Politica
ELLY SDIMINUITA •
A Reggio Emilia la segreteria del Pd abbandona il diminutivo e diventa "Elena"
L’operazione, nata per goliardia all’inizio, ha invece una sua logica, ed è un’idea del Nazareno nella quale c’è evidentemente molta più ingegneria politica che nel salario minimo: perché soltanto un nome intero può vedersela con un nome intero

(Foto Ansa)
Il diminutivo è la forma più dolce del disprezzo, l’unico modo civile che abbiamo per dire a qualcuno che non ci fa paura. E dev’essere per questo che l’altra sera, a Reggio Emilia, i giovani del Pd, che sono la rivoluzione culturale della segretaria e che mai agiscono d’istinto – ma sempre secondo regia – l’anno acclamata: “Elena! Elena! Elena!”. Ed ella, cioè Elly – pardòn Elena – ha accolto la cosa senza schermirsi, ed è passata così alla maggiore età. L’operazione, nata per goliardia all’inizio, ha invece una sua logica, ed è un’idea del Nazareno nella quale c’è evidentemente molta più ingegneria politica che nel salario minimo: perché soltanto un nome intero può vedersela con un nome intero. La destra ha vinto nel 2022 presentandosi con un elenco di sostantivi in prima persona, “io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana” – pensate se avesse detto: “io sono Giorgy” – e la sinistra risponde quattro anni dopo con un certificato battesimale, un accrescitivo. Il che dovrebbe presto produrre, Giuseppe Conte permettendo, la campagna elettorale più simmetrica della storia nazionale, un duello fra due nomi propri, Giorgia contro Elena – che è nome fondativo, incendiario e popolare in questi tempi di Odissea – e rivelarsi alla fine, chissà, come il massimo di bipolarismo che la nazione sia riuscita a costruire in trent’anni di tentativi. L’italiano rimpicciolisce ciò che ama, e nel rimpicciolire ridimensiona e condanna.
Del resto il Risorgimento non si fece con Camy di Cavour né la Repubblica venne fondata da Alcy De Gasperi. E l’unico statista italiano che sia riuscito a governare a lungo tenendosi stretto il vezzeggiativo, benché fosse temibile e alto due metri, è finito ad Hammamet, il che non costituisce una dimostrazione scientifica ma nemmeno, converrete, un presagio incoraggiante. Contro Giorgia, che è il santo con la lancia, il drago infilzato e la fanciulla salva, il campo progressista dispone ora di un unico nome all’altezza, Elena, che non è un nome da battaglia ma è la battaglia stessa.
Elly appartiene d’altro canto alla vasta e affettuosa famiglia dei nomi con la y finale, le Milly, le Nelly, le Lilly, signore simpaticissime che hanno tenuto in piedi il varietà, il quiz del sabato sera e le scuole materne private, e che occupano un settore preciso e onorato senza mai sconfinare nel settore accanto, quello dei ministeri e del governo. Elena è invece il nome che Goethe, giunto alla fine della propria vita e volendo sposare simbolicamente il mondo antico e quello moderno, scelse come unica moglie possibile per Faust. Anche se bisogna ammettere che a noi Elly piaceva, in quanto ha una sfumatura editoriale non trascurabile, perché tolta la ipsilon e messa la “e” si ottiene il titolo di un mensile di moda (e quando una segretaria di partito finisce sulle pagine di Vogue a spiegare che si avvale di un’armocromista, la coincidenza diventa un destino). Ma non più. Resta naturalmente il cognome, che gli italiani continuano a maneggiare con languida o rabbiosa approssimazione, disperdendosi in una piccola diaspora fonetica tra Sclèin, Sklàin, Schlàin. Problema che tutti hanno risolto aggirandolo, prima con Elly e ora – si suppone – con Elena, la segretaria ribattezzata in una domenica di settembre, fra lo gnocco fritto e la brace che si spegne. Anche se per diventare qualcos’altro servono tempi geologici. E soprattutto un’idea.v
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Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.
