.
La differenza è che Meloni deve fare i conti con il referendum mentre Schlein con i capi corrente che le chiedono la cabina di regia sulle prossime candidature. Schlein sta promettendo ai dirigenti: “Ovvio che faremo la cabina, ma prima dobbiamo vincere le primarie”. Non occorre dire che nessuno di quei dirigenti si fida, tanto più di questa sua stagione all’inferno come Rimbaud. Dicono nel partito: se si vince, perché Schlein dovrebbe rispettare i patti? Vuole prendersi tutto, anche la garanzia che nessun altro possa farle ombra. Tutti credono che il rivale interno sia Gori e nessuno si accorge che Schlein teme la sinistra alla sua sinistra. A Milano si sta facendo notare questo giovane democratico, Lorenzo Pacini, che è più radicale di Virginia Libero, uno che si muove da Mamdani, che organizza anguriate per la Palestina, tanto che a Milano sono finite le angurie. E’ chiaro che sia Gori sia Pacini non hanno possibilità di vincere, ma solo di infastidire la segretaria. Gori lo fa alla destra del partito, Pacini in quella sinistra già affollata. L’elenco dei sinistrutti è così lungo, e la storia delle primarie insegna che già altre volte si è gareggiato per cercare spazio. Non lo ha fatto anche Schlein?
La proroga del mandato la gestirà Bonaccini, il presidente del Pd che è anche capo corrente. Il passo successivo sarà l’assemblea del Pd, e viene da sorridere se si pensa che andranno aggiornati gli elenchi, l’anagrafe degli iscritti. Abbiamo detto che è la seconda volta che per Schlein viene modificata la carta. In verità c’è stata una terza. Alle europee aveva provato a mettere il suo nome sul simbolo, ma il partito si era opposto. Con il rispetto che le si deve, ma una segretaria che pretende la proroga del mandato (e che usa la burocrazia per ostacolare i compagni) somiglia tanto a Giuseppe Conte, l’avvocato “pretermesso”. Sempre con il rispetto che le si deve, ma una segretaria che non coinvolge il partito, che non comunica neppure l’ordine del giorno, può imporre di cambiare le regole come un Salvini qualsiasi? In questo caso vale l’adagio di Schlein. Anche lei non vede arrivare il nuovo. In questa sua gara contro Conte non si accorge che il vento soffia da Genova. Nel Pd viene dato per certo che una volta fissate le regole per le primarie, Silvia Salis si candiderà. Schlein può forse inserire nello statuto il divieto per i sindaci? Ogni volta che a Schlein domandano del programma, lei risponde con “Chatgpd”, in automatico: “Il programma esiste”. Ogni volta che qualcuno si permette di contrariarla usa la cultura del piagnisteo: la maggioranza ci odia, la minoranza ci insidia. Chi non vuole votare Meloni non può che soffrire nel vedere il Pd con le mani inchiostrate di timbri, con Bonaccini al posto di Calderoli, a fare il notaio. Infine, la sola verità: con Schlein al posto di Enrico Letta, oggi non avremmo Schlein.