Politica
l'editoriale dell'elefantino •
Conte-Schlein, l’esilarante paradosso del campo largo
Lui provoca, sbuffa e ottiene un netto vantaggio sulla rivale per la candidatura a presidente del Consiglio. Lei, eletta dai grillini per tenere a bada il vecchio apparato di partito, il maggiore dell’alleanza, ora avrebbe quella specie di delega ritirata
21 SET 26

Un fenomeno politico da sballo. Ti eleggo ma ti tratto come un pupazzo e al momento opportuno ti sostituisco. Conte, capo di un gruppo minore e sbrindellato dell’alleanza possibile di centrosinistra, prende la rincorsa, provoca, sbuffa e ottiene un netto vantaggio, non solo nei sondaggi, sulla rivale per la candidatura a presidente del Consiglio, la segretaria del partito maggiore dell’alleanza detta campo largo. Il mago dell’anonimato politico, fattosi statista alla guida di due governi e poi capopartito, richiamerebbe all’ordine la sua creatura e rivincerebbe la lotteria del potere (all’opposizione, per lo meno). Infatti Schlein, paradosso esilarante, fu eletta non dalla base del suo partito ma da una platea elettorale esterna e antipatizzante verso le correnti storiche dei dem, una platea composta in particolare da elettorato assembleare grillino-contiano, tutti ostili nel tempo allo spirito militante pro Ucraina dei riformisti e dei centristi del Pd.
Di fronte al ricatto demagogico-pacifista, “contro il riarmo”, parola d’ordine facile e risonante agitata dai grillini a congresso pre-elettorale come bandiera per la contesa nella coalizione, la capa del Pd rischia di prendere una batosta alle primarie e intanto è destabilizzata, circondata da manovre ostili di vario tipo, insidiata da veri capicorrente e vecchi scarponi. Eletta dai grillini per tenere a bada un vecchio, rugginoso ma esperto apparato di partito, e fare scena, ora avrebbe quella specie di delega ritirata, dopo molti anni di vischioso ruolo, principale ma ineffettuale, all’opposizione.
Può essere che alla fine il Pd riesca a rovesciare contro di lui e i suoi la stessa imprevedibilità e furba protervia di Conte, stabilendo una linea “Kyiv o morte” che lasci pochi margini all’uso ammiccante e sornione del putinismo più trasversale combinato al pacifismo più primitivo, e minacciando una rottura capace di ridurre le pretese grilline alla ragione. Ma è una china difficile da risalire, almeno in quella direzione. Per ora Conte è il candidato dell’opinione pubblica di sinistra prevalente anche nel Pd, operazione che sembra del tutto riuscita. Il Pd di Schlein è invece un partito avviato ai carnasciali della diserzione e della ritirata predicata dai suoi giovani assemblearisti e alle bellurie dell’interpretazione loffia dell’articolo 11 della Costituzione come autorizzazione alla bandiera bianca delle democrazie contro le autocrazie. Strano per una Costituzione le cui basi furono poste il 25 aprile del 1945 al termine di una fase di guerra fratricida ma eroica, segnata dall’antifascismo. Con l’elezione di Schlein si è capito che in quella ordinaria lanterna a olio che è il Pd in rivolta contro la propria identità originaria, la lampada di Aladino delle Mille e una notte, è entrato un genio, il genio grillino della demagogia più sfrenata. Il partito, per quel che conta, fu ideologicamente sequestrato dagli elettori della sua segretaria, e ora il genio della lampada esce allo scoperto e chiede al padrone quali siano i desideri che deve esaudire.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
