Politica
Attesa per i dati Istat •
Meloni e l’ipotesi di restare al 3,1 per cento di deficit. No allo scostamento
“Le elezioni si possono vincere o perdere ma la credibilità, una volta persa, non la recuperi. Io non voglio perderla”, dice la premier. E’ allora che scaccia i fantasmi di chi come Salvini le chiede lo scostamento di bilancio
16 SET 26

Foto ANSA
Lo dice la sera, quando i pensieri di Meloni si fanno aguzzi come i cocci di bottiglia. Dice Meloni, vicino al paralume: “Rischio di consegnare un paese con i conti in ordine e non raccogliere il lavoro di questi anni”. Subito dopo, come per riconciliarsi, aggiunge: “Le elezioni si possono vincere o perdere ma la credibilità, una volta persa, non la recuperi. Io non voglio perderla”. E’ allora che scaccia i fantasmi di chi le chiede lo scostamento di bilancio. Meloni non vuole farlo e forse nemmeno può. Il 22 settembre, l’Istat comunicherà i dati aggiornati sui conti pubblici e il rapporto deficit/pil potrebbe, è una possibilità, restare ancora sopra il tre per cento e per pochi decimali, il solito 0,1 per cento, il vincolo della nostra vergogna.
Raccontano che Salvini, per primo, ogni volta che incontra Meloni, salvo quando è impegnato con l’ambasciatore russo, a Milano, suggerisca lo scostamento di bilancio. Invita Meloni a infischiarsene dell’Europa, delle sue regole, perché “alla fine è l’ultimo anno di governo, vogliamo vincere o no?”. Meloni lo guarda allora con tenerezza, come a volergli spiegare, “hai compreso perché siamo diversi?”. Quando è cominciata a circolare la buona notizia che l’Istat avrebbe premiato i conti in ordine, e che il rapporto deficit/pil, in anticipo su quanto previsto, si sarebbe attestato sotto il tre per cento (al momento è del 3.01 %) dalle parti di Lega e Forza Italia i parlamentari hanno cominciato a parlare di manovra da cinquanta miliardi, di alzare le pensioni. Dice Marco Osnato, il Quintino Sella di FdI, il presidente della commissione Finanze, che “se fossimo sotto il tre per cento, cambia poco. Significherebbe solo l’uscita in anticipo dalla procedura d’infrazione. Voglio essere fiducioso. Ricordiamo sempre come i vecchi governi hanno lasciato le finanze”. Il Reddito di cittadinanza che Conte rilancia, il bilancio appesantito dal Superbonus è quel “vincolo della vergogna” che, scriverebbe Carlo Ginzburg, è un “legame più forte dell’amore”. L’uscita dalla procedura è prevista, secondo le previsioni ufficiali del Mef, nel 2027. Giorgetti, a Cernobbio, ha dichiarato “di non farne una malattia” non uscire dalla procedura. Il paradosso sarebbe consegnare un paese risanato a un governo di sinistra. Meloni, e le capita, con maggiore frequenza, dice allora, “La credibilità non torna …”. Una fonte degna di fede ricorda il pomeriggio sciagurato, di questa estate, quello in cui Edmondo Cirielli, il viceministro degli Esteri, di FdI ha osato aprire a Vannacci, all’alleanza. A Cirielli arrivò una chiamata di Meloni, una di quelle che fanno arrossire una volta e per sempre. In FdI dopo quella telefonata è stato chiaro che di Vannacci non bisognava mai più parlarne e neppure immaginare una convergenza.
Spiega Meloni, quando le chiedono di questo generale, che non è possibile allearsi con chi ti vuole sostituire e che di tattica si può anche morire, e ancora, che “la soluzione più semplice non è sempre la migliore. Conta la credibilità”. Si diverte anche ad ascoltare i giornalisti di area, che stima, sia chiaro, i Giordano, i Cruciani, che la invitano ad allearsi con Vannacci, e con la stessa grazia, sottovoce, Meloni riflette che i giornalisti possono cambiare idea perché è dialettica, ma a un politico cosa rimane? Con quella stessa disposizione d’animo torna ai conti pubblici ordinati, lo spread basso, che forse non significa niente, ma che per i mercati è tutto. Avere uno spread basso consente di dire: siamo un paese che può pagare i suoi debiti e dunque un paese a cui si può prestare, ancora, denaro. Significa pagare meno interessi sul debito e avere più risorse da spendere, ovviamente non in tempi brevi. Anche sulla Russia, che per Salvini si riduce a incontri e aperitivi, per Meloni è invece la libertà, perché, pensa, non c’è gas russo che valga quanto la sovranità e la libertà di una nazione. Vale anche per i conti. Ecco spiegato perché Meloni rifiuta, al momento, l’idea di uno scostamento di bilancio o una manovra di mance. Ragiona e si domanda come nel teatro anglosassone: senza una manovra espansiva perdiamo forse le elezioni ma se vinciamo, dopo aver sfasciato i conti, perdiamo la credibilità. E’ questa sostanza speciale che Meloni sorseggia, la credibilità che le offre ristoro. E’ chiaramente un rischio. La credibilità può tradursi nella beffa dolorosa, con la sinistra che beneficia della destra, di questi quattro anni di accortezze. Il 22 settembre l’Istat, nella sua indipendenza, può rendere amaro questo tormento che finora Meloni sta risolvendo in piedi, ferma: “Le elezioni si possono vincere o perdere, ma la credibilità quando la perdi non torna”. Si scosta e basta poco: un decimale.