Zes, incentivi alle imprese: lo sforamento del deficit complica l’opa di Meloni al nord

Si restringono i margini di spesa. E a risentirne potrebbero essere le misure economiche promesse dalla premier per accontentare i presidenti del nord (e Confindustria)

24 SET 26
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Vola a Milano per partecipare alla cena di gala che apre la Fashion week, prima volta per un capo di governo dal 2016, ma Giorgia Meloni al nord qualche problemino in realtà potrebbe avercelo, ora che l’Istat ha certificato che, con un rapporto deficit-pil al 3,07 per cento, anche per quest’anno l’Italia resterà in procedura d’infrazione. E dire che la presidente del Consiglio già da qualche tempo aveva adocchiato nelle laboriose regioni settentrionali un bacino elettorale da presidiare e tentare di intercettare. Anche in ragione di una Lega che in piena campagna congressuale sembra mostrare sempre più la corda nel rappresentare le istanze nordiste, ora che pure esponenti “ribelli” come Massimiliano Romeo e Attilio Fontana si sfilano dalla contesta interna al partito. La scorsa settimana la premier aveva fatto visita agli stabilimenti della Beretta per i 500 anni dell’azienda che produce armi da fuoco, a Gardone Val Trompia, in provincia di Brescia. Mentre la settimana prima era andata al Festival internazionale del riso a Vercelli, in Piemonte. Tentativi di riequilibrare, dal punto di vista geografico, le uscite più sbilanciate verso il meridione degli ultimi tempi, con la festa per il record di governo che Fratelli d’Italia ha scelto di celebrare a Bari, chiamando a raccolta le truppe provenienti da tutto il sud.
Ma al di là dei viaggi, sono gli impegni presi da Meloni dal punto di vista economico quelli che più che le hanno permesso di avvicinarsi alle richieste del nord. A partire dall’annuncio, fatto a inizio settembre, dell’estensione della Zes unica alle regioni settentrionali. Una delle proposte lanciate mesi fa dai governatori leghisti. E subito cavalcata con entusiasmo da Confindustria. Che non sarebbe stata una vera estensione della Zes unica, che ha mosso oltre 60 miliardi di euro, lo si era capito da subito. E cioè almeno da quando il ministro delle Imprese e del Made in Italy ebbe a dire che “anche a Nord saranno introdotte misure di semplificazione burocratica rese possibili dalla Zes unica del Mezzogiorno ma senza gli stessi incentivi economici”. Considerazioni che da subito avevano fatto storcere la bocca ai vari Fontana, Fedriga & Co. Solo per rifinanziare il credito d’imposta valevole nelle regioni già inserite nella Zes unica servono, come chiede il sottosegretario al sud Luigi Sbarra, circa 4 miliardi per i prossimi tre anni. L’intenzione del governo, al di là delle semplificazioni, era quella di abbinare la Zes a un rifinanziamento degli incentivi alle imprese, che avrebbe dovuto trovare posto in legge di Bilancio. Lo scorso maggio, al festival dell’Economia di Confindustria a Trento, sempre il ministro Urso aveva promesso nuove risorse. Transizione 5.0 ha una finestra di applicazione che termina nel settembre 2028, ma il volume delle prenotazioni ha fatto sì che nella maggioranza si pensasse a un’estensione dei cordoni oltre i sei miliardi di euro già investiti. Varrà anche dopo la “bocciatura” dell’Istat? Sempre per quel che riguarda le imprese, negli scorsi mesi s’era instaurato un braccio di ferro tra Mimit e Ragioneria, tanto sul Transizione 5.0 quanto sul decreto che avrebbe dovuto razionalizzare gli interventi in campo. In uno scenario di ristrettezze, insomma, c’è già chi evoca “manine” della ragioniera generale dello stato Daria Perrotta. Vi è poi l’annosa questione della “tassa sugli extraprofitti per le banche” che è pronta a rispuntare fuori. Ieri Matteo Salvini alla festa del Tempo ha evitato di parlarne, ma ha comunque chiesto una “manovra coraggiosa”, prenotando interventi sulle pensioni e spiegando che “lo scostamento di bilancio non deve essere un fine ma un mezzo”. Peccato (per lui) che FdI, l’ha fatto il presidente della commissione Finanze Marco Osnato, abbia già risposto che “lo scostamento di bilancio non è la cosa da fare ora”. Non v’è dubbio, a ogni modo, che anche su scostamento ed extraprofitti possa aprirsi una nuova fonte di apprensioni per Meloni, costretta a mediare non solo tra le visioni divergenti dei suoi vice. Ma anche con l’opposizione dell’Abi e di Confindustria, spaventate dall’ipotesi che le tasse tolte dalla porta principale possano rientrare dalla finestra.