Politica
Editoriali •
Il ballo delle ipocrisie sulle preferenze
Come uno strumento sano è diventato radioattivo. Fesserie da smascherare
18 SET 26

Foto Ansa
Oggi tutte le forze politiche e l’opinione pubblica considerano le preferenze multiple uno strumento che permette all’elettore di sottrarsi al dominio delle segreterie dei partiti. Trentacinque anni fa, quando si votò per il referendum proposto da Mario Segni per limitare a una le preferenze nella votazione per la Camera, l’opinione prevalente era esattamente opposta e le preferenze venivano considerate uno strumento per il controllo dei partiti sull’elettorato. Era giusto allora e lo è anche oggi, anche se sembra contraddittorio, perché è radicalmente mutato il rapporto tra i partiti e il loro elettorato. Allora i partiti, soprattutto quelli più grandi, contavano su centinaia di migliaia di iscritti e le sezioni del Pci e le correnti della Dc erano in grado, attraverso le preferenze organizzate, di determinare, con rare eccezioni, la scelta degli eletti.
Oggi, invece, le sezioni sono semideserte e nella scelta delle preferenze prevalgono le personalità dei candidati e spesso il loro rapporto con il territorio, che non si esaurisce nel rapporto con il partito che li presenta. Per la verità, quel controllo esercitato attraverso l’organizzazione del partito sul comportamento degli elettori, alla data del referendum, che coincide con lo scioglimento dell’Unione sovietica e con tutte le conseguenze che ebbe sul sistema politico anche in Italia, stava già cominciando a indebolirsi per dinamiche interne. Comunque, l’ampia partecipazione dell’elettorato alla consultazione proposta da Segni – gli elettori non accolsero evidentemente l’invito di Bettino Craxi ad “andare al mare” – fu una testimonianza chiara di come stesse cambiando il clima e si avviasse una fase di indebolimento dei partiti che è durata fino a oggi. L’obiettivo di Segni era più ambizioso: puntava a una trasformazione del sistema politico sul modello francese, fondato sul bipolarismo e sul doppio turno. Oggi anche il modello francese, per effetto della crescita del movimento sovranista di Le Pen, difficilmente può essere preso a modello, ma questa naturalmente è un’altra storia.