Kyiv? “Diritto alla Resistenza”. Uniti al centro? “Non per forza”, dice Ernesto Maria Ruffini

Il movimento Più Uno diventa partito il 10 ottobre. "Le primarie hanno senso se chi partecipa accetta regole, programma e risultato, ma la cornice dentro cui costruire il programma viene prima. Non si può chiedere una cambiale in bianco”

23 SET 26
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Giorni duri per il campo largo, dopo che il leader m5s Giuseppe Conte ha brandito il suo “no armi” all’Ucraina, facendo insorgere i riformisti dem (“Conte parla come Salvini e Vannacci”) e il leader di Più Europa Riccardo Magi (“se nel campo largo prevale la linea Conte, noi non ci stiamo”). Con queste premesse, come si costruisce un programma comune? “Un’alleanza”, dice Ernesto Maria Ruffini, ex direttore dell’Agenzia delle Entrate e leader del movimento civico Più Uno – pronto a trasformarsi in partito il 10 ottobre, “non nasce dalla paura di perdere né dalla somma di sigle, ma da una visione condivisa. La politica estera non è un capitolo secondario, riguarda l’idea che abbiamo dell’Europa, del diritto internazionale e della nostra sicurezza. Le differenze esistono e sarebbe sbagliato nasconderle. Il punto è costruire una cornice comune abbastanza solida da contenerle, parlarsi meno addosso e ascoltare di più”. Cioè? “Ascoltare il grido delle nuove generazioni che, di fronte a una politica sempre più incattivita, non vogliono considerare tutto questo normale e lo mostrano nelle piazze, più che nelle urne”. Ma qual è la sua posizione sull’Ucraina? “Come italiani, rischiamo di dimenticarci il diritto alla Resistenza. L’aggressione russa non può essere rimossa dalla discussione. Sostenere l’Ucraina significa difendere il principio che i confini non si cambiano con la forza. Non significa rinunciare alla diplomazia, l’obiettivo resta una pace giusta e duratura, per questo serve un’Europa più unita, capace di responsabilità comuni nella difesa. Pace e sicurezza non sono parole alternative”. Meglio un terzo nome o le primarie? “Con la nuova legge elettorale, ci sono solo due strade: le primarie o un accordo. Qualsiasi scelta è legittima, ma prima bisogna ritrovare una comunità politica. Le primarie, se aperte e fondate su regole chiare, non sono un talent show, ma uno strumento di partecipazione. Dividono se diventano una gara personale, uniscono se arrivano dopo un confronto vero su un progetto comune. Il problema è sapere per quale paese ci si candida, e vale anche per un accordo su un federatore”. Se vincesse Conte, gli elettori del Pd e del centro lo voterebbero? “Non posso parlare al posto degli elettori del Pd. Le primarie hanno senso se chi partecipa accetta regole, programma e risultato, ma la cornice dentro cui costruire il programma viene prima. Non si può chiedere una cambiale in bianco”. Come si riequilibra un centrosinistra così sbilanciato? “Allargando la sua rappresentanza, dando voce a culture ed energie che oggi non lo voterebbero. Più Uno nasce per questo”. Ma come? “Serve indicare una prospettiva, dire quale paese vogliamo costruire. Il centrosinistra è credibile se offre una direzione. Non serve un elenco di promesse, né basta promettere di cancellare ciò che ha fatto la destra”. Più concretamente? “Vedo quattro temi capaci di parlare a un paese più largo: crescita, lavoro e salari, perché la giustizia sociale senza crescita resta una promessa; l’uguaglianza delle opportunità, cioè scuola, sanità, casa e sicurezza sociale; la sicurezza come diritto di tutti, con più presenza dello stato, prevenzione e attenzione ai quartieri, senza contrapporre sicurezza e diritti; e l’Europa, non burocrazia ma spazio politico comune, dalla politica industriale alla difesa. Un centrosinistra credibile tiene insieme solidarietà e responsabilità, diritti e doveri, protezione sociale e capacità di produrre ricchezza. Sono anche gli assi del nostro manifesto politico in preparazione”. Non si rischia di arrivare tardi, con la campagna elettorale già avviata da Meloni? “Non è una gara di velocità, dobbiamo costruire solide fondamenta. La destra ci consegna un paese più diseguale. Il paese invece è una comunità, una storia e una prospettiva condivisa da costruire insieme”. Intanto, la nuova legge elettorale imporrebbe di unire le forze al centro del centrosinistra? “Rende più difficile la strada per le forze non presenti in Parlamento. Ma se ci si unisce solo per aggirare un ostacolo elettorale si parte dalla fine. Se ci sono convergenze vere su Europa, crescita, uguaglianza e lavoro, allora è giusto costruire insieme, ma prima vengono le ragioni politiche”. Qual è la road map di Più Uno? “Il 10 ottobre diventerà un soggetto politico nazionale, non per aggiungere una sigla, ma per dare forma stabile a un percorso nato nei territori. Continueremo il radicamento, presenteremo il nostro manifesto e lavoreremo al programma del centrosinistra. Siamo pronti alle primarie, non per occupare uno spazio ma per allargarlo a chi oggi non si sente ancora rappresentato”.