Tetto per alunni stranieri? "Un problema esiste, ma…", dice il capo dei presidi

Valditara annuncia uno stanziamento di 14 milioni per il potenziamento dell'italiano, ma sullo smistamento, dice Giannelli, il presidente dell’Associazione nazionale presidi, il problema potrebbe essere irresolubile

24 SET 26
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Roma. Non ha a che fare soltanto con la matematica e neanche più soltanto con quello che il centrodestra definisce “criterio puramente linguistico”, quel tetto del 30 per cento per gli alunni “non italofoni” per classe, tetto che il governo di Giorgia Meloni vuole introdurre per decreto. E non ha a che fare neanche più soltanto con la questione in sé, il provvedimento, ché l’opposizione è insorta in doppio tempo, dopo il discorso del presidente della Repubblica Sergio Mattarella a proposito di una scuola che “non crei ghetti”, e dopo che la premier, su Rai1, intervistata da Bruno Vespa, ha ricordato una circolare datata 1989, anno in cui Mattarella era ministro dell’Istruzione, circolare citata dalla premier come argomento a favore e dall’opposizione come argomento contro. Il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara annuncia, oltre al decreto, uno stanziamento di 14 milioni di euro per il potenziamento dell’italiano. Ma nel merito, che cosa ne pensa chi vede la situazione dal vivo? “Il problema esiste, innanzitutto a livello didattico”, dice Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi (Anp). “Se dobbiamo insegnare l’italiano a bambini non italofoni – non uso l’espressione stranieri, perché il punto, chiarito anche dal ministro Valditara, sono i bambini non italofoni – l’ultima cosa che dobbiamo fare è mettere in classe tanti non italofoni con pochi italofoni. Se metto insieme, per esempio, venti bambini cinesi e cinque bambini italiani, è molto più probabile che i cinque italiani imparino il cinese che i venti cinesi l’italiano. Non dobbiamo pensare che la lingua si apprenda unicamente o principalmente dal maestro; si impara moltissimo dal compagno di banco e dagli amici che fanno battute, cioè tra pari”. Seconda questione: “Come si fa in situazioni in cui c’è un quartiere ad alta concentrazione di componenti migratorie, magari impiegate nelle imprese locali, e in particolare per formare le classi prima della scuola primaria o quelle della scuola d’infanzia, con bambini piccoli che non conoscono l’italiano, visto che i bambini che frequentano una terza, una quarta, una quinta classe l’italiano, dopo anni, al 99 per cento lo hanno già imparato? Un bambino piccolo deve andare a scuola vicino a casa; i suoi genitori non possono fare chilometri per accompagnarlo. Ma se una scuola si trova in un quartiere a prevalenza di immigrati non italofoni, che cosa deve fare il preside, per rispettare il tetto? Non può non accettare quei bambini: il diritto all’istruzione deve essere garantito a tutti. Se si riuscisse a ipotizzare un sistema di smistamento in scuole vicine, bene, ma se la capacità di assorbire si esaurisse, la questione si ripresenterebbe”. Il problema che abbiamo sotto gli occhi, dice Giannelli, “e quello di garantire un apprendimento il più efficace possibile di tutte le materie e in particolare dell’italiano. La scuola di questo si occupa: insegnare il più possibile, integrare e includere. E questo questo continuerà a fare, come da dettato costituzionale”. Giannelli sottolinea un altro elemento: “Negli ultimi decenni, si è assistito, da un lato, a un incremento della componente della popolazione costituita da immigrati, ma dall’altro anche all’impoverimento della popolazione italiana per l ’enorme crisi demografica. L’insieme di questi due fenomeni ha creato uno spostamento del punto di equilibrio tra italofoni e non italofoni. E’ giusto intervenire per fare in modo che non tutto sia rimesso alla buona volontà dei singoli. Altrimenti ogni maestro farebbe per conto suo, ma non è su questo che si basa la società”.