Il libro di Paolo Mieli sugli autoinganni dell’occidente, da Alcibiade a Putin

L’inganno maggiore, quello che dà il nome al volume, è vicino e quasi domestico, ed è la convinzione, maturata dopo l’Ottantanove, che la storia avesse chiuso i battenti con il Novecento e che l’umanità potesse finalmente accomodarsi in un secolo di pace, magari in due       

24 SET 26
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(Foto Ansa)

Lungo il limes che segue il Reno e il Danubio, i germani, gente di statura smisurata e di memoria lunghissima, osservano dall’alto quei soldati tarchiati e bruni, serrati nell’elmo e nella corazza, e ne consegnano ai nipoti un ricordo così deformato che le legioni di Roma, qualche secolo più tardi, riaffiorano nelle saghe del nord sotto forma di nani barbuti e operosi, e da lì scendono nelle pagine di Tolkien a scavare miniere. La congettura è dello storico Tommaso di Carpegna Falconieri, e Paolo Mieli la accoglie nel “Grande inganno” (Rizzoli) con la contentezza del collezionista che ritrova il pezzo mancante, perché in quell’equivoco di frontiera si legge in miniatura il disegno dell’intero volume, e forse della storia europea, ossia la disinvoltura con cui gli uomini guardano il proprio tempo e ne ricavano la versione che fa loro comodo. Di Mieli si dice sempre che scrive chiaro, e si dice poco, perché la sua chiarezza non è una virtù di servizio ma una posizione intellettuale. Le frasi restano corte, gli aggettivi collocati dove servono, e l’ironia, che a volte è tragica, non compare quasi mai nel lessico, bensì nell’accostamento.
Su questa regola poggia l’architettura del “Grande inganno”, che è un sapienziale montaggio di voci – il grecista Bettalli, il bizantinista Breccia, il medievista Carpegna Falconieri – che entrano nelle pagine di Mieli come ospiti di riguardo, discussi e messi a conversare fra loro pur nella distanza, e senza incontrarsi ne escono illuminati da quella luce supplementare che soltanto un lettore sterminato sa concedere. Alessandro Magno espugna Tiro e viene celebrato per un trionfo che coincide con la rovina di un emporio di commerci e di saperi. Alcibiade, successore naturale di Pericle, tratta la democrazia ateniese come una platea a teatro, tipo umano che la cronaca politica non si stanca di ristampare. Ed ecco così una galleria di abbagli ordinata con la pazienza dello storico e la malizia del grande giornalista che osserva la realtà contemporanea. Anche Putin, in fondo, raccontato per anni come un modernizzatore un po’ ruvido, cos’è stato se non un equivoco.
L’inganno maggiore infatti, quello che dà il nome al volume, è vicino e quasi domestico, ed è la convinzione, maturata dopo l’Ottantanove, fra brindisi di cancellerie e convegni radiosi, che la storia avesse chiuso i battenti con il Novecento e che l’umanità potesse finalmente accomodarsi in un secolo di pace, magari in due. E invece le guerre aperte, come sappiamo, sono oggi sessantacinque, il numero più alto mai registrato, e nel libro di Mieli s’intravede un’anarchia globale nella quale nessuno stato riesce più a imporre un ordine mondiale, neppure quando si presenta sotto le insegne di un’alleanza pacificatrice. Il secolo breve di Hobsbawm, esaminato da vicino, si rivela così un secolo infinito, un ospite che ha varcato la soglia del millennio senza nemmeno togliersi il soprabito.
L’idea che la caduta del Muro inaugurasse un’epoca di pace non fu una menzogna imposta da qualcuno, si capisce, ma una comodità che l’occidente si è amministrata da sé, tanto che si è continuato a celebrare gli ottant’anni di pace europea mentre a due ore di volo la Jugoslavia si dissolveva in un orrore di guerra. Anche allora si osservava dalla riva sbagliata del fiume, come i britanni, e si vedevano dei nani. Di qui la conclusione di Mieli, sobria fino all’asprezza. Rimandare le teorie sull’armonia del mondo, e tenersi pronti agli abbagli, che tornano puntuali. E leggendo Mieli viene in mente, si parva licet, che è così anche da noi, in Italia, terra della commedia, dove l’equivoco indossa persino la divisa d’ordinanza. Cavalieri, Rottamatori, Capitani, Generali, Avvocati del popolo, e ogni volta era ovviamente la volta buona. Tutto un grande (auto)inganno.