Politica
eredità politica •
Grillo e Conte duellano sulle sacre reliquie del vaffa
Il comico non fonderà un nuovo partito: si limita a contendersi con l'ex premier quei supremi valori che Schlein vuole accanto al Pd
22 SET 26

Foto ANSA
Quando lo spregiudicato incontra il fessacchiotto viene fuori il prodigio dell’imbonimento. Ed Elly Schlein – che difetta di spregiudicatezza – dovrebbe osservare Grillo per capire chi è Conte, proprio come i filologi dell’Ottocento si servirono della stele di Rosetta per decifrare i geroglifici. O come il liquido di contrasto nelle risonanze magnetiche. Da quasi due anni un ex comico e un professore fattosi leader si contendono i “valori” delle origini pentastellate con l’accanimento che nel Medioevo le città riservavano alle ossa dei santi. E ieri il fondatore, come anticipato nei giorni scorsi, è tornato a reclamarli, questi valori, dal podcast di Fedez, dove ha annunciato che il Movimento è finito in mano al reverendo Jones, “l’uomo che sussurrava ai cavilli”, e che di progressista, a questo M5s, gli resta soltanto la paralisi della mente.
Grillo insomma dice che non farà un partito, ma rievoca i tempi belli, vivaci e addirittura intelligenti di quando c’erano lui e Casaleggio. Conviene dunque aprire questo reliquiario dei valori intelligenti, con la devozione che merita, e guardare che cosa custodisce. Dentro, come nella teca di Sant’Agata, riposano il divino vaffanculo, la scatoletta di tonno come la quale si doveva aprire il Parlamento, e l’uno vale uno, cioè l’idea di imporre all’Italia un regime d’analfabeti cronici fondato sulla persuasione che chiunque possa governare. Escogitazione politologica che nel 2018 portò a Palazzo Chigi uno sconosciuto professore la cui fama di grandezza era soprattutto affidata a una circostanza tenuta in gran conto da quelle parti, dove, se domandate perché qualcuno è universalmente rinomato, vi sentite sussurrare all’orecchio: “Ha insegnato diritto a Fofò Bonafede”, come se vi avvertissero con discrezione: “E’ Einstein”. L’insulto elevato a programma perché – diceva Grillo – “lubrifica la realtà”, il disprezzo promosso a teoria delle istituzioni perché – diceva Paola Taverna – “siete delle merde”, l’ignoranza esibita come certificato di onestà: “Presidente, sarò breve e circonciso”. Conte, bisogna dargliene atto, questo scrigno di meraviglie lo maneggia meglio del fondatore. Grillo il vaffa lo urlava, lui lo ha tradotto in un italiano forense e malmostoso, pieno di sottintesi e di sguardi, con qualche improvviso tuono a favore di telecamera come i fogli strappati questa domenica a Milano sul palco, la lingua ampollosa e sgrammaticata (“la prego non indulgi”) di un avvocato che durante la pandemia sfoderò gli “affetti stabili”, trovata che può arrivare solo dalla mente di una persona che ha princìpi fermamente instabili e che infatti ha governato con qualsiasi maggioranza. Sicché è proprio su questi altissimi valori che duellano Grillo e Conte, ed è a questi supremi valori che Schlein vorrebbe legare il destino del Pd. Ad Asiago Conte chiede di trattare con Putin e di non mandare armi a Kyiv, e lei a Villalunga risponde con quarantatré minuti di “clima”, “sanità” e “fuorisede”. A Milano Conte strappa il foglio con la scritta “Riarmo”, giura che “non indietreggeremo”, e lei trova nelle sue parole “molte cose condivisibili e sovrapponibili” e promette che sull’Ucraina “troveremo un compromesso”. Solo quando lo spregiudicato incontra il fessacchiotto viene fuori il prodigio dell’imbonimento. Grillo prometteva di aprire la democrazia come una scatola di tonno. Conte, più pratico e più modesto, erede dei valori, sta aprendo in due il Pd. E l’apriscatole, con squisita cortesia, glielo porge la segretaria.
Di più su questi argomenti
Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.
