Orlando: “Manca un nuovo Prodi, primarie inevitabili, ma prima una piattaforma condivisa dal basso”

“Non puoi pensare di disarmare Kyiv in una fase così delicata, ma la domanda seria da porsi è: mandare le armi era ed è l’unico modo di aiutarla? E la Ue non avrebbe potuto esercitare un ruolo di deterrenza anche in altro modo?”, dice l’ex ministro del Pd

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Foto Ansa

“Chi ambisce a misurarsi, alzi la mano”, dice l'ex premier Romano Prodi agli aspiranti papi stranieri del centrosinistra, con buona pace dell’ex ministro Roberto Speranza che, alla testa della coalizione, metterebbe simbolicamente un partigiano o un ragazzino. “Ecco, mi paiono proposte di buona volontà”, dice l’ex ministro dem Andrea Orlando, “ma chi alzerebbe la mano quando i leader dei principali partiti sono in campo? E stiamo attenti a non dare segnali sbagliati, apparendo come quelli che fanno discendere il metodo dalla sorte della nuova legge elettorale, dando per scontato che la destra riuscirà a farla e rinunciando a combattere in piazza”. 
Nel Pd in molti mostrano freddezza rispetto a primarie su cui non transigono, invece, la segretaria dem Elly Schlein e il leader M5s Giuseppe Conte (con Alessandro Onorato e, chissà, Matteo Renzi e, sempre chissà, Nicola Fratoianni o Angelo Bonelli). Attenti anche a fare nomi terzi (vedi Silvia Salis), dice l’ex ministro: “Si rischia di arrecare danno ai nomi stessi”. Mano alla tempistica, invece: non soltanto prima devono venire “la piattaforma programmatica e l’accordo dei vari leader del centrosinistra sulla medesima”, è il concetto, ma anche la fatica di metterci faccia e gambe, letteralmente. Orlando vede infatti la necessità di partire in fretta e “senza veti pregiudiziali” verso la scrittura del programma, per poi girare l’Italia, facendo “nascere dal basso un campo per la Costituzione”: “Se torniamo con la mente alla vicenda referendaria”, dice, “emerge una grande domanda di protagonismo da parte di cittadini non appartenenti al campo stretto della politica, persone che magari si erano astenute in precedenza o non avevano votato a sinistra. Ecco, dovremmo dare la parola anche a quei mondi”. Il tempo stringe. “Vedo comunque percorribile la strada di sottoporre ai cittadini una prima traccia di programma costruito dalle forze politiche, per integrarlo con osservazioni esterne”. Ma chi dovrebbe farsi carico di questi viaggi volenterosi? “Tutte le forze della coalizione. Insieme e non solo a Roma”. E le primarie? “Un’altra strada poteva essere quella di scegliere la leadership sulla base dei risultati elettorali – lo si fa in molti paesi ed è un metodo basato su una convenzione condivisa. Ma questa condivisione non c’è. E c’è difficoltà a trovare convergenza anche su altre strade”. Anche sul partigiano. “Al momento non vedo proposte fortissime che possano evitare la strada delle primarie. Ma stiamo attenti ai segnali che diamo, come se la leadership fosse la soluzione a tutto. Così si passivizzano le persone, in un momento in cui le istituzioni pesano meno e c’è bisogno di mobilitazione sociale. Mobilitiamoci, ripeto, contro questa legge elettorale: sarebbe un modo per confrontarsi con un pezzo di paese che vogliamo raggiungere”.
Eppure di terzi papi si parla e riparla. “Prodi fu scelto, non alzò certo la mano. Le forze politiche – che allora avevano una tenuta forte sui reciproci elettorati – avevano deciso che su di lui si potesse raggiungere un punto di equilibrio. Non mi pare oggi si possa contare su un simile contesto”. Pare affondata anche l’idea di unione al centro del centrosinistra, e forse anche la pace Renzi-Conte. “Se si vogliono fare le primarie, che si facciano bene, sulla base di una piattaforma programmatica condivisa in modo largo, in modo da restringere il rischio di polarizzazioni. Diversamente, la destra può anche evitare di fare campagna elettorale”. Orlando non vuole “veti pregiudiziali”, ma come la mettiamo con le diffidenze tra mondi pentastellati e mondi renziani? “Stando al merito: se si riesce a costruire una piattaforma davvero condivisa, ci sono i presupposti per tenere tutti dentro, altrimenti si potrà spiegare perché qualcuno resta fuori”. Ascoltare il paese, dunque. L’affermazione di AfD in Germania ha a che fare con il non ascolto? La sinistra può trarre una lezione? “Dobbiamo oggi riportare la politica nella società, il che non vuol dire convocare adunate oceaniche, ma riportare nelle fabbriche, nelle scuole e negli uffici una riflessione sul futuro del paese, specie in un momento in cui la destra fa leva sul fatto che i cambiamenti siano così rapidi da spezzare le persone, cambiamenti spesso prodotti dai gruppi Big Tech e grandi centri finanziari che sostengono la destra stessa. Contemporaneamente, si lucra sul rigetto che questi determinano, esaltando una tradizione magari inesistente, ma rassicurante”. Il voto per AfD, per Orlando, dice qualcosa anche sul tema del riarmo. “Penso che abbia a che fare con il risentimento di chi perde in stato sociale e pensa che i soldi siano stati spostati sulla Difesa, e con il fallimento della scommessa del governo Merz: a fronte di una crisi industriale, si è trattato il riarmo come una politica industriale. Un errore che dovebbe far riflettere tutti, anche rispetto all’esperienza della Commissione von der Leyen”.
Conte forse sarà contento, a udire queste parole. Ma a sinistra su riarmo e Ucraina non c’è accordo. “Non puoi pensare di disarmarla in una fase così delicata”, dice Orlando, “ma la domanda seria da porsi è: mandare le armi era ed è l’unico modo di aiutarla? E la Ue non avrebbe potuto esercitare un ruolo di deterrenza anche in altro modo?”.