Politica
l'anticipazione •
Istruzioni (anche alla sinistra) per una rivoluzione europea. Un’anticipazione del libro di Paolo Gentiloni
Perché difendere l’Europa oggi vuol dire trattare i suoi nemici per quello che sono: nemici della patria. Il libro dell'ex premier pubblicato da Rizzoli

Pubblichiamo alcune pagine del libro di Paolo Gentiloni, Diventare una potenza. Istruzioni per una rivoluzione europea (Rizzoli), che sarà da domani in libreria. L’ex premier lo presenterà mercoledì a Milano, all’Ispi, e giovedì 24 a Roma, alla Fondazione Marco Besso.
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L’Europa, dunque, è diventata la trincea di uno scontro politico sempre più influente per le sorti delle nostre democrazie. Ma la consapevolezza dell’importanza della posta in gioco è molto diversa nei due schieramenti che si fronteggiano. I nemici dell’Europa sono in genere in minoranza, ma hanno almeno tre caratteristiche. Primo, sono molto rumorosi e determinati. Risuona in molti Paesi il messaggio antieuropeo a proposito di economia o cambiamento climatico, di migrazioni o di ostacoli burocratici: la colpa è di Bruxelles.
In secondo luogo, partiti e movimenti anti-UE si sono mostrati capaci di aggiustare le proprie strategie all’evolvere della situazione. Dieci anni dopo la Brexit, quasi nessuno tra i nemici dell’Unione promuove apertamente strategie di “exit”; l’obiettivo è diventato piuttosto quello di indebolire e corrodere l’Unione dall’interno, rivendicando il ruolo degli Stati nazionali a scapito di qualsiasi livello di integrazione.
La terza caratteristica è che i nazionalisti anti-UE si coordinano attorno al comune obiettivo di smantellare l’edificio europeo. Sorprendentemente, dal momento che sulla carta il nazionalismo dovrebbe escludere collaborazioni tra più Paesi: se predichi America First non sei in sintonia con chi promuove La France d’abord, Deutschland zuerst o gli equivalenti. Ma qui è contro un nemico “esterno” – Bruxelles – che viene indirizzato il nazionalismo di ciascuno, ed ecco che l’apparente paradosso di una internazionale dei sovranisti sembra materializzarsi. Anche con il contributo del movimento MAGA americano, da sempre interessato all’obiettivo di smantellare l’UE.
E gli amici dell’Europa? Certo, ci sono le bandiere blu-stellate dell’aspirazione europea sventolate a Tbilisi o in piazza Maidan, ma la mobilitazione a favore dell’Europa nei Paesi membri dell’Unione è piuttosto rara. E nel discorso pubblico, anche tra i sostenitori dell’UE, tende a prevalere la critica sui limiti, le incompiutezze, le inadeguatezze dell’Unione. Ognuno la vorrebbe diversa da come essa è. Un trionfo dello spirito critico europeo di cui si potrebbe andare fieri, non fosse che questo straordinario progetto che si è realizzato negli ultimi settant’anni è tutt’altro che scontato. Oltre che discusso, andrebbe difeso.
Il rischio, insomma, è che di fronte agli attacchi del nazionalismo sovranista pochi si prendano la responsabilità di stare dalla parte dell’Unione Europea in quanto tale. Sostenendola non perché ne condividono le scelte o l’architettura istituzionale, ma perché la vogliono semplicemente proteggere. Perché, per echeggiare un discutibile motto ottocentesco, “Right or wrong, my Europe” (giusto o sbagliato, la mia Europa).
Chi ogni giorno si oppone all’Unione o addirittura predica l’uscita dall’euro finge di non sapere che, senza euro, un Paese come l’Italia, con il 137 per cento di debito pubblico e grande importatore di gas e petrolio avrebbe subito un’impennata dei costi dell’energia e dei mutui, un’ondata inflazionistica, instabilità finanziaria. E nel medio periodo dovrebbe affrontare sacrifici terribili semplicemente per stare in piedi. (…)
Chi grida contro un presunto riarmo europeo merita rispetto se è un pacifista integrale. Se invece pensa che ci si possa difendere fortificando i nostri confini nazionali ignora la realtà del mondo. E se pensa a una competizione tra “nazioni” europee l’una contro l’altra armata, dimentica alcuni secoli di guerre della nostra storia continentale. La pace è la ragione di esistere dell’Unione. E da una difesa comune europea dipende la nostra capacità di contribuirvi in ogni parte del mondo.
Insomma, difendere l’Europa oggi vuol dire trattare i suoi nemici per quello che sono: nemici della patria. Sventolano il tricolore lavorando contro gli interessi italiani.
Per provare a svolgere il suo ruolo, l’Unione Europea non può essere lasciata sola, non deve correre il rischio di essere accerchiata da una minoranza di avversari rumorosi e di non essere difesa da una larga maggioranza di sostenitori riluttanti. Non può essere un bersaglio. Deve diventare un grande attore politico. Una potenza.
E la sinistra?
La linea di demarcazione pro o contro l’Europa assume dunque un’importanza crescente e dirimente, ma non cancella la divisione più tradizionale tra destra e sinistra. Piuttosto vi si sovrappone, costringendo la sinistra europea a scegliere.
Da ministro degli Esteri, presidente del Consiglio e commissario, ho frequentato decine di vertici socialisti (e democratici) europei, quasi sempre riuniti un’ora prima delle riunioni del Consiglio europeo. Hanno avuto alterne fortune, quei vertici, legate all’andamento del ciclo politico nei vari Paesi, ma comunque hanno visto presenti fino a dieci primi ministri di diversi Paesi, inclusi, in periodi diversi, Germania, Francia, Italia e Spagna.
Ho constatato, in quelle riunioni, che sulle fondamentali decisioni da prendere le posizioni in casa socialista sono tutt’altro che omogenee. Anche nell’altra grande famiglia europea – i popolari – non mancano visioni diverse, ma vengono gestite da una forte leadership (tedesca). Lo stesso non si può dire in casa socialista. E così, ad esempio, sull’economia avvicinare le posizioni dei democratici italiani e dei socialisti scandinavi è davvero un’impresa, al massimo si possono contenere le differenze.
Pur avendo posizioni diverse, in fondo i socialisti europei sono tutti alle prese con il medesimo problema: come fronteggiare la vera e propria mutazione genetica che gli ha fatto perdere consensi tra gli operai e i ceti popolari emarginati trasformandoli in partiti del ceto medio urbano, dei pensionati e delle minoranze impegnate sui diritti.
Le risposte non sono facili, problemi simili investono i progressisti in tutto il mondo, a partire dai democratici americani. Il punto di partenza dovrebbe essere comunque quella dimensione sociale che è il collante della famiglia socialista. Una specie di comfort zone – nessuno è mai contrario al “pillar of social rights” (pilastro dei diritti sociali) – che in concreto si è spesso tradotta in una sorta di riserva indiana. I socialisti protestano? Aggiungiamo qualche parola sui diritti sociali e qualche nomina nel settore. Un po’ come si fa dando ai Verdi il ministero dell’Ambiente nei governi di coalizione.
Serve un’ambizione ben diversa. E servirebbe oggi, visto che l’innamoramento per la destra dei ceti sociali subalterni potrebbe presto rifluire per totale mancanza di risposte. Per quanti sforzi si facciano di surrogarle con le politiche identitarie, se ai forgotten men non hai risposte da offrire sul piano economico, prima o poi ti abbandonano.
La sfida, enorme, è quella di ridisegnare uno dei pilastri del modello europeo, il welfare state. E proprio la sinistra, che in molti Paesi ne è stata l’architetto, potrebbe affrontarla questa sfida. Il paesaggio sociale è completamente mutato da quello in cui presero forma i sistemi europei di welfare e non basta più proporsi di difendere i cittadini dalla povertà e dalla malattia. Le nuove domande a cui rispondere sono numerose: come garantire coperture assicurative legate al lavoratore più che al posto di lavoro: come proteggere i lavoratori delle piattaforme digitali; come introdurre redditi minimi di inclusione su scala europea; come trasformare i sistemi sanitari verso l’assistenza domiciliare e il sostegno ai non autosufficienti; come estendere il concetto di servizi universali a trasporto pubblico e housing sociale. Insomma, come uscire da un’idea tradizionale – “dalla culla alla tomba” – basata su famiglie e lavoro stabili e su una crescita economica impetuosa per adattarla all’era della instabilità, della crescita lenta, della longevità e dell’intelligenza artificiale. Un welfare ripensato dovrebbe anche basarsi sull’obiettivo di rendere alcune delle sue fondamenta obbligatorie in tutta Europa: la dimensione sociale resterà a prevalenza nazionale, non avremo un salario minimo “europeo”, ma in alcuni punti essenziali servono criteri comuni e strumenti condivisi.