Il Pd voterà no al ddl Antisemitismo, i distinguo dei riformisti. Schlein alza il “muro” contro Meloni

 "La destra modifichi la legge o voteremo contro", dice la segretaria che riunisce i suoi deputati in una riunione fiume e serra i ranghi in vista della legge elettorale.   Ma sul ddl antisemitismo la minoranza è pronta a non seguire la linea della leader

23 SET 26
Ultimo aggiornamento: 06:06
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Gianni Cuperlo, sul divanetto della Camera, si affida all’ironia: “Nel Pd abbiamo questo brutto vizio di discutere. E oggi ci sarà parecchio da discutere”. Conosce i suoi colleghi, il suo partito. Il tema del resto è di quelli delicati, laceranti: sul ddl Antisemitismo i dem si sono già spaccati in Senato e presto potrebbe accadere di nuovo alla Camera, con i riformisti, favorevoli al provvedimento, pronti a muoversi in dissenso dalla linea del Nazareno. Schlein ha deciso di votare no al ddl Antisemitismo, anche se lascia uno spiraglio: "Un ultimo appello a questa destra perchè cambi insieme a noi la definizione divisiva che hanno inserito dentro a questa legge". In questo caso i dem voterebbero sì, ma in realtà nessuno crede che la maggioranza possa tornare sui suoi passi.

A Palazzo Madama, i dem a smarcarsi erano stati in cinque, da Filippo Sensi a Graziano Delrio, che aveva anche presentato una sua proposta poi assorbita dalla destra. Tutti convinti della necessità di questa legge. Si muovono in questa direzione anche Piero Fassino e Lia Quartapelle.
Intorno alle cinque i deputati del Pd si riuniscono. C’è anche la segretaria Elly Schlein a riprova che il passaggio è di quelli delicati. Si parla anche di legge elettorale – ieri il centrosinistra ha presentato un pacchetto di 40-50 emendamenti unitari – e la segretaria prova a serrare i ranghi: “Le opposizioni unire faranno muro contro questa legge pessima”. Mentre a Meloni, che chiama in causa il capo dello stato sul tetto agli studenti stranieri, dice: “Tirare per la giacca il presidente della Repubblica Mattarella cercando di trascinarlo, come ha fatto Meloni, sulla polemica strumentale del giorno è segno evidente di una totale mancanza di senso dello stato e costituisce una provocazione diretta alla più alta carica dello Stato. Una cosa di cui l’ Italia non ha assolutamente bisogno”. Contro la premier, contro lo Stabilicum, in ogni caso, è più facile tenere insieme i suoi. I problemi sono altri. E infatti oltre tre ore dopo, mentre chiudiamo questo pezzo, gli esponenti del Pd sono ancora in assemblea. Nel frattempo si susseguono gli appelli della comunità ebraica milanese, che ieri si è ritrovata in piazza, indossando la kippah in segno di solidarietà al rabbino aggredito la scorsa settimana. Il figlio della senatrice Segre, Alberto Belli Paci dice: “Sembra di essere tornati nel 1938”. La stessa Segre aveva invitato tutta la politica a sostenere il dl antisemitismo. Lo stesso appello rivolto, anche al Pd, dai giovani ebrei dell’Ugei che hanno lanciato una campagna, mentre a Roma venivano vandalizzate due pietre d’inciampo.
Per tutta la giornata i dem più vicini alla leader lasciano trapelare: “Votiamo no”. D’altra parte, è il ragionamento, “tutti i nostri emendamenti sono stati bocciati”. Avanza la linea Boldrini, la più critica nei confronti del provvedimento della destra. La deputata era stata in piazza nelle scorse settimane, con Amnesty e la società civile, in una iniziativa in cui erano spuntate anche le bandiere di Hamas e Hezbollah. Il punto centrale resta sempre la definizione di antiseminismo dell’Ihra, che aveva sottoscritto anche il governo Conte e aveva sostenuto Schlein da europarlamentare. Ma adesso, spiegano i dem, i tempi sono cambiati: “E anche una legittima critica al governo di Israele potrebbe essere sanzionata”.
Paolo Ciani scherza, fa prove da inviato speciale: “Farò io il mediatore”. E’ un buon mediatore? “Questo lo vediamo dopo”, sorride. Nel Partito democratico comunque c’è anche chi vorrebbe riproporre la strategia usata a Palazzo Madama, l’astensione. La terza via. Sarebbe, in una qualche misura, anche un segnale ai riformisti (che il 26 si incontrano a Prato), in una fase delicata e in cui Schlein avrebbe bisogno della massima unità, nella sfida ormai quotidiana con l’alleato rivale Giuseppe Conte. Ma Arturo Scotto ricorda: “Alla fine ci siamo divisi comunque”. Insomma meglio andare dritti sul no, come è assai probabile che vada. Una scelta che avrebbe anche una ricaduta politica, forse elettorale. Intanto il Pd farebbe fronte comune con M5s e Avs e poi il no al provvedimento targato centrodestra è sostenuto da un fronte molto ampio della società civile. Che va da Amnesty, appunto, alla Cgil, passando per l’Anpi e arriva fino alle Ong. Si tratta di realtà che in vario modo si erano attivate per il referendum e la vittoria del campo largo contro Meloni passa dalla loro mobilitazione. Insieme alle posizioni personali, alla libertà di coscienza, l’ennesima potenziale spaccatura tra i dem passa anche da qui.