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gli scenari •
Ma quindi quando si vota?
Legge elettorale, frizioni nella maggioranza e opposizioni alle prese con il balletto sulle primarie, il momento delle elezioni si avvicina, ma quando si andrà davvero alle urne non è ancora chiaro. Tutte le ipotesi in campo

Pochi giorni dopo aver stabilito il record per l’esecutivo più longevo della storia repubblicana, Giorgia Meloni starebbe già pensando a quando ritornare al voto. Sicuramente le sue intenzioni sono di farlo prima della scadenza naturale della legislatura, che avverrà il prossimo autunno, ma la presidente del Consiglio deve fare i conti con i suoi alleati di governo, più propensi ad aspettare ottobre. Al momento quindi all’interno del centrodestra gli scenari che si prospettano sono due: o chiamare gli italiani alle urne ad aprile, facendo coincidere le elezioni per il Parlamento con quelle amministrative (a Roma, Milano, Napoli, Bologna e Torino) - e questa è l’idea della premier - oppure, come invece preferirebbero i due vicepremier Salvini e Tajani, attendere la fine dei cinque anni. Un autunno elettorale quindi, Quirinale permettendo e con l’incognita Vannacci.
Ma perché la premier vorrebbe il voto in primavera?
L’idea alla base del suo ragionamento è di evitare di dare l’immagine di un governo che sta aspettando solamente la fine della legislatura. Per questo motivo la data da cerchiare in rosso, nei piani ideali di Meloni e del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, sarebbe il 18 aprile, con il benestare silente dell’opposizione, sopratutto del Partito democratico. E per più di una ragione. Non solo quattro giorni prima scatterebbero i termini previdenziali per deputati e senatori per ottenere la pensione, ma in questo modo l’attuale maggioranza di governo impedirebbe all’ex generale Roberto Vannacci di aumentare ancora di più i consensi che preoccupano, e non poco, il centrodestra - anche se fino a questo momento sono più virtuali che reali. Ma ci sono anche altre ragioni e una di questo l’ha evidenziata il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani. Se il governo si insediasse prima dell’estate avrebbe maggior tempo per pensare alle prossima legge di Bilancio: “Il voto in primavera sarebbe l'opzione di maggior buon senso rispetto a ottobre”, ha detto il ministro.
Per far digerire elezioni così anticipate agli alleati Meloni starebbe pensando, come abbiamo detto prima, di accorpare le politiche alla tornata di amministrative che coinvolgerà anche alcuni grandi centri, come Roma, Milano, Napoli, Bologna, Firenze e Torino. Secondo la Costituzione, le elezioni locali devono essere indette tra il 15 aprile e il 15 giugno dell’anno, ed ecco che la data del 18 aprile diventa dirimente perché sarebbe la prima domenica utile per le urne. Quelle al voto però sono tutte città in mano al centrosinistra e saranno difficilmente contenibili per la coalizione di governo, ma la speranza del centrodestra è che, unendo le due votazioni, il risultato possa essere diverso, almeno per quanto riguarda Milano per il dopo Sala. Inoltre se l’idea di Meloni dovesse concretizzarsi, la presidente del Consiglio dovrebbe salire al Quirinale per le dimissioni e in quel caso, come avvenuto con Draghi, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella chiederebbe alla premier di parlamentarizzare la crisi di governo. Gesto che politicamente le costerebbe molto, ma che sarebbe più accettabile per il suo elettorato se la fine della legislatura coincidesse con un election day.
Lo scenario di Meloni si scontra con quello immaginato dai suoi alleati
Lega e Forza Italia in più occasioni hanno dimostrato di essere più propensi ad aspettare la fine naturale della legislatura perché in questo modo potrebbero capitalizzare il consenso che potrebbe arrivare in virtù della prossima Finanziaria, che a questo punto sarebbe l’ultima prima delle elezioni. Ma non è tutto. Il ragionamento, o meglio la speranza, di Tajani e Salvini è che Futuro nazionale si sgonfi alla prima vera prova elettorale, rispetto all’attuale 7/8 per cento che gli attribuiscono i sondaggi, e che arrivi ridimensionato alle legislative di autunno. Inoltre, votare a ottobre darebbe una possibilità in più alla Lega di approvare la legge sull’autonomia differenziata, storico cavallo di battaglia. Ma lo scopo del segretario del Carroccio è anche quello di stabilire una data del voto che sia il più lontana possibile da oggi perché consentirebbe di risolvere le beghe interne al partito.
La prospettiva più probabile dunque rimane quella di andare al voto a ottobre, ma allora ecco che si apre un terzo scenario e cioè elezioni in autunno 2027 sia per il Parlamento che per le grandi città: il mese da cerchiare in rosso in questo caso sarebbe settembre. Per il momento, il dibattito si sta sviluppando ancora sottotraccia, ma arriverà presto il momento in cui bisognerà fare una scelta. E quel momento Meloni l’ha già fissato e sarà immediatamente dopo l’approvazione dello Stabilicum.