Politica
intifada alle vongole •
Al sit-in contro il ddl antisemitismo inni a Hamas, insulti e risse: scene dal campo Gaza (che si è già scisso)
Anche la piazza chiamata per contrastare il disegno di legge si spacca, con cori e bandiere pro terrorismo. Ascari (M5s): "Io non le ho viste". Meloni e gli imbarazzi del governo sui coloni
10 SET 26

Si ritrovano in piazza per osteggiare un ddl, quello contro l’antisemitismo, che definiscono “liberticida”. Ma finiscono per venire quasi alle mani, darsi le aste delle bandiere in faccia, quando una parte dei manifestanti espone i simboli di Hamas e Hezbollah. E contesta persino Amnesty, i partiti e le associazioni che hanno allestito il sit-in davanti a Montecitorio. Tanto che Silvio, ultrasettantenne iscritto all’Anpi, non ci sta: “Io in Libano ci sono stato e quelli di Hezbollah li conosco. Con voi non ci parlo”. E’ il ritorno di Gaza in campagna elettorale, mentre il governo continua a dire no alle sanzioni alle colonie israeliane.
Ieri era il giorno in cui sarebbe dovuta ripartite la discussione del ddl per il contrasto all’antisemitismo in commissione Affari costituzionali. In realtà il dibattito è poi stato rinviato alla prossima settimana e l’approdo del testo in Aula è previsto per il 2 ottobre. Ma tant’è, i manifestanti erano lì e in una Piazza Montecitorio sfrangiata dal caldo è andata in scena un’ennesima puntata dell’intifada alle vongole che ha animato le piazze italiane dal 7 ottobre in poi. Ci sono bandiere del Movimento cinque stelle, della sua articolazione giovanile, il Network giovani, della Cgil, dell’Anpi, di Rifondazione comunista, magliette con stampe “Fuck Israel”, cartelli “Palestina libera dal fiume fino al mare”. Un manifestante con in mano un foglio di Amnesty International, “criticare Israele non è antisemitismo. Stop Bavaglio”, spiega a una coppia di turisti seduti ai tavolini di Starbucks: “Today they’re passing a law which is in favour of a state who’s committing genocide...”. Si osservano trenta secondi di silenzio come risposta al tentativo di bavaglio. La gran parte degli avventori indossa la kefiah nonostante i quaranta gradi all’ombra. Una collega giornalista giustamente propone un lodo: non seguiamo più gli eventi convocati all’aperto all’una. Raccolta firme su change.org (si scherza). Tra gli interventi anche quelli dei Giovani democratici.
Al sit-in arriva, abbronzatissimo, il capogruppo M5s alla Camera Riccardo Ricciardi: “Il ddl è un’operazione politica per condannare le piazze per Gaza”. Eppure la tanto contestata definizione dell’Ihra l’avete introdotta voi, quando a Palazzo Chigi c’era Giuseppe Conte. Risposta: “E’ un problema di momento politico. Tirarla fuori oggi significa fare un tutt’uno tra le piazze e chi è antisemita”. Sono parole che valgono al pentastellato gli apprezzamenti del circondario. Una signora gli si avvicina: “Nel M5s secondo me sei sprecato”. La compagna di partito Stefania Ascari è quella per cui l’applausometro s’alza di più. Chiede un pensiero per Alessandro Di Battista e dice “il ddl è abominevole e il suo unico obiettivo è silenziare il dissenso. Porteremo le vostre istanze in quel palazzo”. C’è Marco Grimaldi, deputato di Avs. S’affaccia pure la dem Laura Boldrini: “Io voterei no, vediamo cosa deciderà il gruppo. Sono ottimista. Coloro che nel Pd voteranno a favore fanno un grave errore, un regalo a Netanyahu”. Tra gli indiziati favorevoli ci sono Piero Fassino e gli altri riformisti. Ma le parole di Boldrini sono interrotte da attimi di tensione. Una signora di mezza età a un certo punto innalza al cielo un trittico di bandiere: quella di Hamas, di Hezbollah e quella iraniana. Non paga inizia a intonare “viva Hamas, Hezbollah, gloria eterna a Nasrallah” di zanzariana memoria. Al che Gianluca Peciola di Sinistra italiana chiede che i vessilli vengano abbassati ma innesca solo una mezza rissa. Persino Maya Issa, coordinatrice del movimento Giovani palestinesi, chiede di fare fronte comune e “alzare l’unica bandiera che ci unisce: quella palestinese”. Anche se pure prima di quel momento, nella sezione di piazza arsa dal solleone, circolavano sticker con la scritta “7 ottobre giornata della resistenza palestinese”.
Ad Ascari, presidente del gruppo interparlamentare per la pace tra Palestina e Israele chiediamo dell’ostensione delle bandiere ma la replica è: “Io non le ho viste”. Al termine del sit-in chi le brandiva accuserà gli organizzatori per non aver potuto intervenire: “La colpa di questo ddl è del governo Conte”. In pratica le divisioni del campo largo replicate nel campo Gaza. E dire che di appigli molto più sostanziali, per mettere in difficoltà il governo, opposizioni e associazioni ce ne avrebbero eccome, visto che Meloni ha deciso per ora di non seguire Regno Unito e Francia nell’adozione di sanzioni verso le colonie israeliane in Cisgiordania. Convinta, insieme a Tajani, che la soluzione possa essere solo di natura europea. E che sia meglio, per adesso, nonostante il progressivo allontanamento da Netanyahu, tenersi alla larga dalla questione. Della serie: per la campagna elettorale, anche sul medio oriente, c’è tempo.