Politica
il Dreyfus di via Teulada •
Ranucci, il primo conduttore in contumacia della tv italiana
Stamattina il tribunale potrebbe ridare Report al querelante. Lui intanto già passa le giornate in Rai e ha pure confezionato otto inchieste (e centocinquanta denunce)
25 SET 26

Foto ANSA
E’ andato in redazione fino all’altro ieri, ha pure discusso dei pezzi da mandare in onda a Report, e gli scatoloni (sono diventati sei) restano posteggiati. Sigfrido Ranucci è l’assente più presente della trasmissione, il primo conduttore in contumacia della tv italiana. La Rai lo ha rimosso a fine agosto, al suo posto ci sono già Claudia Di Pasquale e Daniele Piervincenzi, ma lui in via Teulada continua a salire le scale come se il provvedimento riguardasse un omonimo. Porta le segnalazioni che gli arrivano per mail, le distribuisce, propone inchieste. Una parte della redazione lo sta a sentire, pare. L’altra attraversa la strada, si siede al bar di fronte e aspetta che se ne vada. E fra i tavolini, sospetta Ranucci, c’è pure chi la sua poltrona la corteggiava da tempo. A Report ha dato la vita, pensa Sigfrido, e il microfono non ha nessuna voglia di riconsegnarlo. Il microfono, del resto, stamattina alle 11 finisce davanti a un giudice del lavoro che dovrà stabilire se riattaccarlo alla sua camicia sbottonata. Stabilirà, insomma, forse oggi, chi davvero condurrà Report. A Mediaset nessun magistrato si sognerebbe di rimettere Enrico Papi al timone di Sarabanda, o di riaccompagnare Alfonso Signorini al Grande Fratello. Alla Rai invece è già capitato che un giudice facesse il palinsesto. “Ma sarebbe comunque surreale”, dicono ai piani alti. Vedremo. Ranucci oggi in scena arriva dalla Sicilia, dove ieri sera parlava del suo libro a Palermo e a Monreale (gli hanno pure consegnato un altro premio: il Mario Sconcerti. E’ il quindicesimo), sicché il tour si chiude con una matinée in tribunale e proseguirà a breve con una deposizione sul caso Lavitola (“bomba d’amor / ch’a nullo amico il botto perdona”) e con la convocazione per due querele che gli hanno fatto, una del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e una di Paolo Zampolli, l’inviato di Trump in Italia.
Querelato, Sigfrido querela. Ha centocinquanta denunce pronte, contate e messe da parte, una per ogni falsità letta sui giornali, e quando gli si riferisce qualcosa risponde così: aspetta, mi segno anche questa. Centocinquant’uno! Report però è cosa sua, dice. L’ha messo in piedi lui in vent’anni, reclama. Non molla. E anche le prime cinque puntate della nuova stagione, che parte l’8 novembre, le ha impostate lui. In magazzino ci sarebbero sette o otto inchieste pronte: le banche venete e Zonin, la casa di Giulietta e Romeo, una storia su Portofino e un vino invecchiato sott’acqua. Sicché a novembre il conduttore contumace – giudice del lavoro o no – pensa comunque di andare in onda anche solo per interposta inchiesta. Alla Rai, che gli ha offerto tre incarichi alternativi, chiede di tornare. Ma al bar di fronte agli studi, in via Teulada, si fanno altri conti. Ranucci va verso la pensione con circa un anno e mezzo di ferie arretrate, che la Rai di solito non paga, preferendo tenere il pensionando in ferie finché non le ha smaltite. Una sentenza favorevole, ragionano i colleghi del cappuccino, sarebbe un’ottima leva per farsele liquidare. O per farsi fare un contratto post pensione. E chiuderla così. Ma Ranucci protesta: non è il denaro ciò che conta. Intanto, nella stanza del contumace, l’assente più presente della Rai, fra le carte è ricomparsa la cartellina che Milena Gabanelli teneva in mano in studio e che gli regalò passandogli la conduzione. Un segno del destino? In questi mesi Sigfrido si era già paragonato a Falcone, a Moro e a Regeni. Adesso ha confidato a un collega che il suo “è come il caso Dreyfus”. Il capitano francese, però, alla fine fu reintegrato. “Se accade, ci buttiamo nel Tevere”, dice un inviato di Report. Da via Teulada è tutto, per ora.
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Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.
