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Salvini a parole: promette associazioni, ma vuole purgare dopo Pontida
La riunione decisiva del segretario con i nordisti a casa sua non decide. Il vicepremier vuole sopravvivere e i governatori aspettano che a staccare la spina siano gli elettori. Timori per le rappresaglie dopo il pratone. E si preparano piani di fuga
10 SET 26

In Lega torna tutto: il fine vita non è solo una legge, ma l’orizzonte. La riunione decisiva non decide. Si promette. Si promette l’associazione del nord, che vuol dire tutto e niente. Salvini vuole sopravvivere e i governatori aspettano che a staccare la spina siano gli elettori. Si concluderà, vedrete, con Massimiliano Romeo esiliato a Colono come Edipo, con Attilio Fontana che andrà avanti, da hidalgo. Finirà con l’elezionicidio assistito. Convoca a Roma, a casa sua, Fontana, Zaia, Fedriga, Fugatti, e fa il Salvini che gli riesce meglio: vende gusci, si mostra contrito, perfino generoso: “Innoveremo insieme. Condivideremo la linea”. Gli dice che dopo Pontida si può allargare la segreteria, promette, manco fosse Elly Schlein, una “road map”, parola che al solo ascolto dovrebbe mettere in fuga i leghisti di buona volontà. Gli vende pure “un manifesto programmatico”. Niente. Li stordisce per ore, la butta un po’ più in là, come fa da tre anni, perché quello vero è il Salvini che, appena loro si girano, garantisce: “Dopo Pontida tirerò una riga”. Per primo caccerà Romeo, quell’ “O Romeo”, povero Romeo. Gira una battuta, strabiliante, e questa sì che vale più delle note che Salvini confeziona. E’ della Lega Frisella, il gruppo composto dai parlamentari del sud, Marti e Zinzi, capeggiati da Claudio Durigon, uno che il futuro se lo prepara con le sue mani convocando a Roma, alle Officine Farneto, Descalzi e Cattaneo, come fossero i vicini di casa. Parlavano di Romeo e anticipavano: “Romeo addà pagà”. Sapete come riceve gli ordini da Salvini, Romeo, il capogruppo al Senato? Attraverso Andrea Paganella, l’ex capo segreteria, oggi senatore. Salvini non gli parla da mesi, non gli risponde neppure al telefono. Gli porterà via anche la Lega lombarda, di cui è segretario, ma sempre dopo Pontida, la foto di compleanno dove tutti dovranno sorridere, anzi, per dirla come la dicono in Lega “con spirito di massima collaborazione”.
Dice Romeo ai suoi colleghi senatori del Pd: “Ormai esistono due tipi di coraggio: uno per scappare e uno per fuggire”. Ogni volta che Fontana incontra Salvini insieme a Zaia, Fedriga e Fugatti, guarda a giro e si chiede: “Forza, parlate. Sfidiamolo”. Solo che Zaia è presidente del Consiglio regionale in Veneto e pensa che piuttosto che prendersi un partito con i Morelli, i pupazzi di Salvini, è meglio restare a dare fieno a Treviso. L’altro, Fedriga, che ancora governa ragiona che piuttosto che passare per Bruto di Salvini (che davvero lo ha valorizzato) meglio fare il sindaco di Trieste. Si sono accorti in pochi, ma si sono accorti, che ai federali della Lega, si collegava da remoto un certo Matteo Salvini e si sono chiesti: ma se Salvini è in stanza, chi si collega al posto di Salvini? E quei pochi che si sono accorti hanno risposto: se non è lui, può essere solo la persona a lui più cara. Ogni lunedì, in Lega, guardano il sondaggio che diffonde Mentana e ogni volta che la Lega scende, i leghisti che vogliono girare pagina pregano: “Di più, scendiamo ancora un po’. Magari qualcosa accadrà”. Fontana andrà per la sua strada; Zaia ne ha almeno altre tre; Fedriga è nato in una città di frontiera e non ha nostalgia di Roma; Giorgetti quando fa spirito, e ne fa tanto, dice: “Se va male, vado a Goldman Sachs”. Il conto lo paga il vecchio proprietario del capannone di Lodi, il leghista che non vuole più vedere a Pontida i punkofasci d’Europa, imbolsiti, e applaudirli. Se va male resta Salvini, se va bene gli succederà la compagna.