Politica
L'analisi •
Chi è il vero Cavallo di Troia russo tra Conte e Vannacci?
Entrambi hanno la stessa posizione sull’Ucraina, dal no alle armi a Kyiv al sì al gas di Mosca. Ma se Meloni tiene il generale fuori dalle mura, il Pd ha spalancato all’avvocato le porte del campo largo

Un paio di settimane fa ha fatto molto discutere un articolo del Financial Times che, riprendendo una formula usata dall’European Council on Foreign Relations, ha definito Roberto Vannacci un “cavallo di Troia russo” in Italia. La definizione non è molto azzeccata. Certamente l’ex generale ha un’agenda politica sovrapponibile a quella di Vladimir Putin: dall’Ucraina al conservatorismo sociale, dalla politica di sicurezza a quella energetica, tutte le posizioni del leader di Futuro nazionale sono allineate a quelle del Cremlino. Ma proprio per questa adesione esplicita al putinismo, il partito di Vannacci non cela le sue reali intenzioni. Se Ulisse e i suoi compagni si fossero messi a urlare “morte ai troiani!” e a sventolare i vessilli degli achei anziché starsene zitti nella pancia del cavallo, lo stratagemma non avrebbe funzionato. O meglio, non si sarebbe trattato affatto di un inganno ma di un assalto alle mura di Troia: ciò che intende fare Vannacci con l’Europa.
Un cavallo di Troia russo, se si ha in mente l’espediente omerico, ha senso se si mostra progressista anziché reazionario, pacifista invece che apertamente filorusso, eurocritico alleato di forze europeiste anziché nazionalista alleato di forze anti europeiste, attento alle conseguenze negative delle sanzioni più che sfacciatamente contrario a sanzionare la Russia. Insomma, come cavallo di Troia è molto più credibile l’avvocato Conte del generale Vannacci.
L’ex presidente del Consiglio non ha problemi a condannare “con chiarezza” l’aggressione di Putin, come non manca di ricordare che “all’inizio siamo stati anche favorevoli ai primi invii militari” perché “c’era il timore che la Russia potesse invadere tutta l’Ucraina”. Invece ora che Mosca di territorio ucraino ne ha occupato circa un quinto, evidentemente poca roba, Giuseppe Conte ritiene opportuno non fornire più a Kyiv le armi per difendersi dall’occupante che si espande. Su questo, che è la questione cruciale per il futuro dell’Europa, la posizione di Conte è perfettamente coincidente con quella di Vannacci: basta aiuti militari all’Ucraina. Naturalmente, il leader del M5s non parla come un ammiratore del Cremlino. Il suo linguaggio è molto “pacifista”: serve una “svolta negoziale”, che evidentemente può partire solo se viene disarmato Volodymyr Zelensky. E’ questo il gesto che serve a mostrare buona volontà, per “sedersi attorno a un tavolo con Putin”, facendo leva sulla “forza diplomatica” dell’Italia, in nome del “dialogo tradizionale con la Russia” con cui “abbiamo uno scambio culturale incredibile”. Putin vuole trattare, ma il “bellicismo” europeo rischia di far scoppiare la Terza guerra mondiale.
La narrazione è diversa, ma nella sostanza le posizioni di Conte e Vannacci sono uguali: sospensione del supporto militare all’Ucraina, rottura dell’unità europea contro la Russia, riapertura dei flussi energetici da Mosca verso l’Europa. “Torniamo a comprare gas dalla Russia”, afferma il generale. “E’ necessaria una svolta negoziale in Ucraina, che a noi serve come il pane, perché un attimo dopo dobbiamo acquistare il gas russo”, sostiene l’avvocato. La sovrapposizione tra Conte e Vannacci sui temi fondamentali che riguardano il rapporto con la Russia è evidente dai voti al Parlamento europeo.
Sia il M5s sia Vannacci, hanno votato contro il piano RearmEu per rafforzare la capacità difensiva europea ed entrambi si oppongono strenuamente all’uso dei fondi europei Safe per rafforzare le difese nazionali. Insieme hanno votato a Strasburgo contro il sostegno europeo all’Ucraina, contro la risoluzione del Parlamento europeo sulla “falsificazione della storia” da parte della Russia per giustificare l’invasione dell’Ucraina e contro la posizione dell’Ue sul piano per una “pace giusta e duratura” in Ucraina. Quest’anno, M5s e Vannacci hanno votato insieme anche il 24 febbraio contro la risoluzione che condannava la Russia e sosteneva l’Ucraina nel giorno del quarto anniversario dell’invasione e, più recentemente, il 30 aprile, hanno votato contro la risoluzione di condanna dei ripetuti attacchi della Russia contro obiettivi civili ucraini.
Sulle cose essenziali Conte e Vannacci sono intercambiabili, ma sarebbe un errore di valutazione pensare che siano pericolosi allo stesso modo. Perché un cavallo di Troia, per essere efficace, deve essere accolto in città. E Vannacci, almeno fino a questo momento, è tenuto fuori dalle mura del centrodestra e, quindi, è senza possibilità di andare al governo. Giorgia Meloni, come ha detto nella recente intervista a Claudio Cerasa sul Foglio a proposito di un’alleanza con chi ha votato contro l’Ucraina, dice di non essere “disposta a fare il contrario di quello che ha fatto finora, o di quello in cui crede, per calcolo politico o elettorale”. A Giuseppe Conte, invece, il Pd di Elly Schlein ha spalancato le porte del campo largo, ignorando gli avvertimenti di qualche Cassandra come Pina Picierno e senza neppure fissare dei paletti sulla politica estera. Anzi, è l’avvocato del popolo ad aver tracciato la sua linea rossa: il M5s non sottoscriverà mai un programma di coalizione che preveda aiuti militari a Kyiv. Con questa linea apprezzata a Mosca, Conte ha buone possibilità di vincere le primarie, di battere il centrodestra e quindi di guidare il governo di uno dei paesi più importanti d’Europa. Peraltro nel marzo 2020, quando era Presidente del Consiglio, Conte ha fatto letteralmente entrare un Cavallo di Troia di Putin in Italia: nella pancia degli aerei della missione “Dalla Russia con amore”, teoricamente di aiuto contro il Covid, travestiti da medici e infermieri sono scesi militari e spie russe, che hanno scorazzato liberamente per il paese. Chi è allora il cavallo di Troia russo in Italia?