Politica
Pacifinti •
La finta pace sulla legge cinema. L’agenzia voluta dal Pd è già feudo di FdI
Il triangolo di dissidi tra Fratelli d'Italia, Partito democratico e Lega. Apparentemente uniti sulla Legge cinema, pensano già a come mettere le mani sull'agenzia

Roma. E la chiamano convergenza. E’ la pace romana tra Partito democratico e Fratelli d’Italia. L’elisir d’amore che risponde al nome di “legge cinema”. Il testo, che è attualmente all’esame del Senato, introduce oggi la tanto agognata “agenzia del cinema”. L’ente che avoca a sé alcune delle funzioni di gestione, in fatto di audiovisivo, attribuite al Mic.
Un’intuizione di Pupi Avati – ricorderanno i nostri lettori – prontamente raccolta da Schlein (Elly che da piccola voleva fare la regista), e poi messa in cima alle priorità da Fratelli d’Italia. Sicché la chiamano agenzia dell’armonia, si diceva, ma quel che non dicono è che, pur voluta dal Pd, potrebbe essere il porto sicuro di FdI. Il luogo, cioè, dove potrebbero sbarcare uomini e donne cari al partito, con buona pace di Elly Kubrick in arte Schlein. Ma andiamo con ordine.
Il punto, a quanto pare, è tutto nell’articolo tre. Qui dove la legge prevede un direttore nominato dal presidente del Consiglio su proposta del ministero della Cultura, all’incirca come avviene con il presidente della Rai. L’uomo o la donna, anche in questo caso, sarà soggetto o soggetta al parere corrispondente ai due terzi del Parlamento. Ora. Vero è che il 2027 sarà l’anno di perfezionamento delle procedure amministrative per la costituzione dell’agenzia stessa. Vero è che l’agenzia sarà operativa non prima del 2028. Ma è altrettanto plausibile – spiega chi è più informato – che se la legislatura tirerà a campare, ci saranno i margini per le nomine. Se il governo di Giorgia Meloni dovesse quindi durare fino a settembre, il direttore dell’agenzia sarebbe espressione del governo. Speculazioni o vaghi cenni dell’universo? No. Molti nomi, da Cinecittà in giù, cominciano a circolare. L’incarico, d’altra parte, sarebbe triennale (fatto interessante se il governo cambiasse colore) e il compenso, ancora indefinito, è stimato comunque “molto alto” (prossimo ai 240 mila euro). Manager della tivù pubblica e della fabbrica del cinema sono cerchiati in rosso. Il tutto proprio mentre la più cinefila dei politici, Lucia Borgonzoni, osserva lo spettacolo. Con evidente disappunto.
La sottosegretaria leghista con delega al cinema – ecco la mise en abyme – è l’altro volto di questa finta calma. La senatrice Borgonzoni è conscia che l’agenzia potrebbe essere il nuovo feudo dei Fratelli colti. L’esito di una legge “fatta in fretta e furia”, dice ai suoi, e con l’esclusione da parte della commissione al Senato dei pareri delle associazioni (il disappunto, qui, è diventato ira). I più perfidi meloniani credono guardi con molto interesse all’agenzia. E che si senta esautorata. Tagliata fuori dal suo mondo e dal ministro Giuli che, secondo un’altra prospettiva, è invece il paciere tra lei e Fratelli d’Italia. Il laico ago della bilancia tra Lega e FdI, e poi tra FdI e Pd. Chissà. Certo è che tanto s’amano tutti su carta, quanto si guardano di traverso a telecamere spente. Un po’ come Di Caprio e Danes in Romeo + Juliet. Amori in Parlamento, leggi a tradimento.