Politica
l'editoriale del direttore •
La folgorazione di Ranucci sulla via del garantismo
Da modello Report a modello Lavitola. Il campione del moralismo moralizzato dalla sua stessa storia insegna che un conto sono le prove, un altro i sospetti e i teoremi. Appunti per un decalogo contro la cultura del linciaggio mediatico-giudiziario
21 SET 26

L’estate pazza e scatenata delle mille peripezie che hanno coinvolto, seguendo un copione che non avrebbe potuto immaginare neppure il più diabolico degli sceneggiatori, il conduttore più famoso d’Italia, Sigfrido Ranucci, può offrire agli osservatori maliziosi e anche a quelli smaliziati due chiavi di lettura diverse per orientarsi nel romanzo di formazione più appassionante dell’anno. Una prima chiave di lettura è quella dell’indignazione. Una seconda chiave di lettura è quella dell’ammirazione. La chiave dell’indignazione porta a puntare lo sguardo su ciò che non torna nel rapporto tra Ranucci e Lavitola, sulla prudenza inusuale con cui la procura di Roma ha scelto di procedere per monitorare i rapporti tra Ranucci e Lavitola, sui doppi standard spassosi oltre che ridicoli generati dal campione del moralismo, moralizzato dalla sua stessa storia. La seconda chiave inevitabile è quella dell’ammirazione profonda che non può non esserci di fronte alla straordinaria folgorazione di Ranucci su una via più suggestiva rispetto a quella lavitoliana.
La sua Damasco non è il Cefalù Bistrot. La sua Damasco è il garantismo. E per questo bisogna ringraziarlo, Ranucci, per quello che sta facendo non per sé, ma per noi, per un paese intero, per la democrazia, per lo stato di diritto, con il suo decalogo definitivo contro la cultura del linciaggio, che non ricordiamo abbia contribuito a definire in questi anni in Italia. Qualche appunto e un piccolo riepilogo utile per il futuro. Primo. Ritrovarsi una chat con un indagato sospettato di averti messo una bomba sotto casa per accrescere la tua notorietà e la tua intoccabilità non è prova né di colpevolezza né di complicità: è un passaggio curioso, forse, anomalo, ma nulla che possa mettere l’opinione pubblica nella condizione di considerarti colpevole fino a prova contraria. La correlazione tra un comportamento sospetto tenuto con una persona sospetta e una prova vera da inserire in un fascicolo è tutta da dimostrare: non trasformiamo le possibili coincidenze in sentenze di condanna. Secondo. Frequentare una persona con un curriculum poco presentabile non trasferisce sul frequentante i peccati del frequentato: bisogna imparare a coltivare il buon senso, anche nella vita privata, e tenere da parte ciò che si fa nel pubblico, l’eroe della morale, da ciò che si fa nel privato, il peccatore. Terzo. Farsi vanto del proprio essere un latin lover in un libro, raccontando elementi peccaminosi compiuti con una persona con cui si lavorava, non è un indizio della presenza di un maschio dominante, simbolo di una violenza che nasce da una società patriarcale imposta dalla destra, ma è anche questo un peccato, forse, tutto da dimostrare, che non può e non deve intaccare il profilo pubblico di una persona dalla reputazione peraltro specchiata, perché le carriere forse non si possono separare, nel mondo giudiziario, ma si possono separare il profilo pubblico e quello privato, e non esageriamo poi con questo MeToo che tende a criminalizzare anche episodi che dovrebbero essere considerati di puro e innocente corteggiamento. Quarto. Considerare un indagato colpevole senza avere delle prove certe su quell’indagato, arrivando anche a sospettare che il pm che indaga su quella vicenda sia completamente fuori strada, non è un atteggiamento di complicità verso quell’indagato ma è l’essenza stessa di uno stato di diritto, che ti impone di considerare chiunque, anche chi è sospettato di averti messo una bomba sotto casa, come un cittadino verso il quale non occorrono giudizi affrettati, anche se quello stesso indagato arriva a confessare ciò che ha fatto. Serve prudenza, non giudizi affrettati, non sentenze improvvisate. Quinto. Offrire pubblicamente delle risposte sballate ad accuse circostanziate non significa voler depistare, assolutamente no, ma significa semmai non avere una buona memoria e, se alla domanda “cosa ci facevano Ranucci e Lavitola insieme cinque giorni dopo l’attentato senza telefonino, a parlare fitto fitto” il suddetto Ranucci risponde che non è vero che ha parlato fitto fitto con il suddetto Lavitola cinque giorni dopo la notifica dell’indagine a Lavitola, non c’è malafede, c’è al massimo distrazione. Sesto. Mostrare una certa attitudine a tutelare gli interessi di una persona molto chiacchierata e decisamente compromessa, arrivando a fare, a tutela di quella persona e anche dei suoi affari, delle interviste sui media dello Zimbabwe, non ti rende automaticamente “sodale” di quel soggetto, semmai dimostra la tua ingenuità, la tua buonafede, come direbbe Luciano Capone, e per dimostrare una “subalternità” da considerare come “connivenza” ci vuole molto di più, decisamente di più, non qualche pettegolezzo zimbabwaiano. Settimo. Usare le intercettazioni telefoniche come una prova di colpevolezza a carico di una persona intercettata è una ferita profonda, vera, sincera, allo stato di diritto, e se per caso dalle intercettazioni pare esserci una connivenza tra due soggetti, come sembrerebbe esserci tra Lavitola e Ranucci la notte in cui Lavitola riceve la notizia delle indagini e Ranucci prova ad aiutare Lavitola a trovare un alibi forte per sé, tutto questo non significa che ci sia, anche qui, una forma di dolo o di complicità: non facciamoci travolgere dall’ansia di dover avere certezze, serve molto di più per sputtanare qualcuno o per indagare qualcuno. Ottavo. Specializzarsi nella ricerca di scoop derivanti da informazioni ottenute attraverso fughe di notizie, abusando magari anche di intercettazioni che non avrebbero dovuto essere trascritte, di nomi di terzi che non avrebbero dovuto essere trascritti, di pettegolezzi relativi alla vita personale degli intercettati che non avrebbero dovuto essere trascritti, non è un buon giornalismo, non lo è, ma è un modo per offrire al lettore spazzatura, perché la tutela della privacy di una persona è infinitamente più importante, in uno stato di diritto, della tutela del diritto di cronaca, anche considerando il fatto che il diritto allo sputtanamento del prossimo non dovrebbe essere spacciato per diritto di cronaca. Nono. Lo strumento della querela, adottato da parte di un potente contro chi offre informazioni considerate mendaci nei suoi confronti, non è e non può essere considerato in nessuna misura e in nessuna forma come uno strumento eversivo, intimidatorio e antidemocratico, ma deve essere considerato come un normale strumento di difesa, per proteggere la propria reputazione di fronte a possibili calunnie, perché le notizie vanno sempre dimostrate, circostanziate, contestualizzate e non si possono considerare i linciaggi come modalità accettabili all’interno della vita pubblica di un paese, come a volte capita di fare ad alcune trasmissioni, non ricordiamo però quali. Decimo.
Infine, dettaglio per il quale non ci stancheremo mai di ringraziare abbastanza il dottor Ranucci per il suo tour garantista in giro per il globo terracqueo, il partito delle manette facili, del processo sommario, del garantismo usato come gargarismo deve convincersi una buona volta che no, davvero, no, non è accettabile continuare a vivere in un paese dominato dalla logica perversa del non poteva non sapere, del non poteva non conoscere, del non poteva non vedere. Le prove sono un conto, i sospetti sono altro, è la lezione del garantismo alla Ranucci, e anche se il soggetto che poteva non sapere, che poteva non conoscere, che poteva non vedere è considerato, da molti, come il principe delle inchieste, il campione dei fili da unire, bisogna essere prudenti, non speculare, perché un conto sono le prove, un altro i teoremi, e in un paese che vuole combattere la cultura del linciaggio il Ranucci modello Report può essere un cattivo esempio ma il Ranucci modello Lavitola può essere un buon esempio per spiegare perché amicizia non vuol dire connivenza, contestualità non vuol dire complicità, vedere tutto senza sapere molto non significa colpevolezza.